Spinazzola, tra Manzoni e Linus
il coraggio del critico che amava l’Unità

Vittorio Spinazzola ci ha lasciato. E’ morto l’altro giorno all’alba. Aveva novant’anni. Era nato nel 1930 a Milano e a Milano era vissuto, a Milano aveva insegnato, professore ordinario alla Statale, e aveva combattuto le sue battaglie, tra cultura e politica, tra l’università e la federazione del Pci (spesso negli organismi dirigenti), tra la leggendaria Casa della Cultura di via Borgogna (di cui era stato presidente dal 1992 al 2014, ereditando il lavoro di Cesare Musatti) e, naturalmente, l’Unità.

Perché il “professor Spinazzola” (in quel “professore” noi giovani redattori d’allora intendevamo manifestare un affettuoso omaggio che lui genuinamente ricambiava: era uno scambio che sfumava nell’ironia) ha scritto molto per l’Unità, con i tempi lunghi dell’accademico che ci facevano soffrire ma con la chiarezza e la lucidità e la profondità che rendevano i suoi articoli sempre preziosi. (Per correttezza dovrei però ricordare il primo gennaio di non ricordo quale anno, tra feste e postumi delle feste. Ero in redazione con pochi colleghi quando arrivò la notizia della morte di un popolare scrittore italiano. Si doveva cercare il “critico illustre”, sopravvissuto ai brindisi di Capodanno. Spinazzola mi salvò. Il professore mi spedì rapidamente il suo articolo: come se si fosse sentito ”in dovere di farlo” per la sua Unità).

Ho usato prima la parola “accademico” e Spinazzola “accademico” lo era non solo per la cattedra di letteratura italiana, ma anche per il suo stile: sempre elegante in grigio, camicia bianca e cravatta, spesso il gilerino di lana in tono, portamento misurato, lo sguardo severo, il passo controllato come controllate erano le sue parole. Ma Spinazzola era al tempo stesso antiaccademico, intanto per il rapporto che coltivava con i suoi allievi. Era un autentico “maestro”, scrupolosamente attento alla formazione dei giovani, che voleva certo colti ma anche criticamente aperti, pronti a cogliere il valore della storia ma anche quello della novità: nella letteratura e nella società, che leggeva strettamente connesse. I migliori hanno intrapreso strade diverse: credo che resteranno sempre gli “spinazzoliani” (così li chiamava Goffredo Fofi, quando partecipavano alle riunioni di redazione per le sue riviste).

A molti ha offerto uno spazio di scrittura attraverso un libro-annuario, pubblicato per lungo tempo, che cercava di documentare i fenomeni nuovi, letterari ed editoriali, sulla scena italiana, presentando titoli e generi diversi, incrociando cinema, romanzo, fumetto, televisione, senza mai trascurare l’orizzonte sociale. Era stato “Pubblico” per un decennio, dopo una pausa divenne “Tirature”. “Pubblico” e “Tirature” si affermarono tra i lettori curiosi come guide alla interpretazione dello “stato della nazione”, una nazione assai complicata e varia, che accanto al grande romanzo ottocentesco non trascurava di considerare gialli, racconti di fantascienza oppure horror, cartoon riviste diffusissime (non mancava nell’universo spinazzoliano lo storico “Grand hotel”, così come non mancavano i settimanali femminili, palestre di scrittura rosa, alla Carolina Invernizio, da lui assai amata).

Vittorio Spinazzola è stato un critico che ha rotto gli schemi. In un bellissimo (e godibilissimo) libro, pubblicato nel 1995 da Rizzoli, sono raccolti numerosi suoi scritti d’epoche diverse. Il titolo rende subito l’idea: “L’immaginazione divertente. Il giallo il rosa il porno il fumetto”. Si può leggere di Linus (la dedica è a O.d.B, Oreste del Buono), di Charlie Brown, di Diabolik, di Kriminal… Anche di Gramsci, perché ricostruendo la propria formazione, a partire dal “Corriere dei piccoli” e poi con “Topolino”, “L’intrepido”, “L’avventuroso”, Spinazzola arriva al fondatore del Pci: “Il mio maggior maestro negli anni universitari è stato Gramsci. Da lui mi è venuto il principio cardine che i gusti e le preferenze della gente comune vanno esaminati con serietà: ossia che va compiuto ogni sforzo per capire quale funzione estetica assolvano, presso il pubblico meno colto, prodotti indubbiamente privi dei requisiti di artisticità più convenuti”. Però secondo Spinazzola Gramsci tendeva a semplificare i problemi individuati, inquadrandoli in una prospettiva di pedagogismo contenutistico.

Voleva insegnare e redimere. Invece si doveva cercare altro. E qui tocca il tasto dolente del neorealismo post bellico: “I film neorealisti erano per lo più dei fallimenti commerciali. Il pubblico popolare di sinistra, che avrebbe dovuto riconoscersi nel loro impegno civile, non andava a vederli; e decretava il successo di pellicole le quali apparivano lontane abissalmente dal suo mondo materiale e mentale, dai suoi interessi costituiti e orientamenti politici. Evidentemente le riteneva più godibili… Avevano del tutto torto questi spettatori e bastava biasimarli dottrinariamente, con disprezzo sommario? Non me la sentivo…”.

Di qui un esercizio della critica assai originale, che misurava creazione e produzione con la soddisfazione dei bisogni immateriali delle persone, meccanismi e aspirazioni, offerta e intrattenimento. Senza per questo rinunciare ad alcuna responsabilità di giudizio, perché certo Vittorio Spinazzola si è occupato di consumo e di consumi, si è studiato le classifiche dei più venduti, non ha gettato alle ortiche i bestsellers, ma non ha mai abdicato alla sua funzione: “Il critico è fatto apposta per discriminare, per distinguere”. Con gusto per l’apertura, ma con piena consapevolezza della storia letteraria e dei suoi caposaldi. Virginia Woolf, in un saggio famoso, diceva di apprezzare l’alta letteratura (high brow, sopracciglio alto), ma di mirare con interesse anche alla bassa letteratura (low brow). Disprezzava ciò che sta in mezzo, levigato, accattivante, furbo, seducente, ma alla fine insignificante.

Vittorio Spinazzola si è mosso tra Alessandro Manzoni e Salgari, tra Gadda e Linus, costruendo una geografia della cultura e insieme una mappa del paese e dei suoi cambiamenti, con spirito illuministico, per aiutarci a capire e magari a cambiare ciò che andrebbe cambiato, nel segno della democrazia (anche “La democrazia letteraria”, come suggeriva un altro suo lavoro teorico).

Chiudiamo con le sue parole: “… sono un intellettuale tanto esigente da non accontentarmi dei prodotti della letteratura più intellettualizzata; e tanto poco schizzinoso da cercar di trarre profitto anche da quelli della letteratura più semplificata”.