Squalifica Agnelli,
solo una carezza

C’è tutto il calcio italiano nella sentenza che ha condannato ad un anno di squalifica il presidente della Juve, Andrea Agnelli. La Procura calcistica aveva chiesto due anni e mezzo. L’accusa: la Juve aveva favorito il bagarinaggio allacciando rapporti con personaggi della ’ndrangheta. Così la società, dispensando biglietti, avrebbe tenuto buoni gli ultrà. Una sentenza che, sebbene riconosca la colpevolezza del numero 1 juventino e dei suoi collaboratori, è quasi una carezza per il massimo dirigente del club più prestigioso d’Italia. Che aveva rapporti con personaggi malavitosi, capi della parte più dura del tifo bianconero.
Un verdetto che sa di compromesso e sancisce come giusta la linea che la stragrande maggioranza delle società di serie A e B continua a tenere (per non parlare di quello che accade nei cosiddetti campionati minori): far finta di niente, non accorgersi di quanto succede in curva (e non solo), o, peggio, premiare in qualche modo gli atteggiamenti ricattatori. O mi dai i biglietti oppure ti scateno il casino. E le società si adeguano, si voltano dall’altra parte, scendono a compromessi in perfetto stile don Abbondio. Anche le più blasonate e ricche, come la Juve.
Per chi non lo sapesse, la vicenda (che la stragrande maggioranza della stampa ha tenuto sotto silenzio, quasi un atteggiamento deferente verso casa Agnelli) è una bruttissima storia: la magistratura ordinaria torinese ha svolto un’indagine – chiamata Alto Piemonte – in cui è venuto fuori come la criminalità calabrese avesse piazzato i suoi uomini dentro la curva bianconera. Dentro lo Stadium, il gioiello della Juve. In sostanza, dal 2011 il club bianconero riforniva di biglietti, si parla di migliaia di biglietti, ai gruppi organizzati che poi, con quella abbondanza di tagliandi di ingresso, avrebbero fatto i loro affari rivendendoli al mercato nero. Attraverso alti dirigenti della società torinese, collaboratori del presidente, questi biglietti finivano nella mani di personaggi come Rocco Dominello, un capo ultrà, figlio di un personaggio condannato e legato alle cosche di Rosarno, condannato a sua volta a 7 anni e 9 mesi nel processo Alto Piemonte. Agnelli ha ammesso di aver incontrato in qualche occasione Dominello, ma si è difeso dicendo di non sapere che fosse legato alla criminalità organizzata. Va detto e sottolineato che in sede penale la Juve non ha dovuto subire nessuna conseguenza di questo atteggiamento, come dire, poco vigile. Nessun dirigente è mai stato indagato.
Ma una volta trasferito il processo in sede sportiva, le cose sono cambiate. La Procura della Federcalcio ha usato parole dure e chiesto pene severe, rivelando come l’atteggiamento della Juve avesse favorito, in qualche modo, il bagarinaggio e le infiltrazioni mafiose. Per questo, il procuratore federale Giuseppe Pecoraro a metà settembre chiese una pena esemplare: squalifica per 2 anni e 6 mesi per Andrea Agnelli e un’ammenda da 50 mila euro. Richieste più o meno estese agli altri dirigenti del club.
La sentenza del tribunale sportivo di primo grado è significativa, nonostante lo sconto. Per la commissione giudicante e per il suo presidente Cesare Mastrocola “sono emersi elementi di chiara consapevolezza a carico degli odierni deferiti e, conseguentemente della società Juventus”. E che per quanto riguarda Agnelli “la invocata estraneità del presidente non può ritenersi tale”. Tuttavia la commissione dice che “non è stata fornita prova concreta” dell’accusa più imbarazzante: la frequentazione di personaggi mafiosi. Aggiungendo come il numero 1 bianconero fosse “inconsapevole del presunto ruolo malavitoso. Il tribunale non ritiene quindi sufficientemente provato che una simile frequentazione fosse dotata della “consapevolezza” riferita allo status di quei tifosi”. Il tribunale ha anche escluso che ci siano state estorsioni ai danni del club. “La notizia ufficiale riferita alla presunta appartenenza dei citati soggetti a cosche illecite venne resa pubblica in epoca successiva rispetto ai rapporti intercorrenti tra la dirigenza e la tifoseria”.
Resta il fatto che il mondo del calcio del nostro Paese non riesce a recidere i legami con il mondo ultrà. Non diminuiscono gli episodi di compromesso e di silenzio con le frange delle tifoserie più violente. Questa è una delle caratteristiche del pallone nostrano. Fuori dall’Italia, non succede nulla di tutto questo. D’altro canto, nell’aprile dello scorso anno, al Senato della Repubblica è stata data la parola ad un signore, il capo degli ultrà dell’Atalanta, sorvegliato speciale, ricevuto con tutti gli onori da parlamentari del Pd, 5Stelle, Lega e Sel.