Giganti americani
e il nano Trump

È sicuramente tempo di mutar rotta. È tempo, per ripetere le parole di Walter Lippmann (1), “di destarsi, di stare all’erta, di mostrar vigore, di non rimasticare più le stesse frasi fatte, di non pestare più le stesse tracce”.

Ma innanzi tutto ricordiamoci che, ci piaccia o no, questo è tempo di mutamento. E, siccome il nostro popolo ha avviato il mutamento del mondo, io penso che tutto questo ci dovrebbe piacere, per quanto arduo sia il compito. Infatti solo quando il compito è sommamente arduo, una nazione sa dare il meglio di sé. E non si tratta tanto di decidere se, in un mondo che muta, noi sapremo reagire nella maniera che si conviene alla “terra dei liberi”, alla “patria dei popoli”, se sapremo cavarcela in questi anni cruciali, alla testa del mondo; se saremo all’altezza dei compiti che ci attendono.

Il problema è un altro: fare il possibile perché i mutamenti che ci avvengono attorno – nelle città, nelle campagne, nell’economia, nel mondo occidentale, nel mondo neutrale, nell’impero sovietico, in tutti i continenti – rechino maggiore libertà a un maggior numero di uomini, rechino la pace al mondo. Il ferro che si va forgiando nel mondo nuovo sta per essere colato nello stampo. Noi dobbiamo dargli forma; dobbiamo trasformarlo, per quanto è possibile, nel mondo che noi vogliamo: per noi, per i nostri figli, per tutti gli uomini.

Questa è la ragione per cui dobbiamo assumere ancora i compiti dell’America e raddoppiare gli sforzi. Sembra invero che abbiamo perso il senso dell’impegno americano e la volontà di portarlo a termine.

La nostra Dichiarazione d’Indipendenza dava speranze al mondo intero perché parlava di libertà per “tutti gli uomini” e non per pochi privilegiati. E ogni volta che si è affermato l’impegno americano – il discorso di Gettysburg (2), i “Quattordici Punti” di Wilson (3), il preambolo al Piano Marshall – sempre si è insistito sui diritti e sui bisogni di “tutti gli uomini”. In diverse occasioni noi abbiamo attestato la nostra fede nazionale, e al nostro impegno abbiamo dato un senso particolare, sì che l’umanità, grata, ovunque ha avuto in onore il nome dell’America. Eppure oggi noi non possiamo contare su questo onore.

Il mondo oggi aspetta che noi rispettiamo nuovamente la fede che ereditammo dai nostri padri, dandole nuova validità concreta nel mondo che ci circonda. La strada che ci sta di fronte è certamente difficile, piena di ostacoli, e nessuno l’ha mai percorsa. Ma l’America non ha mai esitato di fronte a un impegno nuovo.

È vero che negli anni Venti noi arretrammo nell’isolamento, nella stagnazione della routine, escludendo nuovi immigranti e nuove idee, chiudendo un occhio alla corruzione interna, ignorando i dittatori stranieri, per precipitare poi in una profonda depressione economica.

Ma nei primi cento giorni del New Deal il nostro Paese ritrovò la fede in sé e nel suo futuro. “I giovani possono sbagliare” diceva Roosevelt “i presidenti sbagliano; ma Dante immortale ci dice che la giustizia divina pesa con metro diverso i peccati del sangue freddo e i peccati del sangue caldo. Meglio l’errore occasionale d’un governo che viva in spirito di carità, piuttosto che la continua inazione di un governo cristallizzato nel ghiaccio della sua indifferenza”.

La storia si ripete, ed ancora una volta noi abbiamo conosciuto un periodo transitorio di regresso nazionale. Dinanzi a troppi problemi urgenti noi abbiamo avuto “un governo cristallizzato nel ghiaccio della sua indifferenza”.

A volte si tratta di problemi vecchi, che non dovremmo ignorare. Infatti, sino a quando la gente sarà costretta a vivere in tuguri, e gli uomini non avranno un lavoro e una casa decorosa, e gli ammalati non avranno le cure mediche, sino a quando un sol uomo sarà discriminato per motivi di colore, di razza, di religione, di origine nazionale, il compito dell’America non sarà esaurito.

Cosa è accaduto alla nostra nazione? I profitti sono cresciuti, è cresciuto il livello di vita, ma è cresciuta anche la criminalità. E lo stesso vale per la frequenza dei divorzi, per la delinquenza giovanile, per le malattie mentali. È cresciuta la vendita dei tranquillanti e il numero dei ragazzi che non vanno a scuola. Temo che noi corriamo il pericolo di perdere la nostra interiore saldezza. E l’incuria dinanzi a questi problemi interni è tanto meno scusabile in quanto nuovi problemi sorgono nel mondo, per i quali occorre un’America forte e sana.

(John Fitzgerald Kennedy, “Discorso dalla Casa Bianca”, 1 gennaio 1960)

(1) Grande giornalista, politologo e sociologo della comunicazione
(2) Pronunciato durante la Guerra Civile dal presidente Lincoln nel novembre del1863, quattro mesi e mezzo dopo dopo la vittoriosa battaglia di Gettysburg contro la Confederazione del sud
(3) Discorso pronunciato dal presidente Woodrow Wilson l’8 gennaio 1918 sull’ordine mondiale dopo la Prima Guerra Mondiale