Raggi prigioniera dello stadio e dei grillini

Virginia Raggi è sempre più sola, asserragliata in Campidoglio. I suoi cominciano a pensare se non sia arrivato il momento di scaricarla. Anche il ministro della giustizia annuncia che se condannata per la vicenda Marra (ricordate? Sembrano passati anni) lei si dovrà dimettere. E il vicepremier Di Maio si dichiara insoddisfatto della sua amministrazione. Ma poi? Chi garantirà che dopo un fallimento riuscirebbero a riconquistare il Comune di Roma?

La cosa curiosa è che nessuno si fa qualche domanda sul merito. Lo Stadio della Roma deve farsi proprio lì, nelle aree di Parnasi, quelle per cui lui, secondo le accuse, sarebber stato tanto solerte a ungere, accarezzare, corrompere? O un’amministrazione seria dovrebbe riprendere in mano la questione, decidere da sola – e non sotto l’impulso di questo o quel costruttore, e non per l’interesse di questo o quell’imprenditore privato – far lavorare gli uffici e decidere nell’interesse della città?
Dovrebbe. E invece non succede.


Eppure. Eppure il cantiere ancora non  è aperto. Eppure la conferenza dei servizi ancora non ha dato il via libera all’opera. C’è il tempo necessario a rivedere, riesaminare, correggere, limare. In Campidoglio invece si preoccupano dell’assenza forzata del costruttore Parnasi, in manette. Probabilmente darà le dimissioni da Eurnova, la sua società, quella che possiede le aree da costruire. Una volta nominato un altro presidente, per il Comune tutto potrebbe riprendere come prima. Oppure potrebbe intervenire il Ministero dell’economia, utilizzando la società di gestione del risparmio pubblico, l’Invimit, che già si candida. Ma come? Sullo stesso luogo, che presenta molte criticità. Sullo stesso progetto monco di opere pubbliche, su cui si è tanto affannato Parnasi. Senza ponte e svincoli stradali. Nonostante il fatto che l’archiviazione del vincolo sull’ippodromo sia stato più che discutibilmente – lo deciderà il tribunale – avallato dal soprintendente Prosperetti su impulso dell’ex capo segreteria del ministro dei Beni culturali (sì, lo stesso Prosperetti del teatro sul Palatino) pare con dazione di denaro al funzionario del Mibac.


Niente, non fa niente. L’idea che la corruzione serve per ottenere cose a cui non si ha diritto, sulle spalle della comunità, non tange il Movimento cinque stelle e i suoi dirigenti, terrorizzati da Pallotta e dai romanisti e dal possibile effetto elettorale. E invece potrebbero riesaminare, spiegare, esercitare un po’ di trasparenza, finalmente, per far capire che qualche mese in più val bene l’interesse pubblico. Il progetto va avanti, così com’è, e spiace per un architetto bravo come Paolo Desideri che vedrà negli anni il suo nome legato a un’opera che parte così male e con tanti handicap.
Ridicola infine è la lite su Lanzalone, chi l’abbia scelto e messo al suo posto di facilitatore di affari. I dirigenti M5s che buttano la croce sulla sindaca, lei che dice: me l’hanno imposto. E non si rende conto, così, che rende esplicito quel che finora era intuibile ma implicito, l’eterodirezione del governo di Roma. Lei è una passacarte, tutto qua. Le cose serie le decidono altrove. Dove? Chi? Il movimento della trasparenza, qui, è piuttosto opaco. Non resta che cercare di indovinare: Casaleggio, o Grillo, o Rousseau. Chissà.