Silvia, sorridi troppo
è un buon motivo
per odiarti

Sarebbe stato meglio se invece di sorridere avesse mostrato una maschera di dolore, i segni dei patimenti subiti e dell’inarrivabile crudeltà dei suoi sequestratori. Non si perdona ad una ragazza tenuta in ostaggio per 18 mesi di non assecondare l’immagine di fragilità e pentimento per la propria ingenuità, per essersela andata a cercare uscendo dai binari del quieto vivere tra le pareti domestiche. Va bene salvare fanciulle dalle grinfie del drago, ma che almeno siano tremanti e pronte a tornare al sicuro all’ombra del cavaliere. E invece.

Invece Silvia Romano ha il doppio torto di sorridere, infagottata nell’jilbab, verde islamico (la stessa tonalità, fa notare qualcuno su Twitter, del verde Lega) e di dire che no, non è stata maltrattata e che sì, si è convertita all’islam. Ce n’è abbastanza per scatenare la  destra peggiore che sulla stampa e via social si chiede senza risparmio di volgarità perché mai ci sia dati da fare per liberare un’islamica, presumibilmente incinta – ma sì, non era stata costretta a sposare uno dei suoi carcerieri? – e pronta a tornare in Kenya, dove era stata rapita e dove sono i suoi “complici”.

Già perché se ora è islamica è anche terrorista, e quindi connivente con i suoi sequestratori. Qualcuno (Sgarbi) invoca l’arresto. Altri sbraitano per il riscatto, che è stato – si dice – di 1,5 milioni, no 3, anzi 4: tutti ‘sti soldi per una cretinetta che si è infilata nelle fauci del lupo, andando a fare la volontaria con i bambini. Poteva starsene a casa. E poi – sentito alla radio – non sappiamo neanche se è vero che è laureata e volontaria? Ma a fare cosa davvero?

Intanto la conversione. A parte le dissertazioni sul grado di libertà della scelta – oggi siamo tutti psicologi, dopo essere stati virologi, epidemiologi, economisti, sostenitori della terapia con il plasma e dell’inutilità del lockdown – quello che davvero non va giù è il tradimento. Se ti rapiscono abbi almeno il buon gusto di professarti cristiana, che se no tanto vale lasciarti là “visto che ti sei trovata tanto bene”. Perché prima gli italiani, ma se sono doc, con il rosario in mano e sbandierano dal palco cattolicesimo d’annata. Islamico è sinonimo di straniero, lo stato laico non ci ha mai convinto. Evviva il sacro cuore di Maria. E passi che l’Avvenire gioisca della liberazione di Silvia, “il volto bello dell’Italia solidale”.

Se è un uomo, si perdona

No. Il punto vero di tanto livore è anche che Silvia, è donna, al pari delle due Simone (Parri e Torretta, rapite nel 2004 a Baghdad nella sede della loro ong dagli uomini di El Zawahri e liberate dopo oltre 5 mesi) e di Greta e Vanessa (Ramelli e Marzullo, ma chiamate quasi sempre solo per nome, come si fa con i bambini) per sei mesi in mano alle milizie siriane nel 2014. Si può mugugnare sul riscatto, ma se uomo si perdona a un tecnico, un ingegnere, persino a un giornalista o a un turista d’essersi cacciato nei guai, costringendo lo Stato a farsi carico della liberazione. Domenico Quirico, Daniele Mastrogiacomo hanno goduto di maggiore indulgenza di quella toccata, per dire, a Giuliana Sgrena. E in questi giorni il ritorno a casa del turista Luca Tacchetto, con barba “islamica” e abiti da tuareg dopo 15 mesi di sequestro non ha sollevato la minima obiezione, pur se qualcuno ha voluto sollevare dubbi sul fatto che si sia effettivamente liberato da solo sfuggendo ai rapitori, gente vicina ad Al Qaeda, non proprio ladri di polli.

Silvia invece indossa l’abito sbagliato e sorride. Si disse lo stesso delle due Simone che tornarono a casa sorridenti e tenendosi per mano, determinate a continuare a fare le volontarie dove ce ne fosse bisogno. Di loro si deplorò quella tunica lunga, un caftano colorato per niente occidentale, da farti pentire subito della fatica di essere andati a liberarle. E così di Greta e Vanessa si ripescò una foto durante il loro soggiorno ad Aleppo: abiti da fricchettone, si osservò, fasce sui capelli, due idiote che pensavano che la guerra in Siria fosse un grande rave party. Loro almeno tornarono con il volto tirato e l’aria provata di chi ha avuto paura, il cappuccio delle giacche a vento tirato su. Lo vedete bimbe belle che cosa succede a fare di testa propria?

Della sua vita deciderà lei

La malevolenza sbandierata contro le rapite tradisce una visione del mondo dove le donne sono ancora figlie di un dio minore, la costola sottratta, destinate a restare un passo indietro. Se varcano la soglia, se la vanno a cercare. E messa così il volontariato di Silvia non è diverso dalla minigonna che giustifica lo stupro. Chi ti ha detto di metterla e di uscire la sera? Chi ti ha detto di partire? (E archiviamo una volta per tutte l’ipocrisia dell”aiutiamoli a casa loro).

Certo ci vuole una buccia bella dura dopo aver resistito a 18 mesi di sequestro a dover affrontare in casa questa violenza spiccia, quest’aggressività esibita. Silvia ha appena ricominciato a respirare, dovremmo esserne solo contenti. Del suo islam, del suo velo deciderà lei. Come di quello che intende fare una volta ricucite le ferite di questa lunga prigionia. Deciderà lei, una donna, abituatevi all’idea.