Storia dell’Aids, la malattia
che ha cambiato il mondo

Ha molte chiavi di lettura il nuovo libro, AIDS. Breve storia di una malattia che ha cambiato il mondo, che Cristiana Pulcinelli ha pubblicato nella collana Città della Scienza dell’editore Carocci (pag. 211; euro 16,00).
C’è quella, strettamente scientifica, legata alla conoscenza di un virus (anzi a un retrovirus), l’HIV, che è apparso all’improvviso, all’inizio degli anni 80 del secolo scorso e che, per l’appunto, ha cambiato se non il mondo, certo il nostro modo di stare al mondo, imponendo nuovi stili di vita e un diverso approccio al sesso.

C’è quella che riguarda la sociologia della scienza, con il puntuale racconto delle controversie scientifiche (tra l’americano Robert Gallo e il francese Luc Montagnier) che si trasformano in bracci di ferro fra stati prima di trovare una composizione. Ma anche con la puntuale sottovalutazione del ruolo delle donne nella ricerca (per esempio della francese Françoise Barré-Sinoussi, la prima a capire che la causa della malattia poteva essere legata a un retrovirus).
C’è la nuova domanda di partecipazione degli “esperti laici” che chiedono di abbattere le mura della torre d’avorio che separa la scienza dalla società e di entrare nelle stanze dove si decidono la ricerca e le applicazioni della ricerca.
C’è lo scontro tra scienziati in vista dei brevetti e tra multinazionali e autorità politiche (dei paesi in via di sviluppo) per l’affermazione del diritto alla salute. E c’è la difficoltà, estrema, a trovare un vaccino in grado di contrastare la malattia.
C’è l’Africa, con le sue peculiarità. C’è lo stigma che si abbatte su omosessuali, tossicodipendenti, haitiani, persone infette – ovvero sui deboli – e ci sono i deboli che trovano il coraggio e la forza di ribellarsi.
Ci sono la paura per il ritorno del quarto cavaliere dell’Apocalisse, dopo alcuni decenni in cui l’uomo di era illuso di averlo definitivamente sconfitto. E c’è, dunque, un nuovo, fiero colpo all’idea – a un’idea falsa – di progresso inarrestabile e di invincibilità della scienza e di sua figlia, la tecnologia.

Ma tra tutte queste chiavi di lettura di un libro ricco, rigoroso, documentato e ben scritto –forse il migliore e il più complesso che Cristiana, storica giornalista scientifica dell’Unità e ora collaboratrice di Strisciarossa, abbia finora pubblicato – ne proponiamo una, anche a rischio di apparire riduttivi. Ed è la chiave del rapporto tra migrazioni (di virus, animali e soprattutto di uomini) e malattie emergenti.
L’HIV è, infatti, il virus dei treni. E, poi, degli aerei. E dei camion. E delle punte degli aghi. Ovvero delle nuove capacità di spostarsi per il mondo – di migrare, in senso lato – che l’uomo ha acquisito soprattutto a partire dal XX secolo.
Il virus che causa la Sindrome da immunodeficienza acquisita (AIDS) è un virus vecchio, che circola in vari tipi tra le scimmie africane da alcune decine di migliaia di anni. Migrando di specie in specie, fino ad arrivare agli scimpanzé. Ma è solo di recente, all’incirca cento anni fa, che il virus è saltato dai cugini primati all’uomo. È avvenuto in Africa centrale, quando probabilmente un cacciatore si è contaminato entrando in contatto con il sangue di uno scimpanzé infetto.
Quel cacciatore non è stato, probabilmente, il primo uomo a entrare in contatto con il virus in Africa, dove l’HIV è nato. Ma, in precedenza, gli spostamenti lenti hanno impedito che il contagio si trasformasse in un’epidemia. Ma un secolo fa in Congo iniziano a svilupparsi le ferrovie e l’industria mineraria, con spostamenti di uomini massicci e veloci. Il cacciatore contagiato finisce così per diffondere a largo raggio l’agente infettivo. L’incubazione in Africa dura qualche decennio fino a quando nuovi modi di migrare lo diffondono nel mondo intero.

Il virus “vola” così ad Haiti – il percorso è stato ben ricostruito – con una “migrazione strana”. Dopo l’indipendenza dal Belgio e il ritiro degli europei, il Congo si ritrova, virtualmente, senza medici. Le autorità belghe hanno infatti impedito che nel paese si formasse una classe dirigente e colta locale. Su richiesta delle Nazioni Unite vengono fatti affluire nel paese africano medici e infermieri da tutto il mondo. Compresi alcune migliaia di sanitari haitiani. Qualcuno tra loro si infetta e, tornato in patria, diffonde il contagio. Altri voli – che spesso sono protagonisti di altre forme di migrazione, come il turismo sessuale – portano poi il virus da Haiti nel Nord America, dove, all’inizio degli anni ’80, la malattia viene scoperta. Qui si diffonde sia attraverso rapporti sessuali ( i più colpiti, all’inizio, sembrano gli omosessuali) sia attraverso la migrazione degli aghi, che senza alcuna prevenzione inoculano droga di braccio in braccio.
Ancora migrazioni aeree di europei che viaggiano – per affari, per turismo – portano il virus nel Vecchio Continente, dove si diffonde seguendo le medesime strade esplorate in Nord America.
Ma Cristiana Pulcinelli – snocciolando cifre tanto precise quanto tragiche – ricorda che la migrazione più imponente del virus si ha in Africa, prima verso l’Est e poi verso Sud, fino a colonizzare l’intera ed enorme area sub-sahariana. Ebbene, a diffondere il virus in tutta l’Africa al di sotto del grande deserto pare siano state le migrazioni dei camion. O meglio, dei camionisti. Sono loro che trasportano merci in lungo e in largo per il continente. Sono loro che, restando lontano da casa per giorni, settimane e mesi, contagiano le prostitute che incontrano lungo la strada, che a loro volta diffondono il virus.
Certo, questa chiave di lettura del libro di Cristiana Pulcinelli è fortemente riduttiva. Come abbiamo detto nelle 211 pagine del volume troviamo una ricostruzione organica di un vasto insieme di elementi e di storie che si intrecciano intorno alla vicenda AIDS. Tuttavia questa chiave di lettura ci porta dritto alle cause che, negli ultimi decenni, hanno consentito l’emergere di nuove malattie infettive e il ritorno del quarto cavaliere dell’Apocalisse. Le migrazioni umane verso ambienti relativamente vergini e, soprattutto, le migrazioni veloci tra aree lontane, inter e transcontinentali. Ultima nota: non sono stati gli africani ma gli americani e gli europei a portare il virus HIV fuori dall’Africa.