Storia di Lina, dalla Sicilia in Germania:
quando i migranti eravamo noi italiani

La madre di Lina, prima donna partita dal suo paese in Sicilia insieme con gli emigranti uomini, aveva un modo tutto suo di aiutare i clandestini: a Forbàch, cittadina di confine tra Francia e Germania, li faceva passare dal cimitero, terra di nessuno tra i due paesi, un paio di passi sul prato costellato di croci e oplà, erano nella landa che dava lavoro; qualche decennio dopo Lina proverà a rimpatriare, ma dovrà dirsi “sono partita, sono andata al paese, non ce l’ho fatta, sono ripartita per la Germania…”.

Al posto del cimitero di Forbàch mettiamo un Monviso da valicare di notte e al posto della Sicilia mettiamo un paese africano a scelta, Mali o Guinea, ed eccoci dentro una delle mille attuali storie di emigrazione, al capitolo “clandestini” e a quello “rimpatrio”, forzato o volontario. Invece, appunto, siamo tra gli anni Sessanta e i Duemila e questa storia ha per protagonista una ragazzina, Lina, che vive la sua infanzia nell’Italia insulare, adolescente raggiunge i genitori in Germania e lì, benché voglia studiare, viene mandata a forza a lavorare in fabbrica, piano piano si emancipa, anche dall’ignoranza e dal costume retrogrado, si sposa con un “quasi prete”, un uomo colto, ha due figli, approda a Roma, diventa operatrice socio-sanitaria e sindacalista.

“Migrante per sempre” (Baldini + Castoldi, pp, 405, euro 20) è il libro nel quale Chiara Ingrao racconta in chiave di romanzo una storia vera, quella di “A.” alla quale va il suo ringraziamento nell’ultima pagina. E appunto, primo merito dell’opera è ricordarci quanto vicino sia il tempo in cui l’Italia non era il paese al quale si approdava fuggendo da guerre o catastrofi ecologiche, ma era il paese dal quale si andava via in cerca di una vita migliore.

Poi, però, “Migrante per sempre” è un libro che vale compiutamente per se stesso, appunto per la vicenda che racconta: anzitutto la storia di una nidiata di bambini che vivono l’infanzia affidati alla “nanna”, la nonna, perché la “mamà”, la “matri”, ha fatto questa scelta inusuale, è andata, cioè, in Germania col marito; è una scelta estrema di cui paga il prezzo, perché quando torna i più piccoli la rifiutano come se fosse un’estranea; la storia di un paese che vive – poveramente – della coltivazione di quelle strane belle piante che sono le piante di pistacchio; la storia di un approdo in un mondo alieno, la frastornante e altezzosa stazione di Milano; e la scoperta, poi, di un universo che ha regole solo sue, cioè la fabbrica in Germania con la catena di montaggio, così come del mondo claustrofobico e spurio, né tedesco né italiano, nel quale vivono i siciliani approdati tra i “germanesi”.

Chiara Ingrao ha fatto una scelta linguistica impegnativa: racconta in dialetto il versante siciliano della storia. Questo impreziosisce il libro: il mondo che esplora grazie al dialetto diventa più remoto, più misterioso. E appunto, nel complesso di un romanzo che regge benissimo il ritmo delle sue quattrocento pagine, sono le pagine “siciliane” le migliori, le pagine più lontane dal sospetto di retorica, le più arcane.

“Migrante per sempre”, proposto da Luciana Castellina, è tra i 57 titoli che si contendono la marcia a tappe per il premio Strega 2019: il 17 marzo la dozzina, poi la cinquina, fino al fatidico primo giovedì di luglio. E’ un caso se più d’uno di questi titoli parla di emigrazioni e confronti tra mondi e culture? Ecco “Migrante per sempre”, ecco “La donna capovolta” di Titti Marrone, ecco ”La straniera” di Claudia Durastanti…