Stati generali?
E’ ora di tirare fuori
un programma
di governo

Per usare un’espressione poco originale, era inevitabile che prima o poi i nodi venissero al pettine. Il problema, il grande problema, è che quel prima o poi coincide con la fase più drammatica del Paese. I nodi invece si sono formati all’incirca dieci mesi fa, alla nascita dell’esecutivo giallo-rosso, e riguardano la mancanza di un vero programma di governo. Un limite forse inevitabile, visti i tempi e i modi con cui il “Conte 2”, formato da 5 Stelle e centrosinistra, si è sostituito al “Conte 1”, formato da 5 Stelle e leghisti. Con obiettivi abbastanza generici – considerate le differenze tra i nuovi alleati – e con qualche ambiguità di troppo. E senza – per citare un’altra espressione abusata – una vera “idea di Paese”.

Se si insegue la convegnistica

Suona alquanto bizzarro che questo progetto possa spuntare all’improvviso dai fantomatici Stati generali dell’economia e delle “menti brillanti” voluti dal presidente Conte 2. Anche perché più che di convegnistica sarebbe il tempo, non più rinviabile, di scelte concrete, di atti di governo.

C’è una pre-condizione, in tutta la gigantesca partita sul futuro prossimo dell’Italia, che non può essere elusa un minuto di più e riguarda l’utilizzo degli ingenti aiuti dell’Europa. Di tutti gli aiuti. A cominciare da quelli, esigibili sin da domani, del Fondo salva stati, il Mes: circa 37 miliardi di Euro per rimettere in sesto la sanità pubblica messa a dura prova da anni di tagli e dalla durissima battaglia contro il Covid-19. Non è immaginabile che – per tenere a bada il suo Movimento di provenienza – Conte 2 continui a tergiversare, ad attendere le scelte che farà in proposito la Francia, come se le condizioni di Roma e di Parigi fossero sovrapponibili. Ecco, una scelta concreta che non ha bisogno di “menti brillanti” per essere adottata e messa in pratica. Il presidente del Consiglio ne avrà finalmente il coraggio?

I conflitti si governano con la politica

Il timore serpeggia tra i sostenitori più responsabili del suo esecutivo, ovvero il Pd. Dal centrosinistra si comincia (!) a guardare con sospetto alle mosse del premier, che appare sempre più interessato a giocare la sua partita personale (un partito, una lista, approfittando magari della popolarità guadagnata all’inizio dell’emergenza sanitaria) più che a realizzare un programma collettivo. Anche perché – come detto – quel programma non c’è ancora, se non in piccole parti. Basta osservare l’enorme confusione che regna in un settore strategico come quello della scuola o all’assenza di interventi in tema di immigrazione che ha come risultato di lasciare in vigore le politiche xenofobe di Salvini e Di Maio. Provvederà adesso qualche “mente brillante”? O in economia: sarebbe assurdo negare o anche solo sminuire le differenze tra la nuova leadership di Confindustria – che al pari della destra chiede meno tasse per tutti, ovvero per i redditi maggiori – e i sindacati. Ma i conflitti si governano con la politica, non con i convegni, e le scelte vanno fatte dalla politica e non da qualche intellettuale simpatizzante. A costo di scontentare qualcuno. Se non un’”idea di Paese” si indichi almeno una direzione di marcia: spetterà a chi sta al timone tenere la barra dritta.