Storia dei Wayuu, travolti dalla crisi venezuelana. A rischio sopravvivenza

Qualche mese fa è uscito nelle sale cinematografiche anche italiane un film colombiano dei registi Ciro Guerra e Cristina Gallego, titolo “Pajaro de Verano “(Uccello d’estate). Era nella short list per la candidatura all’Oscar come miglior film straniero. Osceno il titolo in italiano “Oro verde, c’era una volta in Colombia”.
Ne ho parlato su Strisciarossa il 10 aprile 2019, qui il link.

oro verdeIl film è ambientato in una delle zone più aride della Colombia, nella zona di nord est del dipartimento di Guajira, una penisola che sporge sul mare Caraibico, verso il Venezuela. Non ci sono alberi, solo qualche cespuglio, non c’è l’acqua, solo capre e sassi, la vita è molto difficile per coloro che ci abitano, la popolazione indigena Wayuu, che parlano una loro lingua, la lingua Wayuunaiki appunto. Una parte vive in Venezuela. Sono circa 300.000 in totale. Sono probabilmente arrivati dalle Antille molti secoli fa ed hanno resistito ad invasioni e guerre proprio per la difficoltà di vivere nel loro territorio.
Negli ultimi anni le difficoltà per la popolazione indigene Wayuu si sono di molto ampliate. The New York Times del 30 luglio ha dedicato un lungo articolo alla popolazione Wayuu, a firma di Nicholas Casey. Titolo dell’articolo “They survived Colonization and War: but Venezuela’s Collapse Was too Much” (Sono sopravvissuti alla colonizzazione e alla guerra: ma il collasso del Venezuela è stato un colpo troppo forte”.

Travolti dalla crisi del Venezuela

Hanno sopravvissuto alla rivolte, rivoluzioni, persino alla separazione della loro popolazione quando furono create le frontiere nazionali tra Colombia e Venezuela. La loro terra non era ambita da nessuno vista la difficoltà di viverci. Si calcola che siano circa quattro milioni i venezuelani che hanno lasciato il loro paese a causa della fame, la mancanza di medicine e cure mediche, l’iperinflazione. Nel corso del prossimo anno coloro che hanno lasciato il Venezuela supereranno per numero i rifugiati Siriani. Una vera emergenza mondiale.
Il grande esodo ha investito anche la piccola popolazione Wayuu, che vive ancora con la antica organizzazione sociale e con la struttura tribale. Parlando una lingua che capiscono solo loro. I Wayuu in Venezuela hanno pensato che visto i grandi problemi in Venezuela potevano emigrare nella parte colombiana della loro terra, dove avrebbero trovato l’aiuto dei loro confratelli.
Il giornalista del The New York Times ha scelto un piccolo paese di frontiera tra Venezuela e Colombia, Parenstu, ed ha costruito il suo articolo tenendo sì presente la situazione generale dell’esodo tra Venezuela e Colombia (si stima che siano un milione e cinquecentomila i profughi venezuelani in Colombia) interrogando i Wayuu sia colombiani che quelli venezuelani profughi, ma prendendo quel piccolo paese (non si trova nemmeno sulle carte di Google Map) come un microcosmo che riflette la più grande crisi dell’America Latina di fronte alle migliaia di rifugiati venezuelani.

oro verdeL’esodo in Colombia

Dunque una popolazione di 300.000 persone con la stessa lingua e gli stessi costumi, divisa quasi a metà tra Colombia e Venezuela. Tutto bene quindi per i profughi? Da quel piccolo osservatorio, Parentsu, si capisce che non è così. Il responsabile per la crisi ai confini con il Venezuela, Felipe Munoz, ha osservato che sino a cinque anni fa vi erano 140.000 stranieri registrati in Colombia, che ha 49 milioni di abitanti. Ora sono un milione e quattrocentomila. Questa situazione non poteva non creare una grande crisi, generando una reazione.
Tranne i Wayuu a nessuno dei profughi interessa andare nel deserto della Guajira dove vivono i Wayuu colombiani con molti villaggi senza elettricità e senza acqua corrente. Ci sono stati cinque anni di siccità. Ci sono stati gravi problemi di mancanza di cibo.
La leader di Parentsu, Celinda Vangrieken, la cui famiglia vive da cento anni in quel piccolo paese, ha dichiarato che tra le centinaia di persone che vivono lì le decine di profughi dal Venezuela non sono visti di buon occhio. “Dicono che sì, sono anche loro Wayuu, sono anche loro di questa regione ma questa non è la loro terra”.

Si rischia un conflitto per la terra

Quindi il problema della xenofobia è irrisolvibile? Anche all’interno della stessa etnia? Il problema è che il deserto della Guajira è uno dei posti più aridi e difficili in cui vivere. Con poco cibo disponibile. Il giornalista ha raccolto le testimonianze dei Putchipu’u, i capi dei Wayuu che mediano e dirimono le dispute e inviano i messaggi tra i diversi clan. Temono i capi che possano sorgere a breve conflitti sanguinosi per la terra facendo risorgere le sanguinose guerre tribali tra le famiglie.
“Abbiamo paura che questa terra con così poche risorse non sia sufficiente per tutti. Ma dobbiamo considerare che dobbiamo aiutare in ogni caso i nostri fratelli dal Venezuela”. Altri abitanti di Parentsu dicono che i muovi venuti hanno portato malattie (la assistenza sanitaria è al collasso in Venezuela).

oro verde
Anche una tipica usanza tribale Wayuu è diventata un problema. Celinda Vangrieken ricorda il giorno che arrivarono dei Wayuu dal Venezuela portandosi dietro una piccola scatola con le ossa dei loro parenti. Secondo una tradizione Wayuu, 20 anni dopo che una persona muore, la famiglia ritorna al cimitero per quello che si chiama un secondo funerale, aprono le tombe, puliscono le ossa e le sotterrano di nuovo in un territorio da dove considerano siano arrivati i progenitori. Ed inoltre i parenti possono anche reclamare la terra dove riposano i resti e costruire le case lì vicino.

“Non voglio una guerra tra noi”

Succedeva qualche volta negli anni passati ma ora quegli insediamenti e quelle nuove tombe sono diventate il motivo perché altri Wayuu venezuelani pretendano di costruire la loro case nella zona.
Celinda Vangrieken concludeva osservando che i nuovi arrivati devono essere trattai come eguali, sono Wayuu come noi. “Non voglio una guerra con loro”.

Identità, etnia, diritti, proprietà, tradizioni. Le cause delle grandi e piccoli migrazioni sono molteplici. Le crisi economiche, la mancanza di diritti e di lavoro, fanno muovere ed hanno fatto spostare milioni e milioni di donne e uomini alla ricerca di luoghi dove la vita potrebbe essere migliore.

I Wayuu sono una piccola popolazione tribale che è stata costretta nei secoli ad andare a vivere in una delle zone più inospitali del pianeta. Ora la grande crisi del Venezuela sta provocando una crisi alimentare e una devastazione sociale che possono rimettere in discussione la sopravvivenza di una parte di questa antica popolazione tribale, che da secoli viveva nelle terre che sono poi diventate Colombia e Venezuela. Ci sono inviati e mediatori che stanno cercando di risolvere i problemi dei Wayuu e forse ci riusciranno, e questa piccola tragedia non esploderà in guerre sanguinose tra clan come quelle narrate nel film di cui si parlava all’inizio, dove si trattava del dominio sul traffico della droga a partire dagli anni sessanta.

Un difficile equilibrio

Le questioni sono complicate, difficili da risolvere, tante sono le variabili in gioco e trovare un equilibrio non è facile. Basterebbe poco a far esplodere la situazione, qualche slogan gridato da qualche leader improvvisato, qualche soluzione semplicistica, la chiusura delle frontiere, la distinzione tra chi ha sangue Wayuu di qua e di là della frontiera (sino ad alcuni anni fa erano i colombiani che andavano in Venezuela a cercare lavoro).

Un piccolo paese sperduto in una zona del mondo dimenticata. Una metafora della situazione del mondo, dove si spera prevarrà la coscienza che cercare soluzioni è difficile ma è la ragione che ci distingue dagli altri animali che vivono sulla terra. Combattendo quella curiosa caratteristica che hanno gli umani (uno sbaglio della evoluzione?) di odiarsi e di massacrarsi per i motivi più diversi.