Se scatta
la caccia
al giornalista

Le immagini del giornalista colpito e calpestato rimbalzano, per l’intera giornata, sui media e mettono i brividi. Hanno una rilevante forza simbolica perché mettono in scena aspetti inquietanti di questo delicato passaggio della nostra vita sociale e politica. La violenza prende corpo sul campo e l’incitamento verbale all’odio si trasforma, inevitabilmente, in atto violento. Le troppe accuse populiste ai giornalisti, servi di un indistinto potere, prendono ancora una volta, la strada dell’aggressione. Un terribile esempio. Immagini, e pensieri, che ci riportano, inevitabilmente, ad altra terribile notte del nostro recente passato. Sempre a Genova.

Stefano Origone si ritrova con una costola fratturata, con due dita rotte, con la faccia tumefatta. Ha dovuto fare i conti, come altri colleghi, con la violenza: travolto da una carica della Polizia, mentre era in corso una manifestazione degli antagonisti contro un comizio di Casa Pound. Una Polizia che non distingue chi manifesta idee antidemocratiche, da chi le racconta, fa venire qualche brivido alla schiena. Ha gridato che era lì per lavoro, come lui stesso ha raccontato dopo la terribile aggressione, ma i poliziotti hanno continuato a colpirlo. Per fortuna uno di loro s’è accorto che stava accadendo ciò che non sarebbe dovuto accadere. Ha gridato agli altri: “Fermi è un giornalista”. Per fortuna, l’inferno del giornalista è finito.

Il giornalista di Repubblica, Stefano Origone, rimasto ferito durante gli scontri tra la polizia e gli antifascisti a Genova, 23 maggio 2019.
ANSA/LUCA ZENNARO

Sono arrivate le scuse, da Roma e da Genova. S’è aperta un’indagine interna e sono identificati gli agenti che hanno condotto la carica. La Procura di Genova aprirà i dovuti fascicoli e, come scrive la Repubblica, un’indagine avrà “come ipotesi di reato le lesioni aggravate, con l’aggravante dell’uso dell’arma, e senza escludere che i magistrati vogliano fare luce su casi analoghi avvenuti”.

Eppure una certa inquietudine resta: è solo per i ricordi, balzati alla mente, di quel lontano G8? O per un uso distorto di alcuni organi dello stato che sta riaffiorando in questa stagione? O perché sono troppi i giornalisti che sono colpiti mentre sono in piazza a svolgere il loro lavoro? L’elenco dei giornalisti colpiti mentre svolgono il loro lavoro è lungo. Troppo lungo. Ne rammento solo alcuni, tratti da un lungo elenco: Paolo Berizzi, sotto scorta per aver raccontato le “curve nere”; Federica Angeli, anche lei sotto scorta per le sue inchieste su Ostia; Federico Marconi e il fotografo Paolo Marchetti portano ancora i segni dell’aggressione subita dai manifestanti di Forza Nuova; Giulia Baldi aggredita per un’inchiesta su una discarica abusiva; Roberta Spinelli aggredita a San Basilio durante una diretta Rai. Solo qualche esempio. Raccontare i fatti fa ancora paura. A tanti. A troppi.