Misteri ed errori sul caso Skripal

Quali sono le prove sulla base delle quali la Gran Bretagna, gli Stati Uniti e quasi tutti i paesi dell’Unione europea hanno ingaggiato la più aspra guerra diplomatica con la Russia dai tempi della guerra fredda (e anche da prima)? Si può rispondere tranquillamente che non ci sono, giacché nessun governo ne ha fatto anche indirettamente, anche vagamente cenno nel momento in cui annunciava la sua entrata nella guerra delle spie. E prove che non vengano rese pubbliche non sono, per definizione, prove.

Stiamo agli atti. Le ritorsioni contro Mosca sono state decise sulla base di quello che appare come un atto di fiducia verso Teresa May e il suo ministro degli Esteri Boris Johnson. Tutti gli elementi che sono stati resi pubblici in merito alla ricostruzione dei fatti del caso Skripal presentano agli occhi dell’opinione pubblica debolezze logiche e contraddizioni evidenti. Vediamone soltanto due. La prima: perché i russi avrebbero dovuto liquidare un’ex spia che nel 2010 avevano essi stessi liberato, insieme con altri tre agenti, in cambio di una decina di spie russe arrestate in America? Se ritenevano che Sergeij Skripal (che comunque era un pesce piccolo, condannato a una pena di 13 anni abbastanza mite per gli standard russi) avrebbe potuto danneggiarli perché mai gli avrebbero permesso di andare in Gran Bretagna? La seconda: una decina di giorni fa fonti investigative inglesi hanno sostenuto che il gas nervino Novichok utilizzato nell’attentato sarebbe stato portato a Londra inconsapevolmente dalla stessa figlia di Skripal, Yulija, nascosto in una boccetta di profumo o nella confezione di un regalo per il padre. Tutti i media occidentali hanno preso per buona questa ricostruzione dei fatti, ma pochissimi hanno riportato l’opinione riferita in un’intervista rilasciata pochi giorni dopo al Telegraph dal chimico Vil Mirzayanov, rifugiato negli USA dagli anni ’60, che fu uno degli inventori del Novichok. Il gas – ha detto Mirzayanov – deve essere attivato con due sostanze diverse, che debbono essere miscelate immediatamente prima della sua utilizzazione. Il che, se il chimico dice la verità, manda gambe all’aria la ricostruzione fornita alla stampa: il gas non sarebbe arrivato da Mosca, almeno non nel modo descritto dagli inquirenti britannici.

Può darsi che esistano delle spiegazioni per queste incongruenze, che peraltro non sono le sole. Ma qualcuno dei governi, e dei servizi di informazioni, dei paesi che sono scesi in campo ne ha chiesto ragione agli inglesi? Se lo avessero fatto probabilmente se ne sarebbe avuta qualche contezza mentre, per quanto risulta agli atti, nessun governo e nessun servizio ha detto di aver ricevuto prove certe da Londra. D’altronde, se le avessero avute avrebbero avuto tutto l’interesse a dirlo. O almeno a farlo capire.

No. L’impressione è che dietro la guerra delle spie ci siano ragioni soltanto politiche. Quali? Una potrebbe essere la volontà degli europei di venire in soccorso della premier britannica, coprendo la sua precipitazione e ancor più quella del suo ministro degli Esteri, in un momento di massima difficoltà in patria. I paesi dell’Unione possono aver pensato che fosse inopportuno aggravare quelle difficoltà nel momento in cui, anche perché il governo di Londra ha ammorbidito leggermente le proprie posizioni, accenna a sbloccarsi il duro negoziato post Brexit. Un’altra, anche più credibile, è che dietro questa prova di unità ci sia il proposito di ricompattare la NATO nel momento in cui più complicate e più tese si vanno facendo le relazioni tra gli Stati Uniti di Donald Trump e gli europei (e i canadesi). Non a caso tra i primissimi a proclamare la propria “solidarietà” con Londra è stato il segretario generale dell’alleanza Jens Stoltenberg. E non a caso nei commenti di queste ore si tende in modo molto evidente a sottolineare la compattezza della risposta occidentale. D’altra parte non è certo una novità: l’adozione di una linea dura nei confronti di Mosca è stato sempre un collante per l’alleanza.

Che la strategia di tenere sempre sotto pressione il Cremlino, spostando verso oriente i confini della Nato, acquisendo all’alleanza paesi come le repubbliche baltiche che furono parte del territorio dell’URSS, facendo balenare l’allargamento all’Ucraina e alla Georgia abbia prodotto risultati positivi per l’occidente è molto, molto dubbio. Il recente plebiscito elettorale per Putin, avvenuto proprio nel momento in cui più dure erano le accuse occidentali nei suoi confronti, dovrebbe essere considerata come l’ultima dimostrazione che non è certo questo il modo di combattere la dittatura che il nuovo zar sta imponendo al suo paese e di aiutare il popolo russo e gli oppositori democratici che si battono contro il regime.