Sinistra, l’odio che inquina i social è un problema politico

Gli attacchi via social a Laura Boldrini non dovrebbero essere tecnicamente possibili. L’avverbio “tecnicamente” non è scelto a caso. Negli “standard della comunità”, infatti, Facebook fa affermazioni etiche importanti: “Rimuove i contenuti che incitano all’odio, compresi quelli che attaccano direttamente una persona o un gruppo di persone in base a: razza, etnia, nazionalità di origine, affiliazione religiosa, orientamento sessuale, sesso, disabilità o malattia”.
Siamo sicuri che sia così? Siamo sicuri che “le organizzazioni e le persone impegnate a promuovere l’odio […] non possono avere una presenza su Facebook”?

Basta fare una prova, basta prendere uno dei “contenuti” elencati da Fb e vediamo cosa succede. Io ho segnalato la foto pubblicata qui, “ordinariamente” violenta, che mette all’indice un ragazzo di etnia africana ripreso in un atteggiamento poco urbano su una panchina di chissà quale città e nazione (il volto è travisato ma nell’originale la persona è perfettamente riconoscibile). Lo slogan associato alla fotografia – “Si prepara a pagarci la pensione” – richiama l’affermazione del presidente dell’Inps Tito Boeri sull’importanza degli immigrati per la quadratura dei conti della previdenza italiana. È appena il caso di sottolineare che di quel ragazzo non sappiamo nulla: chi sia, che nazionalità abbia, cosa faccia. È solo stravaccato su una panchina come potrebbe esserlo un suo coetaneo bianco. Che il messaggio veicolato dalla fotografia e dal commento che essa contiene sia razzista non c’è dubbio.

Ecco la risposta di Fb: “Grazie per la tua segnalazione: hai fatto bene a contattarci. Abbiamo esaminato la foto e, anche se non viola uno dei nostri specifici Standard della comunità, comprendiamo che possa risultare offensiva per te e per altre persone”. Segue il consiglio di bloccare l’utente che ha postato la foto, il quale continuerà a scorrazzare indisturbato su Fb.

Abbiamo un problema: la società del futuro la stanno modellando, oggi, i social. E la stanno modellando molto male. Umberto Eco, se fosse ancora in vita, probabilmente aggiornerebbe la sua invettiva di due anni fa contro i social media “che danno diritto di parola a legioni di imbecilli” che “hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel”. Gli imbecilli si sono incattiviti. Non aspirano al Nobel ma vogliono affermare il loro punto di vista generalmente irragionevole e disinformato, antiscientifico e antistorico, razzista e antidemocratico. Spargono odio in cambio di like con uno strumento dal meccanismo potente e facile.

Il campo progressista, abituato a schemi complessi, ha capito poco e male quel che avviene dentro le finestre azzurre della creatura di Zuckerberg. Fermare una bufala non rientra tra gli interessi dei progressisti e figurarsi se Zuckerberg se ne preoccupa. La sinistra non ha voglia di sporcarsi le dita sulla tastiera e lascia fare. È come se esistesse una società digitale vincente di destra che ragiona veloce di pancia e una analogica perdente di sinistra che guarda il degrado sociale che avanza senza avere gli strumenti concettuali per combatterlo. In mezzo Facebook lascia sostanzialmente fare: i suoi standard sono implacabili solo col nudo femminile e veicolano con nonchalance ogni tipo di messaggio razzista e sessista. Laura Boldrini è forse la prima ad averne preso consapevolezza e chissà se il suo “basta” sia stato pronunciato per tempo. In ogni caso non è buttandosi nella mischia contro gli odiatori di professione che se ne viene fuori. È proprio lo strumento Facebook che dovrebbe essere ricondotto a ferree regole di civiltà, tolto dalla disponibilità degli imbecilli. È, come si sarebbe detto un tempo, un problema politico che la politica non ha né la forza né la cultura per affrontare.