Italia viva è morta
e il suo leader
non vuole arrendersi

Alla fine le due ministre e il sottosegretario di Italia Viva si sono dimessi. Renzi apre la crisi ma non chiude a un’ipotesi di ritorno al via: nessun veto su Conte anche se, aggiunge in una conferenza stampa che sembra un comizio, non c’è un solo nome per Palazzo Chigi. Dunque, la partita resta aperta. L’ex premier si ferma un passo prima della definitiva e irreparabile rottura e si lascia uno spiraglio. Lo stesso fa Conte, dopo essere salito al Quirinale: nessuna pesca di voti qui e la, lavoriamo a un patto di legislatura. Quindi, niente caccia ai responsabili, la crisi può essere risolta restando dentro lo stesso perimetro dell’attuale maggioranza.

Tutto questo accade dopo che il Recovery Plan rivisto e corretto è stato approvato in Consiglio dei ministri con l’astensione di Italia Viva in un clima di alta tensione.  La mossa del Quirinale di martedì- prima di tutto si vota il Recovery Plan per mettere in sicurezza il Paese, poi si può passare al chiarimento politico, aveva fatto sapere Mattarella – aveva in qualche modo messo con le spalle al muro l’inesausto rottamatore. Ma non è bastato a fargli cambiare idea sulle dimissioni. Renzi si era spinto troppo avanti per potersi fermare. Doveva salvare la faccia: le dimmisioni dei suoi dal governo in qualche modo glielo consentono.

Il gioco tattico di Renzi

Insomma, la partita politica di Renzi resta completamente aperta: l’unica pregiudiziale, fa sapere smentendo le voci che circolano in Transatlantico, è nei confronti di un ribaltone, di un governo con Salvini, che esclude categoricamente.

Il problema è capire il senso di questa crisi surreale. Che Renzi ha deciso di aprire, non dimentichiamolo, nel pieno di una pandemia, con il Paese mezzo prigioniero di piccoli o grandi lockdown, con gli ospedali di nuovo alle prese con l’aumento dei contagi, con i decessi che non si fermano e con una parte degli italiani alle prese con i conti della sopravvivenza. Sul senso di questa manovra se ne sono dette e scritte di tutti i colori. Ma è complicato trovare un senso a questa storia, perché questa storia, come canta Vasco Rossi, un senso non ce l’ha. O, quanto meno, contrariamente alla narrazione renziana, non ha un senso che interessi i cittadini. Che riguardi il Paese. Che parli a quei lavoratori che tra un paio di mesi, finito il blocco dei licenziamenti, rischieranno di trovarsi senza uno stipendio o a quelli finiti in cassa integrazione o a quei negozianti (certo, non tutti e non tutti allo stesso modo) che hanno visto crollare il proprio reddito.

Lo chiamano gioco tattico, quello messo in atto dal leader di Italia Viva. Andava molto di moda nella vecchia politica – quella che l’ex premier ha promesso a parole più volte di combattere – quando il leader del partitino di turno puntava un po’ i piedi per avere uno strapuntino in più nel governo. Sarà così anche questa volta?

Italia viva è morta

Il problema è che questa crisi è nata perché Italia Viva è morta e Renzi non vuole arrendersi a questo dato di fatto. E’ morta l’idea di fare un partito nuovo che viaggiasse sulle due cifre, che contendesse spazio al Pd, che si potesse muovere sulla scacchiera politica con agilità ma anche con la forza di numeri significativi. Questa strategia è fallita miseramente. Così, in mancanza di un ruolo determinato dai voti (che non ha), Renzi gioca a fare il leader di truppe consistenti, alzando la voce e la posta, sapendo bene che quelle truppe non sono le sue. Sono invece quelle che ha strappato al Pd (nelle cui liste i suoi deputati e senatori sono stati eletti) e non avrà più alle prime elezioni politiche. Il cuore di questa crisi è quasi tutto qui. Non c’è molto altro, se non qualche richiesta programmatica anche condivisibile, a coprire la miseria di un gioco tristemente tattico.

Il via libera al Recovery Plan

Tolto di mezzo il Recovery Plan, che dava una certa patina di rispettabilità al gioco d’azzardo renziano, non resta che una crisi piena di contraddizoni e di fumo demagogico aperta non si sa più per quale motivo. Non escluso, come è ovvio, che alla fine se ne esca con un grande rimpasto che concederà qualche ministero di peso a Maria Elena Boschi o a Ettore Rosato.

Comunque andranno le cose, resterà comunque il problema di fondo di un sistema politico imbrigliato e di una democrazia che, dopo la fine della Prima repubblica, non riesce ancora a trovare un suo nuovo punto di equilibrio. E’ un tema che non può essere accantonato troppo a lungo, perché dalla sua soluzione dipende buona parte del futuro di questo Paese che arranca sotto il peso di maggioranze sempre raccogliticce e di alleanze mai migliori ma sempre meno peggio.

Di che ha bisogno l’Italia?

Per usare due formule: l’Italia ha bisogno di una rivoluzione democratica e di una rivoluzione sociale. Un sistema politico che funzioni e che riesca a garantire, nei limiti del possibile, maggioranze coese e governi stabili. E un sistema sociale che corregga le disuguaglianze provocate dall’ubriacatura liberista. Vogliamo pensarci? Il centrosinistra vuole pensarci? Oppure preferisce annacquare la sua identità, già abbastanza sbiadita, in una gestione responsabile del presente senza guardare oltre l’oggi? Una cosa è sicura: è tempo che la sinistra la smetta non solo di cercare papi stranieri ma anche di coltivare idee straniere.