Se quella piazza di Roma
torna a fare
storia politica

San Giovanni torna a fare storia politica? Ogni volta che il sindacato ha riempito le piazze, il governo è entrato in difficoltà insormontabili. E’ toccato per due volte alla destra, nel corso della seconda repubblica. Nel 1994, appena 7 mesi dopo il suo insediamento, il governo di Berlusconi venne sfiduciato dall’iniziativa del movimento sindacale. La stessa sorte toccherà al Cavaliere alcuni anni dopo, con milioni di lavoratori accorsi al Circo Massimo a difesa dell’articolo 18.

Ora un analogo destino potrebbe abbattersi sul governo gialloverde che, nella sua stessa composizione sociale antilavorista, annuncia rovine. Dopo il 9 febbraio, l’opposizione non è più soltanto la società civile colta che a piazza del Campidoglio protesta contro il degrado della capitale. Non sono solo i movimenti più sensibili sul piano etico-politico, i sindaci che lanciano l‘obiezione di coscienza contro il decreto sicurezza ad avvertire il vento illiberale alimentato dal governo.

Fino a quando il contrasto all’esecutivo populista viene dall’élite colta, che denuncia gli strafalcioni del capo politico Di Maio (il quale parla di una democrazia millenaria esistente in Francia, sbaglia il nome del presidente cinese, riconduce Pinochet al Venezuela) quasi nulla accade. Anche la rilevazione del contrasto tra il privato dei capi grillini (lavoro in nero nelle aziende di famiglia, evasioni fiscali, abusivismo) e le professioni di fede strombazzate, nulla cambia negli atteggiamenti.

Tutto questo lavoro di smascheramento nei media non sposta le credenze dei molti. Dallo stato di narcotizzazione in cui è precipitata, la massa esce solo con la percezione di un’esperienza collettiva che annuncia rischi imminenti e perdite costose. Quando avverte che il pericolo reale non sono i migranti sequestrati in mare in nome della sicurezza, il popolo esce dal letargo mentale. Il motto “prima gli italiani” viene allora decodificato nel vissuto reale come un imbroglio, cioè come la certezza assoluta che il paese a crollare alla prima burrasca, sarà proprio l’Italia sovranista che rompe con la Francia. Per non ascoltare i numeri, che dicono il vero, il potere della manipolazione autoritaria conquista l’Istat, aggredisce la Banca d’Italia, l’Inps, la Consob.

Il governo sta naufragando sul terreno sociale, con la produzione industriale che crolla insieme all’esportazioni. E il sindacato non fa politica scendendo in piazza, avverte piuttosto che la contraddizione che è annidata al governo è una vera sciagura per il mondo del lavoro. Tutti cominciano a sospettare che altri mesi con i gialloverdi al potere significano una sicura catastrofe, altro che “anno bellissimo”. Questo è il primo governo che, nella sua coalizione sociale di riferimento, esclude in maniera totale il lavoro, lo costringe ad assistere al progetto folle di un’economia stagnante, con le risorse estratte dal lavoro e poi buttate a favore dei ricchi (con lo stesso reddito, il dipendente paga quasi il 45 per cento di tasse, l’autonomo o l’imprenditore il 15) e dell’assistenza improduttiva elargita per il consenso.

Il governo della stagnazione crolla perché il lavoro sfruttato sente che non può tollerare, senza un impoverimento ulteriore, la spartizione del tutto improduttiva della ricchezza collettiva. Le risorse sperperate dal governo non recuperano politiche di cittadinanza. Il vero ritorno dello Stato oggi passa attraverso politiche industriali, il rilancio della sanità, della scuola, dei servizi, dell’amministrazione. I giovani, soprattutto quelli con più elevata scolarizzazione, per il 30 per cento, ancora negli anni ’90, trovavano impiego nel settore pubblico, oggi appena il 7 per cento. Il reddito di cittadinanza è la negazione di ogni politica per il lavoro che avrebbe bisogno di più opportunità nel pubblico vista la scarsa propensione all’innovazione del nanocapitalismo.

Il governo scivola nella considerazione di pezzi di società e attira l’odio della piazza perché la sua contraddizione (sociale e territoriale) è pagata a spese del lavoro. Manca però una chiara alternativa politica. Le opposizioni sono per ragioni diverse in uno stato comatoso. Se una suggestione si può lanciare a Zingaretti, è di riorganizzare un campo largo della sinistra a partire non già dalle sigle ormai esaurite nella loro funzione, ma dai movimenti sociali, dal sindacato, dai soggetti ai quali deve offrire un ponte politico per una nuova offerta politica e ideale.

Non presti ascolto a quanti nel suo partito lo incalzano affinché, con alchimie d’altri tempi, apra al dialogo con i grillini per porsi a presidio del reddito di cittadinanza e del referendum propositivo. Il blocco di potere gialloverde ha spezzato ogni incantesimo nel mondo del lavoro e la catastrofe sociale indotta dal governo della stagnazione condannerà presto proprio il M5S all’oblio e al disprezzo. A sinistra serve una coalizione plurale che, pronunciando una profonda e netta autocritica per le scelte dell’ultima legislatura, delinei un patto di programma anzitutto con il sindacato. Bisogna inventare ibridazioni, nuove formule organizzative, perché proprio questo dice san Giovanni a chi abbia la capacità di leggere la piazza con un altro progetto politico.