Dov’è la sovranità? Riflessione
a margine della crisi

Lo svolgimento e la conclusione della crisi di governo pone interrogativi di fondo su cosa è la democrazia italiana. Draghi presiede un governo arlecchino ma con il verde, il rosa e il rosso assai sbiaditi: si mescolano pericolosamente opposti valori culturali, si riduce il peso delle donne, non si rappresenta il mondo sindacale ed ambientalista. Lo spostamento a destra è evidente.
Le modalità con cui si è sviluppata e risolta la crisi di governo fa emergere una domanda di fondo: siamo e vogliamo essere ancora una Repubblica parlamentare, fondata sul lavoro dove “la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”?

Una pericolosa metamorfosi

Quello che abbiamo visto in questi giorni, ci segnala che l’Italia si trova all’interno di una pericolosa metamorfosi dove i caratteri presidenzialisti avanzano nei fatti: il Parlamento non viene ascoltato, si concentra la sovranità su una persona “super”, si assiste alle repentine giravolte dei partiti politici e alle ridicole giustificazioni dei loro leader. Il Parlamento è considerato una fastidiosa formalità e ciò perché si è indebolita la consapevolezza che esso rappresenta il pluralismo sociale, culturale, politico e di genere; che è il luogo in cui si esercita la sovranità popolare, si fanno e si cambiano le leggi e i governi e che svolge importanti funzioni per lo Stato di diritto.
La domanda posta è forte, ne sono consapevole, ma sarebbe da superficiali o complici ignorarla.
Vediamo cosa è accaduto in queste ultime settimane.
La crisi si è aperta nel mezzo di una pericolosissima pandemia che ha determinato una difficile e drammatica crisi sanitaria, sociale ed economica globale, in cui la vita, il lavoro e la sicurezza di tutte/i sono colpiti (non faccio l’elenco, lo conosciamo).
L’Europa è stata costretta ad abbandonare (ma fino a quando?) le politiche liberiste per dare spazio ad un intervento pubblico europeo, fondato su una visione solidaristica e ha stanziato importanti finanziamenti destinati al lavoro, all’impresa, alle infrastrutture sociali, all’ambiente e all’innovazione tecnologica del tessuto economico.

Il sistema finanziario è stato chiamato a mettere a disposizione le risorse necessarie per le strutture sanitarie, i ristori, l’innovazione dell’industria e l’ambiente. È il segno che c’è consapevolezza che la tenuta sociosanitaria e l’innovazione tecno-ambientale sono il cuore della competizione globale tra le società capitalistiche, e tra queste e quelle centralizzate e asiatiche.

Quale Europa e quali obiettivi?

Il meccanismo politico-economico scelto è di comando e controllo: finanziamenti su cose precise, tempi certi di realizzazione e verifiche. Quale Europa potrà realizzare tali obiettivi? Quella con Stati democratici, ben organizzati e ben coordinati o quelli ridotti a macchine tecnocratiche, a democrazia limitata basata su una scarsa rappresentanza sociale e su una sudditanza nazionale come fu per la vicenda del pareggio di bilancio?
Il governo Conte II e la sua maggioranza 5Stelle-PD-LeU, pur tra difficoltà, se la sono cavata bene. Tuttavia, non sono stati ritenuti all’altezza nella lotta contro la pandemia e per guidare la transizione tecno-ecologica.
Ma da chi è venuta questa bocciatura? La risposta si ricava dalla critica al governo diffusa dalla stragrande maggioranza degli organi d’informazione che sono stati attivi nel diffondere opinioni propagandistiche più che notizie. Una funzione di lotta politica spiegabile con il fatto che sono strumenti organici agli interessi dei propri editori i quali fanno parte delle classi che detengono quelle grandi risorse economiche e finanziarie necessarie per fare politica oggi. E ciò a dispetto del dettato costituzionale che impone la rimozione degli “ostacoli economici e sociali” che impediscono “l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione della vita politica… del Paese”.
Per molti di costoro, Conte era troppo di sinistra e aveva un eccessivo consenso popolare. La lotta politica a cui abbiamo assistito, impotenti, ma che si ripresenterà a breve, riguardava sia la conquista del potere politico per governare i processi d’innovazione in concerto coi gruppi finanziari europei, sia la tutela degli interessi delle forze sociali e nazionali.

Il randello e i mandanti

In questa lotta, Renzi è stato il randello con cui si è colpito il governo Conte, il teppista che ha riportato i Salvini e i Berlusconi al governo. Tuttavia, i mandanti sono altri. Renzi ha potuto agire nella certezza, più volte ostentata, che non ci sarebbero state le elezioni anticipate. E così è stato. A Conte, che non è mai stato sfiduciato dal Parlamento, è stato detto: dimettiti che poi ricuciremo. Ma così non è stato.
È evidente che c’era un disegno occulto e preordinato.
Qui il ruolo del Presidente Mattarella assume un’importanza decisiva. Lo statista si è barcamenato tra necessità e correttezza istituzionale.
Infatti, a crisi aperta, ha consultato i gruppi parlamentari all’insegna del fare presto. Le forze politiche si sono espresse: 5stelle-PD-LeU e altri per Conte o elezioni. Poi, Mattarella ha dato un mandato esplorativo a Fico, che non ha portato a nulla. A questo punto, il Presidente nelle dichiarazioni del 2 febbraio, afferma che c’erano due vie, una, quella indicata dalle forze parlamentari e, l’altra, la sua, per un governo “di alto profilo che non deve identificarsi con alcuna formula politica”.

Non scioglie le camere e indica anche i caratteri politici del futuro governo. Opera, quindi, una scelta politica netta, senza possibilità di interlocuzione. L’opinione del Parlamento non viene presa in considerazione. Convoca per il giorno seguente il prof. Draghi. Senza consultare nessuna forza politica (così appare) e affida a Draghi (a sua insaputa?) l’incarico di formare un nuovo governo. Tutto ciò sembra nomale e i partiti tacciono.

La pandemia non permette di votare

L’argomentazione più drammatica per giustificare la scelta di non consultare la volontà popolare è la pesantezza della pandemia che non permette di votare. Opportuna considerazione. Ma la valutazione di sospendere il diritto al voto spetta al Presidente o al Parlamento? Anche perché in primavera, molti milioni di cittadini dovrebbero andare al voto amministrativo, con l’impostazione del Presidente le votazioni si dovrebbero ovviamente rimandare, anche perché il diritto alla tutela della salute dei cittadini non può dipendere dal tipo di elezioni.

Quali saranno le scelte di Draghi?

Ancora, le scelte di Draghi per il recovery plan per “fare presto” quali saranno? Buio pieno.
Draghi è una personalità di valore del mondo finanziario, stimato, conosciuto e molto influente; i suoi punti di forza sono le istituzioni finanziarie nazionali e internazionali; la sua cerchia è quella dei grandi burocrati, dei docenti universitari e dei dirigenti di aziende e di banche. In questi mondi ha i suoi amici e alcuni di questi sono stati nominarli ministri “tecnici” del suo governo e occupano i ministeri più importanti dell’economica.

I leader politici si sono subito messi in fila davanti al presunto bancomat, senza neppure discutere preventivamente programmi e composizione governativa. Le uniche opposizioni annunciate sono quelle dei reazionari di Fd’I, frange grilline e Sinistra Italiana. È drammatico e allarmante che i partiti si siano ridotti a fare da contorno trasformistico alle figure forti della finanza. È la prima volta che la politica di “unità nazionale” umilia e disgrega i partiti.

Con Einaudi la durissima repressione delle lotte operaie

Qualcuno ha scomodato la storia per accreditare il proprio trasformismo. Voglio anch’io ricordare un po’ di storia. De Gasperi scelse di dare un preminente ruolo politico al liberale Luigi Einaudi, il quale tra il 1947-‘48 fu contemporaneamente Governatore della Banca d’Italia, Vice-capo di governo e Ministro del bilancio, nel ’48 fu eletto presidente della Repubblica.

Come andò a finire? Ricordiamolo: durante i governi di unità nazionale, il Governatore bloccò il piano del ministro delle finanze, il comunista Scoccimarro, che proponeva il riordino monetario e la riforma fiscale per combattere l’inflazione e la speculazione; dopo la rottura dell’unità popolare ci furono i primi governi centristi basati sull’egemonia della grande impresa privata e sulla messa a tacere nella Dc di Dossetti e di La Pira; aumentò la disoccupazione e fu durissima la repressione delle lotte operai e contadine; le libertà e i diritti costituzionali vennero ignorati e la Costituzione riposta in un cassetto; si scatenò una furibonda campagna anti comunista e socialista e arrivò persino la scomunica; si impiantò il regime ultra decennale dei democristiani.

L’Italia, ovviamente, non è più quella. Draghi non è Einaudi, anche se è espressione degli stessi interessi sociali. Anche Einaudi poteva spendere i moltissimi dollari che arrivavano dagli Usa e lui scelse di privilegiare la grande impresa privata e il pareggio del bilancio dello Stato, a discapito dell’occupazione, della riforma agraria e fiscale, della crescita della domanda interna.

Le scelte sul recovery plan

Che scelte farà Draghi con i soldi europei? (Mentre scrivo ancora non ha presentato alcuna proposta concreta) Guardando alla composizione del governo, vorrebbe tutelare tutti, ma non sarà possibile. Occorrerà scegliere: ristrutturazione tecnologica con nuovi disoccupati o più occupati? Reti pubbliche per le strutture socio-ecologiche (acqua, rifiuti, trasporti, energia, internet) o egemonia dei monopoli privati? Tutela del territorio o cementificazione? Sanità e scuole pubbliche o private? Innovazione e lavoro nel Mezzogiorno o ancora marginalizzazione e criminalità? Accoglienza o respingimenti? Estensione dei diritti delle lavoratrici e di lavoratori o loro subordinazione al profitto d’impresa? Intervento pubblico per l’Ilva di Taranto, per l’Alitalia e per le autostrade o il mercato?
Interrogarsi su quale democrazia oggi c’è in Italia non è, quindi, parlar d’altro. Sappiamo bene che la democrazia non è immutabile e che siamo in una fase storica di regresso democratico. Da persone di sinistra, sappiamo che la democrazia non esiste pienamente, e né può resistere, se le forze del lavoro e popolari, tra loro unite e con spirito unitario, non intervengono attivamente per difenderla e per innovarla.

Ma ciò non potrà avvenire se i partiti di sinistra e i sindacati non riusciranno a saldare la democrazia ai bisogni sociali, le lotte per il lavoro allo sviluppo sostenibile e alla prospettiva di un governo popolare espressione diretta anche delle classi lavoratrici e popolari, in grado di superare la pandemia, dare ruolo allo Stato e indirizzare le ristrutturazioni tecno-capitalistiche.

Per questo è urgente che ci sia un autonomo e grande soggetto politico ecologista del lavoro in grado di lottare e fare politica. La politica dovrà, però, attivare forti collegamenti sociali e superare sia la subalternità culturale e politica sia la permanente divisione a sinistra. E tutto ciò mi pare assai urgente.