Renzi in un vicolo cieco
Centrosinistra al palo

In politica non vanno mai sottovalutati i passi avanti, anche se sono piccoli, anche se sono impercettibili. Quindi non dirò che l’intervento di Matteo Renzi alla direzione del Pd non contenga alcuna novità. Una ce n’è: l’uomo che per tre anni ci ha intrattenuto con la vocazione maggioritaria del Pd, che ha insistito con la teoria del 40% (quello ottenuto alle elezioni europee e quello che ha sancito la sconfitta referendaria) e che ha affrontato ogni abbandono del partito con una scrollata di spalle, da Fassina-chi fino alla scissione di Mdp, è stato costretto a dire che l’unità del centrosinistra è utile per vincere. Che per affrontare la sfida elettorale serve una coalizione più larga possibile. Punto. La novità si ferma qui, e non deve essere molto convincente il modo con cui il segretario del Pd l’ha formulata se persino dentro il suo partito ci sono dubbi e qualcuno si è chiesto, astenendosi nel voto finale come ha fatto la minoranza di Andrea Orlando, se sarà vera svolta.

Il problema che resta aperto è che questa ammissione renziana, per molti una ovvia constatazione da sempre, si accompagna a una chiusura su tutto il resto. Renzi lo ha detto chiaramente: niente autocritiche, niente abiure. Quello che è stato fatto in questi tre anni è stato fatto bene. Siamo pronti, ha aggiunto, a ragionare su un programma comune per migliorare le leggi approvate. Niente di più. Proprio niente di più.

Paolo Branca ha scritto su strisciarossa un articolo ( leggi qui ) che è quasi un disperato appello a tessere fino all’ultimo quel tenue filo di dialogo che si è aperto. Sostiene che sarebbe un “errore storico” non provarci ad evitare una divisione che premierebbe il centrodestra o il movimento di Grillo e che rassegnarsi a saltare un turno, come l’Italia ai mondiali, con la speranza che da una grande sconfitta possa rinascere un centrosinistra nuovo sarebbe una scelta catastrofica.

Capisco lo spirito che anima questo ragionamento, ma non sono convinto che sia giusto per due motivi.

Primo, gli appelli all’unità contro i barbari alle porte non credo abbiano più l’appeal che avevano nel passato. Oggi il voto è diventato ancora più mobile e fluido, non segue appartenenze e chiede condivisione di scelte, di progetti e di leadership. D’altra parte come possiamo pensare che sia attraente una coalizione contro senza avere la forza di costruirne una per? Quante volte negli anni passati, proprio quelli che oggi invitano a stringerci a coorte, ci hanno spiegato che era fragile un partito o una coalizione senza progetto o con un progetto debole e che l’antiberlusconismo era una grave malattia di una certa sinistra capace solo di dire sempre no?

In questi tre anni di renzismo vasti pezzi di popolo del centrosinistra si sono allontanati, sono ritornati a casa. Oppure hanno trovato altre modalità di fare politica, nell’associazionismo o nel volontariato. Il tasso di astensionismo alle elezioni, e non solo alle regionali siciliane, è un campanello d’allarme che molti, troppi, non hanno voluto ascoltare. Ecco una domanda che dobbiamo porci: questi elettori, ai quali non è piaciuta la retorica renziana delle magnifiche sorti e progressive che ha accompagnato i giorni di Palazzo Chigi, che considerano un grave errore una legge sul lavoro che ha creato precarietà e reso legittimi i licenziamenti collettivi, che vivono sulla propria pelle, a dispetto della propaganda, una crisi che nonostante i deboli segnali di ripresa ancora non è finita, come li riconquistiamo? Dicendo loro vota centrosinistra perché altrimenti viene la destra? Solo con questo?

No, non basta questo. Perché la destra vincerebbe lo stesso, in questo Paese la destra con Berlusconi ha conquistato da tempo la sua egemonia e la sinistra troppo spesso l’ha rincorsa sul suo terreno invece di raccontare un’altra storia. Le divisioni di questi anni – dall’autosufficienza predicata agli insulti ai gufi e ai rosiconi fino all’emergere della devastante cultura del ciaone – hanno lasciato ferite profonde che non si curano con una crema cicatrizzante. E’ per questi motivi che negli ultimi due anni anche quando è stato unito, nel voto di molte città per esempio, il centrosinistra ha perso. Per questo la disfatta siciliana è così grave, perché nemmeno sommando i voti del candidato del Pd con quelli di Claudio Fava e aggiungendoci anche qualche decimale si sarebbe arrivati non dico primi, ma nemmeno secondi.

Il secondo motivo per cui non mi convincono gli appelli all’unità a tutti i costi è che nelle storie c’è sempre un prima e un dopo. E ci sono i protagonisti del prima e del dopo. Matteo Renzi, secondo me, non può essere il protagonista del prima e del dopo, come non lo è stato nessun leader politico nella storia d’Italia. Renzi ha interpretato il ruolo del rottamatore non può oggi interpretare quello del federatore. Ha creduto di modellare un partito facendo fuori i vecchi padri e con loro le idee che rappresentavano costruendo un partito centrista, oggi non può essere l’uomo che rimette insieme i cocci creando una coalizione che guarda a sinistra.

Non è una questione di simpatie o antipatie, con le quali gli uomini di Renzi cercano sempre di etichettare qualsiasi critica rivolta al loro leader. E’ invece una questione di coerenza e di credibilità, che sono elementi fondamentali per tenere insieme un’alleanza.

Tante volte nel passato anche io sono stato molto sensibile al richiamo della foresta contro l’avversario. Oggi credo che non funzioni più, perché i richiami dell’ultimo momento producono sempre alleanze rabberciate, una specie di armate brancaleone. Credo invece che un nuovo centrosinistra possa nascere, come ho già scritto ( leggi qui ) solo con nuovi leader. Solo se da questa crisi, dalla battaglia elettorale e dall’esito di un voto che sicuramente sarà negativo emergeranno, sia nel Pd che alla sua sinistra, nuovi leader capaci di ritessere i fili spezzati. Capaci di ricominciare daccapo per costruire una sinistra che abbia le sue idee e non copi quelle degli altri.

L’altra strada – stiamo uniti a qualsiasi costo – non solo porterà lo stesso alla sconfitta, ma rischia alla fine di lasciare ancora più macerie di quelle che possiamo immaginare.