Parliamo dell’ormone della crescita

Cresciamo o non cresciamo? E quanto cresciamo? Se vivessimo in un Paese normale dovrebbe essere questo il tormentone dei dibattiti politici dentro e fuori il Parlamento. Perché un’economia che per dieci anni non cresce o cresce poco, più che la presenza di una malattia, indica la mancanza di una cura. Che senza giri di parole significa una cosa sola: l’assenza, gravissima, di politiche adeguate e strategie efficaci. In un Paese normale, dunque, questo e poco altro dovrebbe essere il tema chiave su cui impostare una campagna elettorale delicata e importante come quella che stiamo vivendo.

Pochi giorni fa, dalle nevi di Davos, i funzionari del Fondo Monetario Internazionale presenti al World Economic Forum ci hanno spiegato che, al di là di ogni ragionevole dubbio, il nostro Paese ha finalmente ripreso a muoversi. Anche se il dato riscalda il cuore, quella che non possiamo ignorare è tuttavia la madre di tutte le domande: perché così tardi? Perché gli altri si sono ripresi poco dopo la crisi e noi no? Perché solo noi e la Grecia abbiamo impiegato dieci anni per scendere dal letto e camminare, quando dalla Francia alla Germania all’Olanda passando persino per il pigro Portogallo tutti hanno ripreso a correre pochi anni dopo?

Nei dibattiti in tv e sui giornali, la spiegazione più frequente è che il nostro Paese è appesantito: troppo debito e troppa spesa. Che tradotto significa troppi interessi da pagare e troppi sprechi da sostenere. Che ovviamente è vero. Ma è solo una parte della storia. Il resto è legato a un dubbio ingombrante: se anche vincessimo al Superenalotto planetario, se anche azzeccassimo la schedina del Totocalcio globale, se per miracolo avessimo tanti, tantissimi soldi da spendere… non sapremmo dove spenderli. O meglio, non sapremmo come spenderli in maniera costruttiva e produttiva. Il problema è che non cresciamo, non tanto e non solo perché paghiamo troppi interessi, ma perché non ci “interessa” capire cosa dobbiamo fare per tornare a crescere in un mondo completamente diverso da quello dei miracolosi anni Sessanta e dei frizzanti Ottanta. La verità che non vogliamo ammettere (e di cui ci ostiniamo a non voler discutere) è che l’ormone della crescita, quello che nel dopoguerra e per un trentennio ci ha fatto crescere a ritmi cinesi del 5% l’anno, si è esaurito senza che noi facessimo nulla per sintetizzarne dell’altro.

Come si torna a crescere? Come si sintetizza un nuovo ormone della crescita? Prima di tutto comprendendo che quello vecchio non è più efficace. Tornare ad essere un Paese a basso costo del lavoro come eravamo negli anni del boom economico sarebbe anacronistico e poco astuto, vista la concorrenza imbattibile di Romania e Bulgaria dove un’ora di lavoro costa meno di 4 euro (in Italia siamo a 29) o quella inarrivabile di Bangladesh, Pakistan e India dove siamo tra 0,23 e 0,48 dollari. In alternativa, vogliamo sfidare Cina e Germania sul terreno a loro congeniale della grande industria? Difficile pensarlo, ancor di più realizzarlo. C’è una sola strada: si chiama innovazione ed è quella che stanno percorrendo tutte le grandi economie entrate, da circa vent’anni, nella nuova società della conoscenza. La quale non è “soltanto” una evoluzione intellettuale della società: è anche, soprattutto, un modo nuovo di intendere l’economia. Come tecniche di produzione e offerta di prodotti. E ovviamente come valore dei prodotti stessi.

Prendiamo un cellulare: quanto costa in materiali? Pochi centesimi contro le diverse centinaia di euro con cui viene messo sul mercato. Quello che gli dà valore non sono i grammi di plastica, vetro e alluminio di cui è fatto, ma la quantità di conoscenza che ha permesso di svilupparlo. La quale, spiace ammetterlo, cammina ancora oggi su quattro gambe italiane scappate all’estero. Le prime due sono quelle di Andrew James Viterbi, fondatore della Qualcomm, che in realtà si chiama Andrea Viterbi nato nel 1935 a Bergamo, fuggito in America con la famiglia nel 1939 per evitare le leggi razziali. E’ lui che inventa l’algoritmo omonimo che è alla base della comunicazione digitale (cellulari, tanto per intenderci). Le altre due gambe, sono quelle di Federico Faggin, talento emigrato negli States e inventore del microprocessore, il cervello digitale che anima tutti i computer grandi e piccini, smartphone compresi. Ecco cosa vuol dire società della conoscenza e cosa significa regalare all’estero, agli altri, le opportunità che abbiamo in casa.

Nell’era della conoscenza il motore è l’innovazione. E qui è bene fissare alcuni punti. Il primo, che non si fa innovazione se non si investe in ricerca: l’Italia è tra i Paesi che investono meno in generale e in Europa in particolare; con l’1,33% del Pil spezziamo le ossa alla Grecia ma le buschiamo da Spagna e Portogallo, per non parlare di Danimarca, Stati Uniti, Svezia, che viaggiano tra il 3 e il 4%. Il secondo, che gli investimenti da soli non bastano, ci vuole anche una politica dell’innovazione. Costante e lungimirante, anziché miope e altalenante. Terzo, l’innovazione non è una questione privata. E’ costosa, con tempi lunghi e incerti. Questo spiega perché i privati investono poco in ricerca di base e intervengono nella fase della applicazione, quando i rischi sono minori. Infine il quarto punto, il più importante ma anche il più ingombrante: se vogliamo investire nella ricerca di base, ci vuole un ruolo attivo da parte dello Stato, del settore pubblico.

L’idea che lo Stato sia il motore dell’innovazione è difficile da accettare. Ma, come ha spiegato bene Mariana Mazzucato (“Lo Stato innovatore”, Laterza) è proprio quanto avvenuto, non nella Russia di Putin o nella Cina di Jinping, ma negli Stati Uniti del libero mercato con la nascita di internet, dei sistemi gps, del touch screen. Se vogliamo uscire dalla crisi abbiamo bisogno di una seria politica dell’innovazione. Questo non vuol dire tornare all’economia centralizzata dell’Unione sovietica ma prendere atto, come hanno fatto gli Usa appunto (computer revolution e biotecnologie) che l’innovazione, quella vera, non arriva dai privati. Per partire ci vuole un motorino, anzi un motorone, d’avviamento. E questo lo può realizzare solamente lo Stato.

Mancano i soldi? Obiezione accolta, ma solo in parte. Perché con una forte motivazione dell’opinione pubblica e una adeguata volontà politica i fondi per accendere i motori possono essere recuperati. L’evasione fiscale oggi ammonta a 120 miliardi l’anno, ne basterebbe recuperare un sesto, per raddoppiare i nostri investimenti in ricerca. Sicuri che sia davvero impossibile farlo? Un sesto. Con un terzo, avremmo un investimento in ricerca e sviluppo, come percentuale del Pil, pari a quello del nord Europa. Vogliamo aprire il capitolo oscuro della patrimoniale? Se servisse a far ripartire il Paese su basi strategiche nuove, non a finanziare la spesa corrente, sarebbe così difficile da gestire politicamente?

Golden share e fondo nazionale per l’innovazione, restituzione parziale dei finanziamenti in caso di successo, banche per lo sviluppo: le possibilità per consentire allo Stato di sostenere l’innovazione e avviare il cambiamento sono molte. Perché non discutiamo di questo?

Anche se i dati, finalmente positivi, del nostro Pil sembrano suggerire il contrario, il nostro Paese, si trova da tempo su un pericoloso binario morto: è arrivato il momento di raccontare agli italiani gli sforzi necessari, indispensabili per rimetterlo sul binario, vivo, della crescita. Che nell’era della conoscenza è radicalmente diversa da quella degli anni, lontani e irripetibili, del miracolo economico. Non sarebbe un tema formidabile su cui impostare l’intera campagna elettorale?