Se un libro per ragazzi racconta il suicidio

“Guardare dentro l’abisso”. Con questo titolo in copertina il trimestrale Liber, dedicato alla letteratura per l’infanzia, annuncia il tema centrale che affronta nel suo numero in uscita; il suicidio. E’ un tema difficile, di cui si preferisce parlare poco, soprattutto se a togliersi la vita o a desiderare di farlo sono dei ragazzi. Eppure è una realtà che ha dimensioni imponenti: nel mondo è la seconda causa di morte per i ragazzi al di sotto dei venti anni e negli Stati Uniti addirittura la prima.

E’ un pianeta nascosto, abitato da chi attua un proposito suicida ma ancor di più da chi, per anni, persegue, insegue, culla un’idea di morte sfuggendo a ogni statistica sul male di vivere, sulla depressione che toglie senso alla vita, su un progetto di sé adolescente che non intravede alcun sbocco se non il farla finita. È in questa intercapedine tra la vita e la morte che si colloca la letteratura per ragazzi e per young adult che affronta il tema. Non sempre è accolta con favore dai “benpensanti” per i quali ogni cruda realtà deve essere spurgata dai libri per i più piccoli. Sono gli stessi (e sono tanti) che pensano che meno si parla di questi temi meglio è, quasi che il silenzio cancellasse il malessere mentre quel malessere richiede di essere visto, ascoltato, per trasformarsi in spinta vitale.

Per fortuna esistono ottimi autori e case editrici– ci racconta la rivista Liber – che al tema hanno dedicato storie riuscite. Tra gli scrittori vengono ricordati Jasmine Warga con Il mio cuore e altri buchi neri, Jennifer Niven con Raccontami di un giorno perfetto, Luigi Ballerini con gli Imperfetti, coautore con Luisa Mattia anche di Cosa saremo poi, Nina LaCour con Ferma così e molti altri titoli. Alcuni degli autori di queste storie si sono confrontati, l’anno scorso, con dei giovanissimi partecipanti al Festivaletteratura di Mantova per ricordarci che chi scrive di morte in realtà ama la vita, racconta spesso di profondi legami di amicizia tra chi decide di farla finita e chi resta, di storie di “rinascita”. Soprattutto accetta la sfida che ha posto, nel corso di quel dibattito a Mantova, una quattordicenne: “Perché è diverso parlare di morte e parlare di suicidio e cosa comporta accettare e accogliere il suicidio di una persona nella propria vita?”.

Una possibile risposta è che un libro è un modo per iniziare una discussione, per aprire una breccia nel muro di silenzio che circonda l’aspirante suicida. In fondo l’idea del suicidio, soprattutto da giovanissimi, è l’urlo di chi vorrebbe essere ascoltato, capito, visto nella sua sofferenza. Una storia può essere una delle possibili vie per far emergere il male di vivere e affrontarlo. O, come dice Melvin Burgess, super-autore per adolescenti intervistato dalla rivista, “i libri possono mostrare loro che i sentimenti, spesso contradditori, che stanno vivendo sono normali”.