Semplificare stanca
Ma solo così saremo
un Paese moderno

“Entia non sunt multiplicanda praeter necessitate”. E’ latino, ma è sintetico e facile da capire: non è opportuno moltiplicare gli “enti”, le parole, i concetti, se non è strettamente necessario. E’ il “rasoio di Occam”, che nasce dalla saggezza medievale, elaborata da un monaco francescano un po’ eretico, che inaugura il moderno pensiero scientifico. Il pensiero di Guglielmo d’Ockham (1288-1347) è ancora importante e il suo “rasoio” dovrebbe essere lo strumento fondamentale per attuare quella “semplificazione” che in Italia inseguiamo da tempo immemorabile.

Ma semplificare è complesso. E’ necessaria grande competenza e conoscenza dell’argomento sul quale esercitare l’arte affilata del “rasoio”, con sincerità e buona fede. Lo sanno bene i chirurghi, ma anche gli artisti, come insegnava Michelangelo, che “toglieva” il superfluo dal marmo per far emergere la statua, ma anche gli sportivi, che riducono i gesti all’essenziale, per ottenere la massima efficienza e fluidità dei movimenti. Lo sanno gli scienziati e i poeti, che inseguono sempre la formula o il verso più sintetico ed elegante.

Foto di Gerd Altmann da Pixabay

In politica, però, le cose sono diverse, soprattutto in un’Italia che si è da sempre attorcigliata in un sistema di leggi e regole fondato sulla diffidenza tra stato e sudditi, che solo faticosamente sono diventati cittadini. Ecco, allora, in un paese pieno di imbroglioni ed evasori, la rincorsa della burocrazia per rendere tutto più complicato nell’illusione di imbrigliare gli imbroglioni che evadono o semplicemente ignorano le regole. Il risultato è che la grande maggioranza di cittadini onesti rimangono invischiati in questa ragnatela, mentre gli altri se ne fregano. Lo stesso vale per le imprese e per gli amministratori pubblici, che vivono e lavorano sempre sotto la spada di Damocle dell’ “abuso d’ufficio”. E così si ritarda, si dilata, si chiedono documenti che le amministrazioni hanno già, perché la burocrazia vuole proteggersi da se stessa. Il risultato è un paese affaticato, apparentemente sull’orlo di una bancarotta che –nonostante tutto- non arriverà mai.

La soluzione, allora, è “semplificare”. Ma per maneggiare con cura il “rasoio” della semplificazione è necessaria una scelta quasi spirituale, filosofica, di rinuncia al superfluo, come voleva quel francescano un po’eretico. Guglielmo d’Ockham, che non è stato invitato agli “stati generali” dell’economia, avrebbe sconsigliato la “moltiplicazione degli enti”, ma avrebbe proposto di fare attenzione ai termini e alle parole, da utilizzare con parsimonia ed analizzare nella loro concretezza empirica, senza fermarsi a una presunta “sostanza” metafisica. Se i “filosofi” del M5S frequentassero un po’ di più Guglielmo d’Ockham, scoprirebbero che il famigerato Meccanismo economico di stabilità (Mes), per il quale nutrono una diffidenza quasi superstiziosa, non è più quello che ha imposto la Troika a una Grecia ormai fallita. Il Mes, oggi, è uno strumento sostanzialmente nuovo, attraverso il quale l’Europa vuole imprestarci soldi quasi senza interessi, con l’unica “condizionalità” che vengano spesi presto e bene per la sanità. Non è una condizione capestro, ma solo una norma di oculato buon senso. Eppure, qualcuno, a proposito di “entia non sunt moltiplicanda”, si è inventato il problema dello “stigma”, una sorta di lettera scarlatta e d’infamia che marchierebbe l’Italia se chiedesse i soldi al Mes. La logica, invece, dice esattamente il contrario, perché finanziamenti garantiti dall’Europa tranquillizzerebbero i mercati e forse abbasserebbero addirittura lo spread.

A questo punto, le faticose trattative notturne del governo sono solo chiacchiere, “flatus vocis” direbbero gli antichi, o riusciranno davvero a rendere più semplice la vita di cittadini ed imprese? Alla fine, chiederemo quei soldi, a interesse quasi zero, per la sanità? Guglielmo d’Ockham ci ha insegnato che lo sapremo solo con l’esperienza (post rem).