Basta disuguaglianze
per un comunitarismo
aperto

IDEE – Confini naturali fatti di faglie, creste, fiumi, mari, dirupi, insomma dalla rugosità della nostra terra. Confini territoriali e sconfinamenti realizzati dalle specie animali nell’adattarsi e nel modificare quelle rughe. Confini a volte irriducibili fra opinioni degli esseri umani sui valori e su cosa sia giusto, a un tempo influenzati dai precedenti confini e fonte di altri confini. Altri confini, appunto, frutto per intero del nostro umano costrutto, del nostro organizzarci in comunità attorno a qualcosa di condiviso o di utile, con un ruolo del caso: famiglie, comunità, villaggi, città, feudi, borghi, comuni, frazioni, leghe/alleanze fra comuni, regioni, macro-regioni, imperi, quartieri, circoscrizioni, e poi, a un certo punto, nazioni.

Questi diversi confini sono balzati alla luce nello sconvolgimento della crisi Covid-19: la chiusura dei confini dentro e fra le nazioni; i confini regionali e comunali; le zone rosse o arancioni; il confinamento entro i 200 metri da casa; confini irriducibili fra opinioni e fra reazioni; lo sconfinamento delle produzioni zootecniche monoculturali nelle terre sempre più ristrette dove si rifugia la fauna selvatica, di certo causa di precedenti epidemie. E poi i confini territoriali che segnano l’iniqua asimmetria degli effetti della crisi: le periferie, dove si concentra in Italia parte di quel quinto di popolazione che, una volta perso il lavoro, non ha i risparmi per sopravvivere tre mesi ( Disuguaglianze); le aree interne, dove gravi ritardi nella copertura digitale hanno impedito ogni insegnamento o altra funzione «a distanza» (’Accessibilità; Scuola); le aree inquinate, dove più elevata sembra essere stata la letalità del virus (’ Cambiamento climatico; Fragilità territoriali). Ma c’è un confine che più di altri dobbiamo mettere al centro della nostra attenzione: il confine entro il quale i cittadini – intendo «chiunque viva al loro interno» – possono davvero concorrere, attraverso istituzioni e spazi di democrazia, a costruire un proprio futuro di giustizia sociale, a rimuovere, come scrive l’articolo 3 della nostra Costituzione, «gli ostacoli al pieno sviluppo della persona umana» (’ Persona).

Non sto rimettendo in discussione i confini nazionali. Non si fraintenda. Sto prendendo atto di due fatti, decisivi per il progetto di cui questa voce è parte. Primo, che l’apertura di forti disuguaglianze territoriali, frutto del quarantennio neoliberista, rende le aree marginalizzate incapaci di uscire da sole dalla trappola del sottosviluppo, attraverso dinamiche endogene, democratiche e di mercato, e richiede dunque una «politica rivolta ai luoghi» (place-based). Secondo, che questa politica e la costruzione di una visione e di una strategia di sviluppo per queste aree, che utilizzi la conoscenza in esse diffusa, richiedono la definizione del «confine» di ogni area, per stabilire quali cittadini, organizzazioni sociali o private e istituzioni pubbliche debbano concorrervi e su quali risorse naturali e culturali possano fare affidamento; insomma per passare da «spazi» a «luoghi». Era questione centrale prima della crisi. Ora, stabilire i confini delle «aree strategiche» diventa decisivo nel rilanciare lo sviluppo, visto che molte aree marginalizzate hanno la possibilità di cogliere il riorientamento delle nostre preferenze verso servizi e beni fondamentali e di prossimità al fine di creare nuove attività e buoni lavori (’ Politiche).

Per trovare una soluzione è utile partire dalla stessa domanda che in età moderna ci si è posti per i confini delle nazioni, ossia, con Étienne Balibar, per quelle costruzioni sociali che nel processo storico vengono «rappresentate nel passato e nel futuro come se fossero una comunità naturale». Quali criteri usare dunque in questa costruzione? Ricercare al loro interno omogeneità o eterogeneità? L’alternativa viene in luce con chiarezza nello scontro fra antifederalisti e federalisti che accompagna la formazione degli Stati Uniti d’America. Gli antifederalisti sostengono che uno Stato virtuoso e giusto richieda una piena omogeneità religiosa ed etnica della popolazione e che, per assicurarla, vada evitata un’estensione territoriale eccessiva: è la visione di una comunità chiusa. I federalisti sostengono, invece, che c’è solo un modo per assicurare pace e libertà ed erigere un argine contro la degenerazione rissosa e autoritaria delle fazioni: costruire uno Stato così vasto ed eterogeneo, così comprensivo di fazioni religiose, economiche e di ogni altra identità e interesse da rendere difficile la prevalenza maggioritaria di ognuna di esse o la loro alleanza: è la visione di una società aperta. Sembra attraente, ma attenzione, l’obiettivo dichiarato è il «divide et impera» del ceto abbiente, ossia dividere la società in tanti diversi interessi e partiti in modo da tutelare un valore ultimo a cui le fazioni sempre rivolgono il loro attacco: la «diversa e inuguale capacità di acquisire la proprietà» ovvero la «distribuzione ineguale della ricchezza» (cfr. Madison, Hamilton, Jay 1987).

Fra la comunità chiusa e autoreferenziale e la società aperta dominata dagli abbienti, si è fatta strada nella storia delle democrazie una terza strada. Che l’umanità con gran fatica persegue. La riassume Kwame Anthony Appiah nel concetto di «cosmopolitismo parziale», o, potremmo dire, di comunitarismo aperto. Appiah (2006) muove da due sentimenti istintivi, da accogliere: l’essere e sentirsi cittadini dell’universo, nel duplice senso di sentirsi impegnati e impegnarsi verso ogni altro essere umano e di rispettare e aprirsi alla diversità; avvertire, ognuno di noi, un senso di lealtà e di legame comunitario con chi ci è più vicino nelle molteplici – importante! – dimensioni del nostro essere e agire. Nella stessa direzione ci invita ad andare Amartya Sen, quando scrive (2006) che «l’identificazione con altri all’interno della stessa comunità sociale può rendere la nostra vita migliore; un senso di appartenenza alla comunità è dunque una risorsa»; ma al tempo stesso osserva che il contesto non può diventare un «nido» all’interno del quale si decide ciò che è giusto e ciò che è sbagliato: perché l’identità di ogni individuo va oltre il gruppo ristretto con cui egli interagisce, e perché un punto di vista esterno è indispensabile per arrivare a una valutazione imparziale. Abbiamo dunque un principio in base al quale ricercare i confini di una politica rivolta ai luoghi (’ Luoghi).

Il principio si innesta su quattro caposaldi validi per tutti i territori: un obiettivo generale (così come per la Strategia nazionale aree interne dell’Italia è il rallentamento e l’arresto della caduta demografica); indirizzi generali per il disegno strategico in ogni settore (scuola, salute, filiere agro-silvo-pastorali ecc.); mappe che, sulla base di dati robusti, tempestivi e verificabili, descrivano i confini naturali, sociali ed economici per tutte le dimensioni di vita; i comuni (o, dove ancora esistano, istituzioni rappresentative sub-comunali) e chi li guida come leader locali del processo. Su queste basi e senza confini prestabiliti, dobbiamo allora rivolgerci ai territori marginalizzati (al complesso delle aree interne o delle periferie o delle campagne deindustrializzate, definite in modo aperto e modificabile) giocandoci entrambe le carte del «cosmopolitismo parziale». Da un lato, dobbiamo promuovere un confronto acceso, informato e ragionevole sul campo, fra tutti i cittadini – lo illustro in Place-based policy and politics (2019) – un confronto che, tenendo conto dei suddetti caposaldi generali, faccia emergere e metta alla prova lealtà e legami comunitari attraverso la capacità di inventarsi e proporre una «visione comune di area»: «cosa vorremmo essere, di cosa vorremmo e potremo vivere, fra venti-trenta anni». Dall’altro lato, dobbiamo assicurare che in questo confronto siano presenti e attivi, oltre alle diversità interne, tutti i punti di vista esterni rilevanti: quello dello Stato e delle Regioni che guidano (assieme) la politica; dei centri di competenza delle imprese private e sociali; e ancora della cultura nazionale, universitaria e creativa.

Sarà nella qualità di quelle «visioni comuni di area» che si manifesterà l’appropriatezza o meno dei confini che i territori proporranno: i confini dell’alleanza di più Comuni in un’area vasta, come è stato per i piccoli Comuni delle aree interne; i confini dell’alleanza fra due o più quartieri o di ex circoscrizioni (o anche di uno solo di essi), in una città media o grande, se, come ci auguriamo, una simile politica fosse applicata alle aree urbane. Una volta che lo Stato e le Regioni avranno riconosciuto quei confini, sarà questa nuova area, emersa endogenamente dal confronto fra società e istituzioni – non decisa da tecnici o amministratori lontani – a elaborare una strategia, individuare i progetti per conseguirla ed essere dotata della tecnostruttura e dei fondi per farlo.

Resta un quesito: quante persone saranno raccolte assieme da confini così costruiti? Guardando alla Strategia aree interne e alle sue 72 aree progetto, si osserva una dimensione media di 29000 abitanti, con una forte concentrazione fra 15 e 40000. Sono numeri che colpiscono: sono infatti quelle le dimensioni delle organizzazioni istituzionali sub-comunali che ricorrono se si guarda a tante città del mondo, da Roma a New York alle città medie italiane. Che quei confini, frutto di processi sociali e politici assai diversi ma forse segnati da tratti comuni, ci indichino la traccia da usare per questo nuovo stadio della nostra democrazia? La ricerca è aperta.

 

 

Questo testo  di Fabrizio Barca è tratto dal libro

Manifesto per riabitare l’Italia

(a cura di Domenico Cersosimo e Carmine Donzelli)

con contributi, tra gli altri, di Tommaso Montanari, Gabriele Pasqui, Rocco Sciarrone, Nadia Urbinati, Gianfranco Viesti

Donzelli Editore