Storia di un comunista
ucciso dal socialismo reale

Il 5 agosto di 41 anni fa alla frontiera che allora divideva la Germania, tra la Repubblica federale e la DDR, venne ucciso un italiano. Si chiamava Benito Corghi, aveva 38 anni e faceva il trasportatore. Attraversava il confine con un carico di carne per le cooperative dell’Emilia. Corghi fu l’unico italiano tra le circa 260 vittime del Muro. Il fatto che la vittima fosse italiana però non fu l’unica singolarità della tragedia. Ce ne è un’altra: quella uccisione fu l’unica, in tutta la storia della Repubblica democratica tedesca, per la quale le autorità di Berlino Est chiesero scusa. Non lo avevano mai fatto prima e non lo avrebbero mai fatto dopo. Lo fecero, in modo molto goffo e con percepibili riserve mentali, perché Corghi era un militante del PCI e la sua barbara esecuzione suscitò, oltre al dolore e alla esecrazione di tutti, un delicatissimo problema nei rapporti tra le autorità di uno stato del blocco sovietico e i comunisti italiani che, sotto la guida di Enrico Berlinguer aveva intrapreso, con qualche ambiguità ma con una certa determinazione, la via del distacco e della critica al sistema di quello che pure si continuava a chiamare “blocco socialista”. Il Pci infatti protestò duramente per l’uccisione del camionista, nella quale i suoi dirigenti videro la conferma di un sistema inumano. I deputati comunisti presentarono interrogazioni e interpellanze al ministro degli Esteri e l’Unità fu molto severa scrivendo di un evento “inaccettabile”, frutto di un’altrettanto inaccettabile tensione internazionale. La tragedia, così, fu per la base del PCI un momento di presa di coscienza sulla natura del cosiddetto “socialismo reale” e anche sul dramma della divisione tedesca. L’ambasciatore della DDR a Roma, Klaus Gysi, il quale era un fautore di una certa apertura del suo paese e teneva al mantenimento di buoni rapporti con il governo di Roma e soprattutto con il PCI, cercò di rimediare alla rottura inviando un delegato ai funerali della vittima, ma le scuse furono respinte dalla vedova, insieme con la goffa offerta di Berlino di pagare gli studi universitari al figlio di Corghi.
Ma raccontiamo i fatti. E’ la notte tra il 4 e il 5 agosto del 1976. Poco dopo le 3 al posto di confine tedesco-orientale di Hirschberg arriva il camion di Corghi che trasporta qualche quintale di carne di maiale caricata nel macello di Cottbus e destinata alla cooperativa ARA di Rubiera, in provincia di Reggio Emilia, della quale lo stesso Corghi è socio. Si tratta di un trasporto molto consueto, all’epoca. Le cooperative emiliane sono solite rifornirsi nella DDR, sulla base di accordi commerciali spesso sponsorizzati dal PCI. Qualche minuto per i controlli, poi il camion riparte per percorrere i 700 metri che separano il posto di confine orientale da quello occidentale alla periferia di Rudolphstein, prima cittadina della Baviera. Qui per Corghi c’è una brutta sorpresa: i doganieri gli contestano il fatto che nelle carte manca il certificato veterinario. Il camionista deve averlo lasciato per sbaglio nell’ufficio dell’altra dogana. Che fare? I due posti di frontiera sono collegati da un telefono. Corghi non parla tedesco ma a gesti chiede ai funzionari federali di chiamare i loro colleghi e sollecitare per il camionista il permesso di tornare indietro a prendere il documento. Il telefono c’è, ma poliziotti e doganieri delle due parti hanno l’ordine di ignorarsi a vicenda. Girare il camion non è possibile e allora Benito prende la decisione che gli sarà fatale: andrà a piedi. Si incammina sul bordo dell’autostrada. Non sa che è proibitissimo, o forse lo sa ma confida nel buon senso dei Vopos. Non è armato, è evidentemente inoffensivo, le guardie sanno chi è perché lo hanno controllato solo pochi minuti prima. Non lo possono considerare un pericolo. Mentre Corghi cammina nella fredda luce dei riflettori, improvvisamente vede venirgli incontro due uomini con la divisa verde della Volkspolizei. A un centinaio di metri da lui, uno dei due grida: “Halt! Grenzstelle! Bleibstehen!” (Ferma, posto di confine, non muoversi). Il camionista non capisce, continua a camminare per un’altra decina di metri. Il poliziotto punta il fucile. A quel punto Benito si blocca. Alza una mano (nell’altra tiene i documenti), si ferma impaurito. Poi commette l’errore fatale: si volta per tornare da dove era venuto. A quel punto Uwe Schmiedel, appena 20 anni, fa quello che gli hanno insegnato a fare nelle lunghe ore di addestramento nella Volkspolizei: spara. Al processo, 16 anni dopo, dirà che aveva mirato alle gambe, ma il proiettile colpisce Corghi in mezzo alla schiena. Quando lo soccorrono rantola nel sangue che esce a fiotti. Arriverà morto all’ospedale di Jena. La notizia della morte viene data la mattina dopo dalle radio e dalle tv occidentali. Il ministero degli Esteri di Berlino avverte l’ambasciatore italiano.
L’eco nel nostro paese è grande. Impressiona il modo brutale e gratuito in cui l’italiano è stato ucciso. Perché la guardia ha sparato, nonostante fosse evidente che la vittima non solo era inoffensiva ma si era appena voltata per tornare indietro? Nel 1992, a Gera, si apre il processo per l’uccisione di Benito Corghi. E’ uno dei tanti processi che vedranno alla sbarra i Grenzschützer, i Vopos che nei 28 anni dell’esistenza del Muro di Berlino e della frontiera fortificata con l’altra Germania, hanno ucciso quelli che cercavano di fuggire. Questo è un caso particolare: l’italiano non stava fuggendo, al contrario. Perché allora sparargli? Schmiedel al processo appare pentito, tiene sempre gli occhi bassi. Non avrei sparato, dice, ma il mio superiore, che era accanto a me, mi ordinò di farlo e io pensai che dovevo obbedirgli. I giudici crederanno alla versione secondo la quale Schmiedel aveva cercato di colpire le gambe e alla fine lo assolveranno perché, secondo il giudice, “la morte di Benito Corghi è stato un incidente terribile, ma non voluto dall’imputato”. Il ragazzo ha sparato sotto la pressione del suo superiore. “Da un punto di vista puramente umano” è questi – dirà il giudice nella sentenza – il vero colpevole morale. Ma l’ufficiale superiore pur se sarà interrogato come testimone, non verrà incriminato. Una ingiustizia che la vedova e il figlio di Benito, che assistono al processo, non possono accettare. Come non accettano il rifiuto del tribunale di ammettere una perizia secondo la quale sul corpo di Corghi ci sarebbero stati segni di percosse. Per protesta, abbandonano l’aula.
Fin qui la cronaca del processo. Che fu uno dei tanti che, nei primi anni dopo l’unificazione, si tennero contro imputati accusati di omicidio per le uccisioni sul confine intertedesco. Molti si conclusero con delle assoluzioni, come quella di Schmiedel, ma molti ex Vopos e soprattutto i responsabili politici che avevano dato le disposizioni sulle procedure da adottare per impedire le fughe vennero condannati. Queste condanne posero un delicato problema giuridico: il fatto di sparare a coloro che volevano fuggire, quasi sempre inermi, era certo moralmente abnorme. Ma poteva essere considerato un reato? I Volkspolizisten che avevano sparato lo avevano fatto sulla base delle leggi esistenti nella DDR, uno stato che era esistito riconosciuto dalla comunità internazionale e in qualche misura, almeno dall’inizio della Ostpolitik in poi, anche dalle autorità di Bonn. Perciò era assai controverso il diritto che si arrogavano i tribunali della Repubblica federale a giudicare sulla base delle proprie leggi. La questione veniva molto discussa all’epoca del processo di Gera, sulla base di una doppia serie di considerazioni. La prima riguardava un problema etico-giuridico molto sentito in Germania: la possibilità, o il dovere, dei cittadini e anche dei soldati di sottrarsi all’obbedienza a leggi evidentemente ingiuste e contrarie ai principi di umanità. Era un problema che si era posto, ovviamente, durante il nazismo, ma che era esistito anche sotto il regime autoritario di Berlino est. In realtà, per rispondere alla delicatissima questione si poteva partire dal presupposto che la possibilità di sottrarsi all’obbedienza a leggi inumane esisteva. In una certa misura era esistita persino sotto il nazismo e in misura molto maggiore era esistita anche nella Germania orientale. Bastava, per cominciare, non arruolarsi nella Volkspolizei, che era un corpo a base volontaria. Inoltre, anche per un Vopo di servizio al confine se sparare in certe condizioni era obbligatorio, era sempre possibile sbagliare volontariamente la mira. Molti sicuramente lo avranno anche fatto. Molti altri no, visto che furono più di 200 i fuggiaschi uccisi a Berlino e lungo il confine e in alcuni casi ci fu un accanimento criminale, con l’evidente intenzione non tanto di fermare le fughe o ferirne i protagonisti ma proprio di uccidere.
Diverse le responsabilità dei dirigenti politici, i quali non solo avevano dato quelle disposizioni ma si riservavano il diritto di elogiare, premiare pubblicamente e promuovere i militari che avevano con successo “difeso il confine dello stato degli operai e dei contadini”, anche a costo di uccidere degli esseri umani. Queste cerimonie erano davvero rivoltanti. Ma anche in questo caso si poneva l’altro problema: potevano essere i tribunali della Germania federale a giudicare? E come si poteva non tener conto degli accordi sull’unificazione tedesca che erano stati sottoscritti tra Bonn e Mosca e in base ai quali Helmut Kohl aveva garantito a Michail Gorbaciov che i responsabili politici della RDT non sarebbero stati giudicati? La risposta è nel fatto che non solo vennero processati molti militari, ma che furono avviati procedimenti anche nei confronti dei responsabili politici, l’ex capo del partito e dello stato Erich Honecker, l’ex ministro della Sicurezza Erich Mielke, l’ex ministro della Difesa Heinz Kessler e il suo vice Fritz Streletz e l’ufficiale della Volkspolizei Hans Albrecht. Più tardi vennero processati altri ex membri del Politbuero della SED, tra cui Egon Krenz, che era stato il successore di Honecker e aveva dato il via, certamente suo malgrado, all’apertura che portò alla caduta del Muro ma non aveva revocato la legge sulla difesa delle frontiere. Tutti furono condannati pur se in molti casi le pene vennero sospese per ragioni di salute. La vertenza giuridica si chiuse definitivamente nel 2002, quando la Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo, cui Krenz e altri avevano fatto ricorso, dichiarò legittime le condanne perché avevano punito evidenti violazioni dei diritti umani. Molti però continuano a ritenere che la soluzione migliore sarebbe stata quella di affidare il giudizio a un tribunale internazionale, come la Corte dell’Aja.
Al di là di queste considerazioni resta il ricordo amarissimo di quanto accadde quella notte del 5 agosto 1976. Il povero Benito Corghi fu ucciso in nome di un assurdo diritto che nessuna autorità giuridica o morale potrà mai ritenere fondato. Non stava minacciando nessuno, non stava sottraendosi all’autorità di nessuno, avrebbe potuto essere fermato senza fargli del male. Un ragazzo di vent’anni cui un sistema perverso aveva messo in mano un fucile carico e nella testa un ordine disumano lo ammazzò senza un motivo. Al processo Uwe Schmiedel suscitava una certa pena e forse l’assoluzione fu a suo modo giusta. Ma anche il tenente che gli aveva intimato di sparare fu assolto e questo certamente giusto non fu. Giustizia non fu fatta. Ed è giusto ribadirlo, anche se sono passati più di 40 anni.