Sostenere la sostenibilità, stop ai sussidi per chi inquina

Quello che colpisce di più del decreto Clima, proposto dal Governo in questi giorni per non andare al Summit dell’ONU a mani vuote e sul quale si è aperto un confronto sulle coperture finanziarie, è un passaggio, che sembra un’azione positiva, ovvero la riduzione “delle spese fiscali dannose per l’ambiente”, ma che invece, apre una finestra sul vasto, vastissimo sistema di agevolazioni, incentivi, esenzioni che lo Stato italiano concede a tutte quelle attività che direttamente o indirettamente danneggiano l’ambiente.

Pesanti danni all’ambiente

Ce n’è per tutti: agricoltura, pesca, energia. Quando l’OCSE ha ribadito la necessità di rimuovere questa palese stortura, ha motivato la richiesta con la dimostrazione che i sussidi sono “economicamente inefficienti e distorsivi del mercato; possono provocare danni ambientali sia direttamente incentivando attività che direttamente danneggiano l’ambiente, sia indirettamente riducendo il costo di un’attività che utilizza inputs che impongono un pesante onere sull’ambiente; alcuni danni sono confinati nel Paese che fornisce il sussidio, ma altri hanno effetti transfrontalieri; i sussidi impongono un onere ai bilanci pubblici e ai contribuenti che risultano particolarmente discutibili quando sono dannosi per l’ambiente, iniqui o inefficienti socialmente; il peso fiscale legato a un sussidio determina che minori risorse siano potenzialmente disponibili per altri scopi pubblici (es. ricerca di energia pulita, innovazione o sicurezza sociale)”.

In realtà anche da noi in Italia, fatta salva la situazione clamorosa del CIP6, sussidio dato anche ai combustibili fossili “assimilati” alle fonti rinnovabili, si sa poco su quali attività sono coinvolte da incentivazioni dannose ambientalmente e quale danno mantengono in piedi. Spulciare il Catalogo dei Sussidi Ambientalmente Dannosi (SAD) , che il Ministero dell’Ambiente pubblica con cadenza annuale sul suo sito, rende perfettamente la dimensione del fenomeno e dimostra come esista uno Stato schizofrenico, che agevola (è il termine giusto) un danno ambientale che invece dovrebbe combattere con la lotta ai cambiamenti climatici dei quali si riempie la bocca. E questo senza soluzione di continuità tra tutti i governi che si stanno avvicendando da molti anni a questa parte.

Sostenere la sostenibilità

Agevolare è proprio la parola giusta perché sono tutti incentivi, esenzioni, sussidi, che vengono concessi a prescindere dalla qualità delle produzioni e attività in essere e dal danno ambientale che generano. Esempi ce ne sono a iosa. Prendiamo i SAD (sussidi ambientalmente dannosi) in agricoltura. Ci sono riduzioni fiscali per le imprese che esercitano la pesca , sostegno per la zootecnia da carne, sostegno per i seminativi, premi per pomodori da industria, sostegno per la zootecnia bovina, incentivi per la zootecnia bufalina.

E’ chiaro che è ben presente in chi scrive l’importanza di mantenere in piedi attività e produzioni che senza aiuti potrebbero scomparire e settori come l’agricoltura che contrastano il fenomeno dell’abbandono delle campagne e delle attività agricole, ma agire efficacemente per gli uni (i settori coinvolti) e per l’altro (il danno ambientale) suggerirebbe un approccio mirato a studiare caso per caso, la trasformazione del sussidio in meccanismo che subordini la fruizione del beneficio all’adozione di buone pratiche.

Gli allevamenti zootecnici risultano responsabili di rilevanti emissioni in atmosfera di gas metano e protossido di azoto (due gas serra) e di elevate emissioni di ammoniaca, la quale è suscettibile di trasformarsi in aerosol nitrati e ammonio due importanti costituenti del particolato fine secondario. Basterebbe quindi subordinare la concessione dello stesso beneficio all’adozione di buone pratiche in allevamento. Così come il sussidio alla coltura del riso, di cui l’Italia è primo produttore UE, elemento caratteristico del nostro paesaggio agricolo e che contribuisce al mantenimento delle zone umide rilevanti per la conservazione della biodiversità, ma che incrementa il rischio di percolato di azoto nelle falde e nei suoli, andrebbe trasformato introducendo una condizionalità basata sul System of Rice Intensification , una tecnica che riduce la quantità di acqua.

I fondi per i combustibili fossili

Stiamo parlando di milioni di euro che potrebbero essere utili a trasformare interi settori in senso bio sostenibile e a dare contestualmente un contributo importante alla lotta ai cambiamenti climatici. Per non parlare poi del sistema energetico. Lì, le più eclatanti distorsioni, visto che gran parte dei meccanismi incentivanti sono sussidi ai combustibili fossili. Riduzioni delle accise per tutti: energia elettrica, carburanti per navigazione marittima, aerea e ferroviaria, gas naturale impiegato negli usi di cantiere ma anche nelle operazioni per l’estrazione di idrocarburi, GPL per gli impianti di uso industriale, prodotti energetici per altiforni, differente trattamento tra benzina e gasolio. E poi, fondi per ricerca sugli idrocarburi (petrolio e gas), fondi per ricerca e sviluppo sul carbone, ed i famigerati CIP6.

Questo per parlare solo dei sussidi diretti. Che per quelli indiretti esiste un ampio capitolo a parte. Alla luce di questi dati, si comprende bene perché un autorevole studioso, l’ex ministro dell’Ambiente Edo Ronchi dica che è sbagliato l’approccio “del taglio dei sussidi inquinanti pari al 10% annuo a partire dal 2020 sino al progressivo annullamento entro il 2040”, poiché “non è con un taglio lineare – ci spiega Edo Ronchi – che si può mettere mano al complesso e diversificato sistema dei sussidi inquinanti”. La nuova disposizione va stralciata dal decreto Clima che dà risposte molto parziali a problematiche complesse, e affrontato in modo sistemico, valutando caso per caso e inserendolo nel più ampio piano strategico europeo di riduzione del danno ambientale e di lotta ai cambiamenti climatici.