Per la sinistra
è ora di svegliarsi

Sovranisti, populisti, fascio-leghisti, demagoghi, lepenisti o faragisti. Chiamateli come volete, ma qualunque sia la denominazione che sceglierete non c’è dubbio che quello che si appresta a nascere tra qualche giorno – a meno di improbabili colpi di scena – sarà il governo più pericoloso e destabilizzante che l’Italia abbia mai avuto. Quello che bisognava impedire è accaduto: la saldatura tra due populismi che sono riusciti a catturare il consenso degli elettori parlando alla pancia piuttosto che alla testa, calvalcando vecchie e nuove rabbie e speculando su vecchie e nuove paure.

Da una parte il populismo di Salvini che, nonostante guidi un vecchio partito che ha governato a lungo con Berlusconi, è riuscito a presentarsi vestito di nuovo con una carica antisistema che ha avuto la sua punta di lancia nella guerra feroce contro gli immigrati. Dall’altra il populismo – potremmo chiamarlo cyberpopulismo – a cinque stelle che è riuscito a far lievitare la protesta contro un sistema politico descritto come completamente corrotto nel nome della purezza del popolo e della sua sfiducia nelle istituzioni, nella politica e nel futuro (dal vaffa day al Parlamento da aprire come una scatoletta di tonno, per intenderci). Due populismi diversi – per natura, per proposte e per elettorato – che oggi si saldano in un esperimento post-politico in cui si annulla la distinzione destra-sinistra ed emerge la centralità di un indistinto e magmatico popolo rabbioso che chiede vendetta.

Quello che riuscirà a produrre questa alleanza antipolitica è tutto da vedere, a cominciare da come conciliare una misura a favore dei ricchi come la flat tax e una a favore dei poveri come il reddito di cittadinanza. Ci sarà tempo per misurare un tentativo che già ora appare pieno di incognite, di assurdi ritorni al passato della prima repubblica (il doppio forno e la staffetta) e accompagnato da nuvole nere sull’economia, sull’europeismo e sulla collocazione internazionale.

Ora il problema su cui vorrei riflettere è un altro: come si può ricostruire un campo di centrosinistra credibile, in grado non solo di contrastare subito, in maniera dura e senza buonismi, la santa alleanza Di Maio-Salvini avallata da Berlusconi, ma soprattutto di diventare un’alternativa competitiva nelle idee, nei programmi, negli uomini? No, oggi è del tutto inutile aggrovigliarsi ancora nella ricerca degli errori compiuti durante la gestione di questa crisi, nel dibattito se era meglio tentare la via del dialogo con i Cinque Stelle provando a spezzare il patto di ferro dei due populismi oppure ritirarsi sull’Aventino come alla fine si è scelto. Chiudiamo questa discussione e le relative derivate, compresi i pop corn pronti per vedere, rilassati in poltrona, che cosa saranno capaci di combinare al governo.

Lasciamo stare tutto questo. E poniamoci un’altra domanda: noi, noi di sinistra, ora che facciamo? Come ricominciamo? Su quali basi e a quali condizioni possiamo ricostruire un’alleanza nuova?

Per capire in che direzione andare bisogna evitare due errori che si stanno già compiendo.

Il primo è quello di chi sostiene, da sinistra, che il centrosinistra non serve più a nulla e che il vero obiettivo deve essere la ricostruzione di una forza di sinistra anche se piccola, anche se minoritaria. Quindi, nessun dialogo con il Pd perché quel partito – estremizzo, anche se le posizioni sono più articolate – è diventato un partito di destra guidato da quel “traditore” di Renzi.

Il secondo errore è quello di chi invece sostiene, dal Pd, che a sinistra c’è solo il deserto e quindi è inutile perdere tempo a dialogare con quel misero tre virgola qualcosa per cento raccolto da quei “traditori” di Bersani, Speranza e D’Alema. Di conseguenza, meglio custodire la “purezza riformista” del Pd.

L’uno e l’altro sono, secondo me, due modi diversi e speculari di uccidere qualsiasi possibilità di rinascita di una coalizione progressista che possa contrastare il populismo vincente non solo qui in Italia.

Hanno ragione Paolo Gentiloni e Roberto Speranza quando, in modi e con contenuti differenti, pongono lo stesso tema: come riallacciare il rapporto tra il Pd e la sinistra più combattiva per creare un’alleanza nuova che sappia offrire al Paese un’altra idea di se stesso rispetto a quella incarnata dal duo Di Maio-Salvini. Direte: facile a dirsi, difficile a realizzarsi. Se non altro per la presenza di quei due errori che abbiamo indicato e che condizionano il percorso dei due soggetti in campo. Sono due riflessi pavloviani che impediscono, per ora, l’apertura di qualsiasi canale di comunicazione. Ma il dialogo è difficile anche perché al fondo resta una domanda che finora pochissimi si sono posti e alla quale ancora di meno hanno provato a rispondere: perché il centrosinistra (sia il Pd che Leu per capirci) sono stati sconfitti alle urne? E perché gli elettori hanno scelto i due populismi della Lega e del M5S? E’ tutta colpa del popolo che non ha capito, come sembra suggerire una certa narrazione renziana, o che non ha avuto il tempo per valutare le novità, come sembra suggerire un’altra narrazione di Leu?

Ecco, se si comincia a rispondere a queste domande forse si possono capire alcune cose che potrebbero illuminare la scena.

Che il Pd ha commesso gravi errori cercando di edulcorare l’immagine di sinistra di quel partito (dal jobs act alla buona scuola passando per l’elogio di Marchionne e la demonizzazione della Cgil) e nel tentativo di modificare il sistema con una riforma costituzionale contro tutto e contro tutti. Una sorta di populismo dall’alto con cui si è cercato di descrivere lo stato del Paese al contrario di quello che era realmente con l’obiettivo di autopromuoversi come classe dirigente. Questo ha prodotto il completo isolamento del Pd e del suo leader e il peggior risultato elettorale. Non si tratta più di essere renziani o antirenziani per rendersi conto che ormai, nonostante l’ostinazione degli infaticabili laudatores, la strada per ricostruire il Pd e il centrosinistra non passa più da Firenze.

Ma anche chi ha lasciato il Pd e ha tentato una nuova strada di sinistra facendo nascere Liberi e Uguali dovrebbe rispondere a quelle domande, cosa che finora non ha fatto, a cominciare dal suo leader Pietro Grasso. Se si riflettesse si capirebbero altri errori commessi. A cominciare da una scissione che, se andava fatta, bisognava sicuramente farla prima, molto prima che tutti i giochi politici venissero compiuti e che venisse in qualche modo certificata una certa corresponsabilità che ha pesato nel voto. Si capirebbe che non bastava inventare una sigla nuova per attirare, come in una magia, tutti quelli che nel corso del tempo (da prima che arrivasse Renzi e molto di più dopo il suo arrivo) si sono ritirati delusi e amareggiati e non hanno più votato.

In fondo i guai della sinistra non cominciano con Renzi – anche se lui poi li ha moltiplicati – ma prima: quando, nel tentativo di accreditarsi presso gli establishment politico-finanziari, si è sposata una linea economica liberista senza contrastare una teoria che avrebbe provocato la più grave crisi economica del dopoguerra; quando si sono messe in soffitta le parole chiave del pensiero di sinistra – uguaglianza, redistribuzione, welfare, per citarne solo alcune – per adottarne di nuove, dalle privatizzazioni alla flessibilità del mercato del lavoro; quando, infine, non si è capito che la globalizzazione lasciava intatte tutte le domande di protezione e di rassicurazione che sembravano archiviate in nome di un mondo affascinato dall’illusione delle magnifiche sorti e progressive dell’umanità. Per questi motivi non è bastata una scissione, un nuovo partito, nuove parole d’ordine a ricreare passione e partecipazione: l’elettorato ha considerato responsabile, quasi allo stesso modo, chi guidava il Pd e chi se ne era andato quando il disastro era già compiuto.

E allora: che fare? Bisogna cominciare a prendere atto di queste verità, non nasconderle sotto i tappeti. Rendersi conto che ricominciare non sarà una passeggiata, ci saranno dei prezzi da pagare. Per tutti. Nessuno può sentirsi escluso da questa analisi della sconfitta. Ma è l’unica via per evitare che la sinistra diventi marginale, stritolata tra un populismo e l’altro, in una sorta di “bipolarismo peggiorista” che rischia di affondare l’Italia.

Si tratta di reinventare il vocabolario della sinistra, aggiornato alle nuove sfide e ai nuovi tempi. Ma anche di individuare nuovi interpreti di quelle parole, una nuova classe dirigente che ridia fiducia e sappia parlare al popolo perché sa dove sta, che cosa pensa e come vive. “Eppure basterebbero forse dei segnali chiari – ha scritto Marco Revelli nel suo libro Populismo 2.0 – per disinnescare almeno in parte quelle mine vaganti della post-democrazia incombente: politiche tendenzialmente redistributive, servizi sociali accessibili, un sistema sanitario non massacrato, una dinamica salariale meno punitiva, politiche meno chiuse nel dogma dell’austerità…Quello che un tempo si chiamava riformismo e che oggi appare rivoluzionario”.