Berlusconi e gli altri
l’ora della crisi

Non gonfia le vele della flotta di centrodestra il vento in poppa che dovrebbe spingerla verso una sostanziosa affermazione alle ormai prossime elezioni politiche stando a studiosi, analisti e sondaggisti, che segnalano all’unisono un’importante inversione di tendenza rispetto a soli pochi mesi fa, tale da rimettere in gara Berlusconi e gli altri per la costituzione di alleanze di governo più o meno originali.

Accade, invece, che proprio mentre la riconquista del Palazzo d’inverno sembra a portata di mano, o almeno dell’ala destra, ecco riemergere i personalismi e la voglia di protagonismo messi in libertà dalla fine della leadership di Silvio Berlusconi, dimezzato e oggettivamente stretto in un angolo dalla legge Severino. Un cul de sac da cui sta cercando di uscire con ogni mezzo, non ultimo l’utilizzo propagandistico di quanto arriverà dalla Corte europea dei diritti umani che si riunirà a Strasburgo il 22 novembre per valutare il ricorso dell’ex cavaliere. E di cui si conosceranno atteggiamenti, prese di posizioni ma niente di più dato che dopo l’udienza sono previsti almeno sei mesi per la sentenza. Fuori tempo massimo per la consultazione del 2018.

Dato per certo che Berlusconi non è disposto a farsi sfilare il ruolo di leader non potendo ricoprire quello di premier anche se, magnanimo, a Matteo Salvini concede l’illusione che la Lega potrebbe avere più voti di Forza Italia, anche solo uno in più, e, quindi, scegliere l’inquilino di Palazzo Chigi, appare chiaro che le diverse anime del centrodestra non viaggiano in sintonia. Non sembra ancora arrivato il tempo di un programma comune dalla parte del Paese (non funziona così la politica?) ma piuttosto è ancora il momento dell’io, della gara a segnare il territorio in modo da poter poi rivendicare ruoli di primo o primissimo piano.

Da questo punto di vista il referendum per l’autonomia che si è appena svolto in Lombardia e Veneto ha sicuramente messo tra le figurine in evidenza quella di Luca Zaia, il governatore veneto che ha avuto un bel successo personale, emerso solido ed evidente, poche ore dopo la chiusura dei seggi mentre in Lombardia invano si cercava di conoscere cosa fosse successo resettando i tablet andati in tilt.

Zaia l’ha cavalcata subito la sua affermazione. E si è affrettato a chiedere lo statuto speciale, “un impegno morale”, anche per il Veneto facendo un passo indietro nella storia e mostrando di non dare importanza al come e perché, in un’epoca molto diversa, alcune regioni italiane diventarono speciali. Una mossa ad effetto, una fuga in avanti che ha sorpreso anche i suoi colleghi leghisti che poco hanno gradito innanzitutto di non esserne stati informati in anticipo e hanno inteso l’iniziativa come una candidatura per future poltrone su cui il segretario Salvini invece vorrebbe bellamente accomodarsi. Sempre che riesca a prendere quel voto in più che Berlusconi, invece, dà già per acquisito al suo partito. E mentre continua a passare molti giorni a Merano per perdere ancora qualche chilo, non sembra intenzionato ad abbandonare l’idea di governo che gli frulla da tempo nella testa. Quelle larghe intese con il Pd di Matteo Renzi con un suo uomo al comando, il rampante Tajani ma anche il garantito seppur anziano Gianni Letta, ipotesi di esecutivo che ai suoi soci di riferimento fa venire l’orticaria. Larghe intese in cui potrebbe esserci posto anche per Verdini che nei momenti in cui serve c’è sempre.

Inutilmente Giorgia Meloni insiste sul tasto dell’unità del centrodestra come unico modo per vincere. E Salvini piuttosto che misurarsi con il centrosinistra si è detto disposto a “parlare anche con i Cinquestelle” in un’inedita somma di populismi. Per non spaccare tutto e non annegare nella polemica il risultato referendario i leghisti hanno abbassato i toni, hanno fatto dichiarazioni di grande stima ed amicizia reciproca. Ma bisognerà vedere cosa succederà nel prossimo consiglio federale in cui si ritroverà chi vorrebbe vedere di nuovo i fazzoletti verdi e chi sa che in quel modo a Roma non ci si arriva. E non basta togliere Nord dal simbolo, un errore per l’anziano leader Umberto Bossi.
La prima prova di un centrodestra in lotta con sé stesso saranno le elezioni in Sicilia. Potranno essere la cartina di tornasole dello stato dell’unione di partiti che sembrano preferire sfidarsi tra loro e al loro interno piuttosto che combattere insieme. Il 5 novembre è vicino.