Sean Connery, molto più di Bond:
addio a un grande del cinema

Per una volta, oggi – 31 ottobre, Halloween, 27 anni dalla morte di Fellini –, è bello farsi un giro per i social e scoprire che tutti, veramente quasi tutti amavano Sean Connery e che ognuno ha il suo Sean Connery preferito. Faccio un esempio: Raul Montanari, scrittore importante, confessa su Facebook di non aver mai sopportato James Bond e di amare appassionatamente Connery grazie soprattutto a “Marnie”, il film di Alfred Hitchcock in cui è un uomo infelicemente innamorato di una donna cleptomane e frigida interpretata da Tippi Hedren. E ricorda, Montanari, un aneddoto famoso: la Hedren era sotto contratto con Hitchcock, che l’aveva scelta e plasmata dopo il “tradimento” consumato nei suoi confronti da Grace Kelly, la sua preferita, che l’aveva per così dire mollato per sposare il principe Ranieri di Monaco, abbandonando il cinema. Tippi Hedren aveva interpretato “Gli uccelli” (1963) ed era già scritturata per “Marnie” (1964): quando seppe che come suo partner era stato scelto Connery, andò da Hitchcock e gli disse: “E io dovrei fingere di essere frigida tra le braccia dell’uomo più sexy del mondo?”. Hitch, serafico e perfido come sempre, le rispose: “Si chiama recitare, Tippi”.

Non possiamo ovviamente giurare nulla sulle altre partner di Connery; non sappiamo, in altre parole, se tutte lo ritenessero “l’uomo più sexy del mondo”. Certo, nei film, non c’erano mai problemi con tutte le Bond-girl che hanno affiancato Connery nei film della saga di 007, da “Licenza di uccidere” in poi. È però un fatto che in diversi film la “chimica” fra l’attore e le sue partner era travolgente. Personalmente, troviamo che uno dei film più erotici di tutti i tempi sia “Il vento e il leone” di John Milius (1975), in cui dava volto e fisico – con insospettabile credibilità – a un capo berbero, MuyalAhmad al-Raisuni detto “il raisuli”, che combattendo contro il colonialismo rapisce una ricca vedova statunitense interpretata da Candice Bergen. Vedere insiemelui e la Bergen – una delle attrici, tanto per ripetersi, più sexy di sempre – e pronosticare che nel film si sarebbero follemente innamorati, era un tutt’uno. Ma altrettanto forte, e al tempo stesso tenera, era l’attrazione sentimentale fra Connery e Audrey Hepburn in “Robin e Marian”, un meraviglioso film in costume di Richard Lester su un Robin Hood ormai un po’ anzianotto (siamo nel 1976, l’attore aveva 46 anni e non faceva nulla per nasconderli).

Licenza di uccidere

Tutti identificano Connery con l’immortale ingresso in scena in “Licenza di uccidere” (1962) ma pochi ricordano che, tra la fine degli anni ’50 e l’inizio dei ’60, lo scozzese aveva già girato una decina di film. Prima aveva fatto vari mestieri: bagnino, muratore, verniciatore di bare (!), modello, guardia del corpo. Sicuramente aveva un fisico statuario che nel 1953 gli permise di partecipare al concorso di Mister Universo; altrettanto sicuramente a trent’anni era già calvo: in tutti i Bond, e in tanti altri film, porta il parrucchino (come John Wayne, per altro)! Quando venne scelto per il ruolo di Bond, nessuno pensava che la serie sarebbe andata avanti – allo stato attuale – per 58 anni, destinati a prolungarsi. Il primo Bond era quasi un B-Movie, ma la formula funzionò alla grande grazie a due elementi: l’aderenza ideologica ai temi della Guerra Fredda e la fortissima carica erotica delle trame. È probabile che per molti spettatori maschi “Licenza di uccidere” sia più memorabile per il bikini bianco di Ursula Andress che per la recitazione di Connery. Ma pian piano l’attore si cucì il personaggio addosso e divenne un divo. È anche ora, però, di sfatare definitivamente la leggenda per cui il suo momentaneo ritorno in “Una cascata di diamanti” (1971) fosse dovuto al disastro del film precedente, l’unico interpretato da George Lazenby; in realtà “Al servizio segreto di Sua Maestà” (1969) era molto bello, andò benissimo, Lazenby se la cavò alla grande e i due produttori (i mitici Saltzman&Broccoli) avevano pronto per lui un contratto per numerosi film, ma fu l’ex modello australiano a tirarsi indietro, per niente desideroso di farsi inscatolare nel ruolo. Connery, per tornare, prese i due produttori alla gola: strappò un ingaggio principesco e una robusta percentuale sugli incassi, che lo rese – a inizio anni ’70 – multimiliardario. L’oculatezza con cui Connery ha gestito la propria carriera è proverbiale, quasi quanto il suo amore per il golf, il suo tifo calcistico per i Glasgow Rangers e la sua militanza per l’indipendenza della Scozia dal Regno Unito. E, anche, la sua insofferenza per le interviste e i rapporti con i media in generale!

Un Oscar meritato

Chi scrive non ha mai amato i film di Bond. Li abbiamo visti quasi tutti per lavoro, ma non sono la nostra “tazza di tè”, tanto per rimanere anglosassoni. Eppure adoriamo Connery per quella sua faccia da adorabile canaglia, per il talento che è sempre andato crescendo negli anni e, sì, per la sua bellezza, anch’essa (parere strettamente personale) assai più rimarchevole nella maturità che in gioventù. Oltre ai citati, ricordiamo vari titoli stupendi: “La collina del disonore” (1965), ruvido dramma anti-militarista di Sidney Lumet; “I cospiratori” (1970), sui sindacati dei minatori in Pennsylvania, film politicamente durissimo di Martin Ritt; il bel giallo “Rapina record a New York” (1971), ancora di Lumet; “Atmosfera zero” (1981), western “spaziale” di Peter Hyams; lo struggente “Cinque giorni un’estate” (1982), mélo alpinistico di Fred Zinnemann; ovviamente “Highlander” (1986) di Russell Mulcahy; “Gli intoccabili” di Brian De Palma (1987), che gli valse un meritato Oscar; ovviamente il bellissimo ruolo, per il quale sembrava nato, del papà di Indiana Jones in “L’ultima crociata” (1989) di Steven Spielberg; e, altrettanto ovviamente, l’indimenticabile frate-detective di “Il nome della rosa” (1986) di Jean-Jacques Annaud. Ma forse il capolavoro rimane “L’uomo che volle farsi re” di John Huston (1975), in cui dà vita, assieme a un altro gigante come Michael Caine, a una coppia di britannici cialtroni che fuggono nelle lande dell’Afghanistan ottocentesco per proclamarsi sovrani di un improbabile regno. Tratto da Kipling, è il grande film sul “Grande gioco”, l’insieme delle trame spionistiche e politiche con le quali inglesi e russi si sono contesi quella fetta di mondo, sempre invano. Assieme a “Il vento e il leone” (sono dello stesso anno!), compone un dittico sul colonialismo ancora oggi estremamente istruttivo. Assai più degli 007, in fondo.