Centrosinistra, bisogno
di leader e idee nuovi

Il voto siciliano lascia a tutto il centrosinistra un problema enorme: morire o provare a rinascere? E’ un problema che riguarda innanzitutto il Pd, che ha subìto una pesantissima sconfitta che si aggiunge alle altre inanellate negli ultimi due anni che hanno stordito un partito che sembra incapace di ritrovare la lucidità politica necessaria per comprendere che una strategia è fallita ed è il tempo di una svolta. Ma è un problema che riguarda anche la sinistra a sinistra del Pd- da Mdp a Sinistra italiana – che sperava in un risultato nettamente superiore a quello ottenuto da Claudio Fava, un modesto 6,1% che non può essere considerato il segnale di una “ripartenza di una sinistra di governo” come auspicava Pier Luigi Bersani nell’intervista a strisciarossa venerdì scorso (leggi qui qui ). Diciamo che sia il Pd che Mdp vivono paradossalmente lo stesso dilemma: rassegnarsi a svolgere il ruolo di forza di testimonianza di fronte a un duello tra Berlusconi e Grillo oppure trovare la strada, quella vera, quella giusta, che possa condurre a una nuova stagione del centrosinistra.

Ora, se questo è il problema, bisogna essere in grado di circoscriverlo, analizzarlo e provare a cercare le soluzioni. E quindi bisogna evitare di aggirarlo con mezzucci tattici o con proposte che assomigliano molto a palliativi. Togliamo subito di mezzo quindi la questione che non è una questione: la premiership. Abbiamo una leggere elettorale, il Rosatellum, che non sarà in grado di indicare la sera del voto il governo che guiderà il Paese e quindi tanto meno il premier. Nel favoloso mondo della politica italiana questo particolare resta sempre in ombra e si continua a ragionare di candidati premier come se avessimo un sistema maggioritario, magari pure con ballottaggio, nel quale si sfidano due candidati e chi vince governa. Non è così, facciamocene una ragione una volta per tutte.

Quindi la questione non è chi sarà il candidato premier. Berlusconi, che la politica – contrariamente a quanto immagina una parte della sinistra – la sa fare, lo ha capito subito. Tanto che a Salvini che scalpita per mettersi la maglietta da candidato premier ha detto: vediamo chi prende più voti e poi decidiamo. Poi, cioè dopo il voto, in base alle condizioni politiche che si creeranno.

Il tema vero per il centrosinistra, quindi, è un altro: chi, e soprattutto come, sarà in grado di rimettere insieme i pezzi di un puzzle che in tre anni sono stati buttati a terra. Seguendo questa strada, arriviamo subito al nodo vero: Matteo Renzi. L’ho scritto tante volte e il voto siciliano è un’ulteriore conferma di questo giudizio: il segretario del Pd è ormai al tramonto (leggi qui qui ), non ha appeal, non è più credibile, si esercita nella ripetizione stanca di vecchie ricette, non riesce più a parlare al Paese come pure aveva fatto all’inizio. Basti vedere come ha reagito – nelle dichiarazioni ai giornali, nella sua e-news e durante l’intervista di Floris su La7 – alla batosta siciliana: scrollata di spalle, e andiamo avanti come prima. Renzi non solo non sembra in grado di riunificare nulla, ma anzi è ormai un ostacolo sulla via di qualsiasi processo di riaggregazione.

Mi rendo conto che questo giudizio, espresso in modo così netto, creerà fastidi e reazioni negative in una parte del Pd. Eppure, c’è poco da girarci attorno se davvero vogliamo riunire il diviso: chi ha spaccato il centrosinistra non può assolutamente essere in grado di aggiustarlo. Questo è il nodo politico che nel Pd devono sciogliere. E più fanno finta che non esiste, più il nodo si ingarbuglia. Molti lo hanno capito, ma non hanno il coraggio di trarne le conseguenze. Franceschini lo ha capito, ma invece di andare a fondo si ferma alla proposta di una strana alleanza basata sulla libertà di scelta del candidato premier: ogni partito si tenga il suo, purché si torni uniti. Perché e per fare che cosa non si sa.

La via per ritrovare un filo comune, insomma, è irta di ostacoli ed è difficile immaginare che possa portare a risultati concreti prima del voto del 2018. Perché non ha senso una coalizione che si fonda sul solo principio di fermare Berlusconi e Grillo, che non discute di programmi e non si sa bene dove voglia andare, come crede Franceschini e come ripetono altri nel Pd facendo appello a un ormai esausto voto utile. Bisognerebbe invece discutere del merito. Ma sul merito non è facile discutere, perché significa fare i conti con alcuni passaggi controversi di questi tre anni: il Jobs act con il suo carico di precarietà, la buona scuola, la mancata approvazione dello ius soli, la rottura di ogni dialogo sociale, un’idea della politica lontana anni luce dalle migliori tradizioni del centrosinistra italiano. Temi che dividono e sui quali non è facile trovare un minimo comune denominatore. E questo ovviamente – cosa assai più importante – rende complicato individuare anche un programma comune per la sfida elettorale perché, inutile nasconderlo, le differenze ci sono e in alcuni casi sono molto profonde.

Allo stesso modo non è facile trovare un leader capace di fare da collante, che abbia la credibilità per far sedere allo stesso tavolo i dirigenti del Pd e quelli della sinistra e di caricarsi sulle spalle il faticoso lavoro di ricostruttore. Troppe ferite sono ancora aperte e i protagonisti di questi ultimi quattro anni ogni volta se le rinfacciano.

Ecco il punto: un nuovo leader. Chi? Sgombriamo il campo dall’idea di un papa straniero, perché i papi stranieri spesso sono un escamotage per non affrontare sul serio le questioni aperte. Penso invece che serva un leader nuovo, uno che non abbia indossato la maglietta dell’ultrà, che abbia sguardi lunghi piuttosto che ansie da presente e che con pazienza ritessa i fili spezzati, uno ad uno. Che sia in grado di esprimere uno spirito unitario (ve lo ricordate l’Ulivo del 1996?) e una visione che rimettano in moto non tanto i gruppi dirigenti, ma il popolo del centrosinistra. Quello che si è rinchiuso in casa e che assiste sbigottito alla distruzione di un sogno e non trova più una ragione – non voglio dire la passione – per essere in campo. Forse potremmo dire, uscendo per una volta dalla retorica leaderistica, che servono diversi leader capaci di interpretare questo nuovo film del centrosinistra. Ce ne sono, da una parte e dall’altra. Basta cercarli, farli venire avanti, dar loro lo spazio per agire. Ci vogliono coraggio e generosità.

E’ per questo che no, non è facile rimettere a posto il centrosinistra. Perché di fronte a questa missione che oggi sembra quasi impossibile si torna alla domanda iniziale: morire o provare a rinascere? Ma per rinascere, ammesso che non si voglia davvero morire oppure far finta di rinascere per morire lo stesso, non bastano tre giorni. Forse, nemmeno i tre-quattro mesi che mancano alle elezioni del 2018. L’importante però sarebbe cominciare partendo con il piede giusto. Senza quei piccoli escamotage con i quali si nasconde soltanto la polvere sotto al letto.