Senatore Renzi,
il nuovo Rinascimento non è in Arabia

Ci sono due o tre cosette che Renzi avrebbe fatto bene a ripassare, come si faceva una volta con i Bignami prima del compito in classe sui Promessi sposi che ti eri ben guardato dal leggere. Ecco, prima di mettersi comodo e impelagarsi in una intervista talmente sdraiata da ridursi a zerbino con il principe ed erede al trono saudita Mohammed Bin Salman, MBS per gli amici, il bravo Matteo avrebbe potuto soffermarsi un paio di minutini su chi aveva davanti (e generosamente finanziava la sua partecipazione, con un assegno da 80.000 euro all’anno come membro del board della Fil, Future Investment Initiative, fondazione promotrice della “Davos del deserto”).

E qui, appunto, nell’evento nato per promuovere gli investimenti in Arabia Saudita, e dove Renzi era solo uno dei 150 relatori che hanno chiuso non uno ma entrambi gli occhi sulla natura del regime, lo stesso leader di Iv che ha strapazzato il governo italiano sulla “democrazia che non è un reality show”, ecco proprio lui si è messo a incensare l’Arabia Saudita “luogo del nuovo Rinascimento” e per estensione il suo interlocutore, il principe ereditario in persona. Elogi a piene mani, sul ruolo di Riad che come la Firenze dei Medici a suo tempo – “sono stato il sindaco” – irradiava cultura e sapere, avendo soldi e idee per archiviare il Medioevo con una nuova humanitas. Una manciata di minuti ben remunerati, con tanto di passaggio in jet privato, per dire quanto è bello che l’Arabia Saudita abbia tanti soldi da spendere, un  principe come MBS e quanto sia invidiabile il costo del lavoro a Riad. Inutile dire che i social sono andati a nozze. E non per applaudire.

I miliardi di Riad

Si potrebbe pensare ad una provocazione, in puro stile Renzi, mentre in Italia si apriva la crisi e tutti a chiedersi cosa mai lui avesse in testa etc etc e i sali e scendi al Quirinale, i “mai più” e le porte aperte e sbattute, e i “dicano che hanno bisogno di noi” – “mi si nota di più se non vengo o se vengo e resto in disparte?”, avrebbe detto Nanni Moretti.  E però, torniamo al Bignami. Perché poi anche all’evanescenza delle cose che si dicono c’è un  limite.

Rinascimento, intanto. E sì l’Arabia Saudita ha un sacco di soldi e sta cercando di smarcarsi dal petrolio, i cui prezzi sono in calo e che in prospettiva dovrà essere sostituito da fonti rinnovabili. E ancora sì, Riad ha seminato miliardi a piene mani investendo nella Silicon Valley (45 miliardi di dollari nel Vision Fund, che finanzia start up tecnologiche, più altri 45 promessi per progetti di intelligenza artificiale). Mohammed Bin Salman ci ha tenuto a conoscere personalmente i fondatori di Google, e poi Tim Cook e Mark Zuckerberg, la Virgin Galactic di Richard Branson che punta al turismo spaziale.

Il denaro sparso con abbondanza gli è sicuramente valso la benevolenza di tanti, non ultima l’amministrazione Trump, MBS si è vantato di “avere in tasca”  (sic) Jared Kushner, il genero di The Donald incaricato di curare i contatti con la regione. Si dice che i due si sentissero quotidianamente su Whatsapp. E certo, queste frequentazioni, hanno attutito lo scandalo dell’uccisione del giornalista Jamal Kashoggi, fuggito dall’Arabia Saudita proprio quando nella monarchia saudita si annunciava l’ascesa di Mohammed Bin Salman. Giovane e aitante, il principe, ma con la fama di grande repressore, uno che si è liberato dell’aristocrazia saudita con un maxi sequestro di principi, accusati di corruzione, rinchiusi al Ritz di Riad e torturati fino a quando non hanno accettato di riconsegnare ricchezze e beni allo Stato: metodi su cui forse il rottamatore non si è soffermato, ma criticati in ambito internazionale, con l’eccezione della Casa Bianca di Trump.

Il principe rinascimentale e Kashoggi

E a proposito di metodi un breve inciso su Kashoggi. Un tempo vicino alla famiglia reale, il giornalista ne era diventato un critico. E pur vedendo una spinta riformatrice e anti-corruzione nelle intenzioni di MBS, lo aveva paragonato a Putin per le maniere spicce e autoritarie di cui facevano le spese anche “intellettuali e giornalisti sauditi incarcerati”.  Fuggire all’estero – era editorialista del Washington Post  – non gli era bastato. Com’è finita lo sappiamo: entrato nel consolato saudita a Instanbul per ritirare dei documenti per sposarsi, né è uscito a pezzi, accuratamente incellofanati e distribuiti tra sacchi di immondizie e una irreprensibile valigia, come hanno dimostrato le registrazioni dell’intelligence turca. Tutta l’operazione porta dritto al “principe rinascimentale”, come sostiene un rapporto dell’Onu firmato dalla relatrice speciale sulle esecuzioni extragiudiziali, sommarie o arbitrarie Agnes Callamard.

Il riformatore

Tre appunti. Il primo, sulle donne. Eh sì, dal 246 giugno 2018 possono finalmente guidare un’auto. Il provvedimento rientra nel quadro del “Vision 2030”, un piano di riforme economiche e sociali volute dal potente principe ereditario. Una grande conquista, “rinascimentale” si potrebbe dire, che però non intacca il sistema di restrizioni e regole alle quali sono sottoposte le donne in Arabia Saudita. A partire dal vestiario, tunica lunga più velo islamico, e dallo status di minorità: la loro voce vale la metà di quella di un uomo in un tribunale, per dire. E poi il ruolo del tutore: che sia marito, padre, figlio o fratello, il maschio di casa decide cosa può e cosa non può fare una donna. La patente non basta se non si ha il permesso di andarsene in giro.

Secondo appunto, i gay. Formalmente l’omosessualità non è reato, ma essendo punita dalla sharia, la legge islamica, le cose non cambiano. Fustigazione nel migliore dei casi, pena di morte nel peggiore. Nel 2019 il Dipartimento saudita per la lotta all’estremismo ha classificato l’omosessualità, al pari di ateismo e femminismo, tra le  idee estremiste, punibili con il carcere e la fustigazione. Per Amnesty International “dietro i proclami sul progresso fatti da Mohammed Bin Salman si nasconde il volto intollerante del regno saudita”.

Terzo appunto, sempre dal Bignamino saudita. Il costo del lavoro, che Renzi invidia a Riad. Basso, certo. Perché molta della manodopera è immigrata ma tenuta in un perenne ricatto grazie all’istituto della kafala. Per riassumere: il lavoratore ha bisogno di uno “sponsor” che di solito è il suo datore di lavoro, senza il cui permesso non può licenziarsi, lasciare il Paese o aprire un conto in banca. Spesso i lavoratori vengono privati dei passaporti, non pagati e abusati, specie le donne impiegate come domestiche nelle famiglie. Una forma di schiavitù che una riforma annunciata per il prossimo marzo dovrebbe almeno parzialmente correggere, anche se diverse organizzazioni – sulla base di quanto accaduto in altri Paesi del Golfo – ritengono che le correzioni previste non cambieranno la sostanza dello sfruttamento.

Ultimo capitolo, le armi

Mentre Renzi rientrava dalla sua gitarella in Arabia Saudita, il governo italiano ha bloccato la fornitura di armi destinate a Riad, da tempo impegnata in un conflitto sanguinoso nello Yemen, dove i bombardamenti sauditi secondo l’Onu “possono costituire crimini di guerra”. Un atto di “portata storica”, secondo i pacifisti della Rete Italiana Pace e Disarmo. Tra le licenze annullate, ce n’è anche una approvata nel 2016 dal governo Renzi e questo ha consentito al M5s sottosegretario del M5s Manlio Di Stefano di affermare che è stata “bloccata una vergogna” ereditata da Renzi.

Bloccata questa, resta da capire che cosa fare con le altre. Ora, sicuramente il jet privato e gli 80mila euro saranno stati elargiti a norma di legge, vedremo. Ma la legge e l’opportunità politica non sono la stessa cosa, soprattutto per un senatore della Repubblica nonché leader di partito. “Chi parla male, pensa male”, diceva sempre Nanni Moretti. E su chi pensa che il Rinascimento riparta da Mohammed Bin Salman qualche dubbio è legittimo averlo, anche mentre ci si affanna intorno a nuove formule per la maggioranza. Ma varrebbe la pena formulare almeno un buon proposito per il futuro. A forza di rottamare si finisce per credere che il nuovo – come MBS – sia buono per forza di cose, e non è così. Anche Renzi del resto non è più così giovane – e nuovo – come gli piacerebbe pensare.