Bisogna fermare
la secessione
degli egoismi

L’autonomia richiesta da Veneto e Lombardia rischia di diventare un attacco alla democrazia, all’unità del Paese, all’uguaglianza dei cittadini. Si vuole spezzare l’Italia in maniera egoista, sfasciare l’architettura istituzionale, creare piccoli staterelli. Manca un progetto per il Paese, tutto è ridotto a un “contratto” dove ognuno guarda a sé.

Dobbiamo però indagare il punto politico di questo processo. Sembra ormai delinearsi uno scambio di potere tra Lega e Cinque Stelle: il Nord si autogoverna e corre in solitaria, il Sud si accontenta di un po’ di assistenzialismo con il reddito di cittadinanza. È un rigurgito preunitario. Una secessione dei ricchi, come dice Gianfranco Viesti.

Serve opporre una risposta unitaria e cooperativa. La questione meridionale deve essere riportata al centro con un grande piano che punti sulle infrastrutture e sostenga il lavoro, le imprese, la sanità. Lo sviluppo del Mezzogiorno, come in passato, può diventare il volano dell’intero Paese. Quella dell’autonomia è una grande questione politica che riguarda l’uguaglianza dei diritti e il futuro dell’Italia.

Avremmo dovuto cogliere l’occasione per svolgere questo dibattito all’indomani del referendum del dicembre 2016 che bocciò la riforma costituzionale. Quel voto accantonò la possibilità di introdurre una clausola di supremazia dello Stato, che ai miei occhi restava e resta necessaria per avvicinarsi alle grandi democrazie europee, comprese quelle degli stati federali. Dopo il referendum l’assenza di confronto e di discussione politica aperta e approfondita ha lasciato spazio ad una spinta uguale e contraria: la secessione degli egoismi territoriali.

In questo vuoto si è inserita la destra leghista e un pezzo del capitalismo del Nord più legato al corridoio del Brennero. Queste forze hanno ritrovato la spinta per riesumare un vecchio progetto, la disarticolazione dello Stato unitario. A titolo di esempio, mi ha colpito quello che ho letto nelle ultime ore riguardo all’evasione fiscale. I costi del contrasto restano a carico dello Stato, ma gli introiti vanno alle Regioni. Mi sembra il segno di uno squilibrio intollerabile.


La pretesa di tenersi il residuo fiscale è un trucco per spostare all’interno dello stesso Stato risorse da un territorio magari più fragile e debole verso un territorio già forte e dinamico. In questo modo si supererebbe l’articolo 3 della Costituzione, aumentando programmaticamente i divari e le disuguaglianze.

Mi chiedo cosa altro aspetti la sinistra in Italia per riunirsi e insorgere unitariamente contro un disegno dalla natura così reazionaria.

Ma come si può discutere di autonomia senza che siano mai stati definiti i Lep, i livelli essenziali delle prestazioni sociali e civili da garantire su tutto il territorio dello Stato? Il rischio, concretissimo, è che in mancanza di questi indicatori, attesi da oltre 17 anni, il Lombardo – Veneto si accaparri più del necessario, a svantaggio del resto del Paese. Non sono in assoluto contrario a maggiori livelli di autonomia. Anche la Toscana ha immaginato un percorso, nel solco dell’articolo 116 della Costituzione. Ma la nostra delibera parla di autonomia ben temperata e di un regionalismo sussidiario dello Stato centrale, ad esempio in materia ambientale, governo del territorio, sicurezza idrogeologica, formazione professionale, accoglienza e integrazione dei migranti. Un regionalismo collaborativo e cooperativo.

Mi rivolgo a tutto il centro sinistra, in tutta la sua latitudine: elaborare una seria proposta in grado di contenere e respingere la Lega anche su questo terreno può essere l’occasione per consolidare la ripresa del dialogo tra le forze politiche che sta già dando buoni risultati nelle amministrative e ne darà ancor di più a maggio, per le europee.

Non dobbiamo temere il dibattito e le distinzioni se questi sono necessari a produrre più unità. Storicamente l’adesione al regionalismo da sinistra è sempre passata da un’intensa e aspra discussione di alta politica e non è mai stata una scelta scontata o frutto di inerzia. Non può quindi ridursi a subalternità alla Lega. Reiterare l’errore del 2001 sarebbe drammatico.

Tuttavia ritengo anche ci sia ancora spazio per recuperare e presentare una proposta unitaria dell’applicazione dell’art. 116. Parlerò con gli altri presidenti, dobbiamo riservarci tutte le iniziative per ricucire ed evitare ulteriori strappi.

 

*Enrico Rossi è presidente della Regione Toscana