Stabilimento Whirlpool
di Napoli: ultimo
drammatico atto

Hanno impiegato la mattinata a svuotare gli armadietti per ritirare gli effetti personali, poi nel pomeriggio sono scesi di nuovo in strada. Svuotati, inebetiti dall’ultima mazzata – il fallimento della proposta di mediazione avanzata dal governo per bocca del premier Conte – hanno lasciato che la loro disperazione tracimasse sui basoli di pietra lavica con cui i Borbone pavimentarono all’inizio dell’Ottocento la periferia orientale di Napoli. I 350 lavoratori dello stabilimento Whirlpool di Ponticelli dalla mezzanotte del 31 ottobre saranno degli ex; si chiude un’esperienza industriale durata più di sessant’anni perché così vogliono le leggi spietate, disumane, della globalizzazione neoliberista.

Non sono bastate le promesse, gli impegni di Conte e dei due ministri, spintisi a assicurare, da subito, una decontribuzione del 30% in caso di revoca dei licenziamenti: i vertici aziendali sono apparsi irremovibili, perfino infastiditi per la perdita di tempo ulteriore. Magari avevano un volo prenotato per l’India, da dove riprenderanno a produrre gli stessi frigoriferi e le stesse lavatrici che si producevano a Napoli.

Loro, i lavoratori Whirlpool che in un atto estremo di attaccamento alla fabbrica ancora indossavano le felpe aziendali con tanto di logo, dopo una lunga assemblea nel capannone di via Argine, hanno inscenato un blocco stradale di circa un’ora. Più per forza d’inerzia che per effettiva, intima, convinzione che potesse servire a qualcosa. Alla fine, hanno desistito anche da quell’ulteriore, estrema, forma di protesta. La dignità di chi si sente operaio, lavoratore, e responsabilmente, in un momento di crisi devastante per l’aggravamento – ma forse sarebbe meglio dire impazzimento – della situazione epidemiologica, si scosta di lato. Hai visto mai che la strada libera serva a qualche ambulanza che deve trasportare un malato di Covid in ospedali che, ormai, per decreto regionale, non possono più intervenire nemmeno se ti sloghi una caviglia scendendo le scale di casa. Ma questa è un’altra storia. O forse, è la stessa storia di una regione, di una terra, di una città, costrette a flettersi nuovamente sperando di non spezzarsi nemmeno stavolta.

Il dramma si consuma mentre tutt’intorno è Covid, solamente Covid e niente più. Minaccia “azioni eclatanti” Rosario Raffo, della segreteria della Fiom, “e non dico quali, perché le azioni eclatanti si praticano, e non si anticipano”. Lo “schiaffo” al governo grida vendetta, perché con il deciso “niet” di ieri la multinazionale si è rimangiata definitivamente un accordo sottoscritto appena due anni fa, nel 2018, al ministero dello Sviluppo Economico. E ora si teme un effetto slavina: che la chiusura dello stabilimento di via Argine, cioè, inneschi un meccanismo che potrebbe portare al disimpegno dell’azienda su tutto il territorio nazionale.

Il 5 novembre quel che resta – veramente poco –dell’industria campana si fermerà in segno di solidarietà con i 350 di via Argine. Alle 7 di sera le luci di Palazzo San Giacomo si sono spente, mentre l’inquilino più importante, il sindaco De Magistris, con il vertice tra governo, azienda e sindacato ancora in corso, utilizzava ogni mezzo a disposizione per lanciare la sua idea: un azionariato misto, in cui far entrare tutte le istituzioni del territorio, dal Comune alla città metropolitana, alla Regione. Una compagine che, con il sostegno di un privato, dia vita “alla prima fabbrica bene comune del Paese”.

Al sindaco la fantasia non difetta, com’è noto. Poi, però, bisogna fare i conti con la realtà. E la realtà dice che il Comune, che balla da anni sull’orlo del dissesto e ogni volta deve fare un triplo salto mortale per non caderci dentro, non ha un euro. La Città metropolitana non se la passa meglio. La Regione in questo momento ha altro a cui pensare tenuto conto che, tra maggio e luglio, sull’altare della pandemia ha immolato 960 milioni di euro di fondi europei che erano destinati allo sviluppo e sono stati distribuiti tra partite Iva, pensionati al minimo e categorie produttive danneggiate dal lockdown di primavera; con non poche perplessità da parte di Bruxelles che, sentendo puzza di mance elettorali, ha già chiesto chiarimenti. Del fantomatico “socio privato”, infine, non si conoscono né l’identità, né le fattezze né, soprattutto, la consistenza economica.

Da Largo Donnaregina, sede della Curia, fa sentire la sua voce anche il cardinale Sepe: “Bisogna salvare un’azienda che rappresenta una eccellenza nel mondo produttivo cittadino e meridionale – sottolinea. Occorre tutelare i lavoratori e le loro famiglie. Napoli, già provata sul piano occupazionale e sociale, non può essere ulteriormente privata di una struttura produttiva valida e apprezzata sui mercati”. Chissà, se oltre che con le agenzie di stampa, ha avuto il tempo di scambiare quattro chiacchiere anche con San Gennaro.