Sinistra, è arrivata
l’ora di uscire
dal solipsismo

«Così si spiega come mai un partito che assegnò a se stesso un compito (il comunismo) del tutto irreale e che, ovviamente, non fu mai in grado di raggiungere, diventò nondimeno un soggetto protagonista della storia nazionale. La sostanza della spiegazione di questo paradosso sta (io credo) non tanto e non solo nelle capacità dei suoi dirigenti, quanto nella peculiare vicenda italiana precedente il fascismo, nell’epoca della difficile formazione dello Stato unitario. Al fondo, il PCI incarnò, anche grazie al suo mito rivoluzionario, l’opposizione che fermentava da tempo in ampie masse di popolo (ma anche di intellettuali) rispetto a classi dirigenti che in realtà erano sentite come nemiche […]. Di qui il bisogno reale (e quindi la fortuna) di un partito che, forte anche dell’utopia che lo animava, apparve a queste masse come il più credibile strumento di lotta per un cambiamento radicale.»

Con queste parole Alfredo Reichlin ne Il midollo del leone. Riflessioni sulla crisi della politica (Laterza 2010) racconta la storia di un partito nel quale l’ideale e la visione del futuro erano chiari, mentre oggi questo a sinistra non accade più. Certamente quella società non era questa, e anche l’approccio inevitabilmente ne risente. La crisi che sta vivendo quel modo di intendere la politica, partendo da dinamiche sociali e comuni, è oggi il centro di profonde evoluzioni, di spinte che sembrano giorno dopo giorno portare a lidi sempre più lontani. Ma mentiremmo se pensassimo che tutto questo ha una matrice recentissima, come una fiammata. I processi a cui assistiamo negli ultimi anni portano inevitabilmente a una contrazione delle motivazioni profonde che hanno condotto a quelle esperienze politiche, anche se le partenze appaiono incredibilmente aderenti.

L’opposizione alle classi dirigenti considerate nemiche muove anche oggi la pancia e il cuore delle persone: quello che mancava a inizio Novecento era l’avanzata dirompente dei social network che nel giro di pochi anni avrebbero totalmente rivoluzionato l’approccio con i rapporti umani, col pensiero, con la circolazione e con la veridicità delle notizie, ma soprattutto con l’interesse privato, personale e personalissimo che sembra complessivamente muoverci. Quel discorso standard che si potrebbe condensare in “il tale verrà a compromettere il nostro lavoro, le nostre vallate, le nostre vite, ruberà i nostri soldi, le nostre pensioni, siederà sulle nostre panchine, utilizzerà le nostre connessioni wi-fi”: si crea in questo modo quella dittatura del solipsismo, bene individuata ad esempio dalla filosofa svizzera Jeanne Hersch in Essere e Forma (Mondadori 2006).

«E’ evidente che se in tutti i modi dell’esistenza umana la presa del soggetto è costitutiva della realtà per l’uomo, l’eterna trappola dei metafisici idealisti – scrive – appare davanti a noi: quella del solipsismo. Importa poco, al momento, accettare o rifiutare l’etichetta “idealista” […]. A ogni modo, il problema del solipsismo si pone. Domandiamoci dunque, dal punto di vista che abbiamo assunto per considerare la condizione umana, in che senso e in che misura le diverse modalità dell’esistenza dell’uomo, conoscenza, contemplazione, azione, arte, possono essere comuni a molti. Queste modalità fondano una comunicazione univoca tra gli uomini? Più radicalmente: hanno una realtà comune?»

Quello che manca insomma oggi a una sinistra che voglia considerarsi piena soprattutto politicamente, è la capacità di uscire dal solipsismo, la capacità di concentrare il proprio sforzo, anche ideologico, sulle uguaglianze: uguaglianze che significano diritti dei lavori (al fianco della crescita delle imprese, ma senza quest’ultima diventi il tema unico), diritti sociali, diritti alla cura delle persone. Significa tornare davanti alle fabbriche, davanti agli ospedali, davanti alle scuole, prendersi molti improperi ma parlare veramente con chi vive in maniera quotidiana realtà che oggi sono fonte di disagio e di rabbia e portano a scelte di voto differenti, perché la mancanza di confronto, la difesa armata di quello che abbiamo ci sta rendendo tutti più rabbiosi, tutti più lontani e tutti inevitabilmente più poveri. Materialmente e umanamente.

Per farlo occorre avviare velocemente una fase congressuale che dica con precisione cosa vogliono essere le persone che si trovano distanti dalle attuali visioni nazionaliste, bisogna definire le proposte politiche, bisogna definire le antitesi con la fermezza e la dignità espressa alcuni giorni fa dalla Piazza di Torino.

Bisogna farlo anche al netto delle singole visioni politiche attuali – del Pd e delle sue aree, di Leu o di quello che resterà a sinistra dopo i sommovimenti che ci saranno – perché un allargamento della base d’opposizione è necessario per creare altro rispetto a quello che sta accadendo. E bisogna essere precisi e netti in questa proposta, perché non sarà possibile nessun tipo di dialogo con le persone se non si sarà netti, intransigenti nel ribadire le distanze enormi tra quella visione del mondo e del nostro paese che ci sta velocemente disumanizzando, che sta creando fratture sociali difficili da ricostruire, che sta portando alcuni ad essere privilegiati e tanti confinati alle paure e alle incertezze, e un’idea comune di uguaglianza e civiltà che per quanto non si sia riusciti ad applicare nel recente passato deve rimanere. Per fare in modo che, cambiate le condizioni, tanti ricomincino a gran voce a opporsi a questi schemi, ricomincino a fare sentire la propria voce e ricomincino a immaginare assieme una piattaforma politica dove tutto questo possa diventare sostanza. La politica è l’unico strumento in grado di sconfiggere l’anti-politica, il nichilismo e la retorica che ci stanno attraversando.