Come trasformare
l’opposizione in alternativa

Il “popolo” di sinistra sembra ricominciare a dare segni di vita. Il successo della manifestazione del Pd il 30 settembre a Roma, in contemporanea con quella di una serie di associazioni democratiche antifasciste indetta a Milano contro l’operato inquietante del ministro degli Interni, dimostra che una certa capacità di reazione a sinistra incomincia a farsi sentire. E accanto a questi non sono mancati altri appuntamenti – dalla manifestazione di Bari contro l’aggressione fascista delle squadracce di Casa Pound al Quartiere Libertà, alle mobilitazioni di solidarietà e di protesta per l’arresto del sindaco di Riace, Mimmo Lucano – che hanno visto una forte e intensa partecipazione. E la medesima cosa è possibile che accada questo fine settimana con la marcia Perugia Assisi e la manifestazione indetta sabato a Riace per la quale si prevede una forte e capillare mobilitazione almeno da tutto il Mezzogiorno.

Dunque il quadro attivo di quello che un tempo fu lo schieramento di centrosinistra, di fronte agli inquietanti sviluppi dell’azione di governo di Lega e Movimento 5Stelle, incomincia a rimettersi in movimento. E sembra farlo più che per impulso dei gruppi dirigenti, che sia nel Pd che nelle residue forze collocate alla sua sinistra sembrano sempre più divisi e smarriti, attraverso una mobilitazione dal basso che non ha precedenti negli anni più recenti. Per intenderci, quelli del renzismo imperante.

Basterà questo ad avviare una svolta rispetto alla fase politica che attraversa il Paese, dove gli orientamenti espressi dall’attuale maggioranza di governo sembrano continuare a godere di un consenso senza precedenti? E’presto per dirlo. Anche se di fronte allo smarrimento attonito seguito alla sconfitta del 4 marzo che ha riguardato l’intero mondo della sinistra, la mobilitazione in corso è un segnale positivo che non va sottovalutato.

E’ indubbio che l’opposizione a questa coalizione di governo ha bisogno di un’alleanza democratica che costituisca un’alternativa allo stato di cose presenti. Ci sarebbe bisogno di una “terza via” (se fosse lecito ricorrere ancora a questo termine che da Berlinguer a Blair è stato usato per indicare propositi e strategie diverse, anzi tra loro opposte) tra le scelte neoliberiste degli ultimi decenni e gli orientamenti autoritari del populismo montante. Non si tratta di ritornare al centrosinistra dei decenni trascorsi. Diversa è la fase e la natura dei problemi emersi dalla crisi decennale dell’economia mondiale alle nostre spalle.

Non c’è dubbio che il banco di prova di questa prospettiva è l’Europa e l’inevitabilità di una sua rifondazione. Dovrebbe essere chiaro a tutti che se gli assetti e gli equilibri su cui attualmente si regge l’Unione europea restano quelli attuali, essa è destinata a perire. I suoi becchini non saranno né il populismo né il sovranismo in espansione ma i suoi stessi custodi. E il ritorno alla “patrie” di fronte all’evoluzione in corso del capitalismo mondiale (ruolo della Cina e, su scala più ridotta della Russia, la reazione neoprotezionistica degli Stati Uniti di Trump) non è la soluzione ma la sanzione di una marginalizzazione dallascena del pianeta di quella parte che per secoli è stata la culla della sua civilizzazione.

Di fronte alla portata di problemi siffatti il bandolo di un’alternativa politica nel nostro Paese, paradossalmente, più che nel Pd sta, a mio parere, nelle residue e frantumate forze che si collocano alla sua sinistra. Intanto perché non è possibile prevedere se il Pd reggerà alla tensione tra due alternative strategiche, e persino identitarie, che lo attraversano, cioè tra la ricostruzione di una forza democratica che guarda a sinistra (come è augurabile che avvenga) e una neocentrista ancorata ai dogmi del neoliberismo che, invece, guarda a destra.

La ragione di siffatta convinzione, per tanti versi paradossale, sta nel fatto che un’alternativa allo stato di cose presenti sarà possibile se a promuoverla sarà una forza che rimetta in campo una vera e propria alternativa di sistema non solo agli assetti e agli orientamenti politici ma ai rapporti economici e sociali attualmente dominanti. Insomma c’è bisogno di una forza che riscopra i valori del socialismo e di un ruolo autonomo del mondo del lavoro, e che in questa prospettiva ritrovi le sue ragioni e ricostruisca una sua rinnovata legittimazione. Solo così è possibile sfuggire al fatto che spesso in quella che si è soliti definire la sinistra “radicale” – quella di più antica data e quella emersa dalla crisi del Pd – la ricerca di una perduta identità in questi anni è stata affidata alla disponibilità o meno a dare vita ad alleanze più o meno larghe.

Insomma, come tutta la storia del movimento operaio insegna, una politica di ampie alleanze per costruire un’alternativa democratica ( che è ciò di cui ci sarebbe bisogno) è possibile quando le ragioni dell’esistenza di soggetto politico autonomo di sinistra è affidata a una prospettiva strategica di portata storica e non alla congiuntura politica in atto.

E’ un’impresa di vaste proporzioni che fa tremare le vene ai polsi e per la quale è difficile dire se vi siano le risorse. Ma un’impresa che vale la pena tentare. Quelle piazze che si riempiono lo meritano.