Quel tappo che frena la sinistra

Ha detto Zingaretti (“La Stampa”): “Il governo verso la crisi. Noi dobbiamo essere pronti”. Ineccepibile. Ma essere pronti a che cosa?

Una prima ipotesi è a fare un governo, ma occhio ai numeri!, con i 5 Stelle, cioè quella cosa che non si fece perché Renzi la bloccò con l’intervista da Fabio Fazio. Non so se questa è un’ipotesi intelligente. Per due motivi. Il primo è che i 5 stelle vorrebbero dal nuovo governo tutto ciò che non hanno avuto da Salvini, quindi il Pd dovrebbe ingoiare bocconi non amari, ma amarissimi. Poi andare al governo dopo una botta storica alle elezioni apparirebbe una vera sfida al buon senso e alla volontà dei cittadini. Un suicidio.

La seconda ipotesi è che si vada al voto politico anticipato. Essere pronti al voto politico significa fare alcune cose ineludibili. Definire il campo di centro-sinistra e quindi fare una proposta a chi sta più a sinistra del Pd. Ma prima ancora decidere che cosa fare del Pd, cioè chi lo dirige e con quale progetto. Il Pd non mi pare nelle condizioni di fare nessuna di queste cose. A meno che… a meno che non decida di soprassedere a questo rito congressuale inutile, trovare un accordo interno che lo metta in condizioni di presentarsi a una eventuale campagna elettorale con un volto  migliore, con una parvenza di unità interna, con un programma che corregga gli errori fatti in questi anni. Non so se i maggiorenti del Pd, a partire dai candidati, saranno disposti a fare queste scelte. Soprattutto non so se Renzi sarà disposto a fare cose che prevedono l’ abbandono del suo disegno di riprendersi il partito direttamente o per interposta persona.

Il dramma che stiamo vivendo come elettori e militanti (o ex) della sinistra è che sappiamo che questa non è in crisi per ragioni inevitabili. In tutto il mondo ha preso colpi e ha iniziato a risollevarsi. In Italia addirittura abbiamo assistito a manifestazioni che dicono quanto l’anima di sinistra sia ancora vitale.

La sinistra è in crisi perché non riesce ad uscire dal pantano in cui l’hanno portata i suoi gruppi dirigenti. Alcuni con più responsabilità, altri con meno, alcuni con alcune capacità di dare ancora suggerimenti, altri incapaci anche di questo.

Se guardiamo ai mesi passati possiamo vedere che i fatti di popolo più significativi ( a parte la meritoria manifestazione nazionale organizzata da Maurizio Martina) sono stati fenomeni autoconvocati. Pensate ad esempio alla manifestazione che ha fatto saltare i nervi alla Raggi a Roma.

La domanda è questa? Perché non emerge nessun giovane, nessuna donna che strappino sul campo la leadership così come avviene in tutto il mondo? Eppure ciascuno di noi ha visto emergere personalità interessanti. Personalmente sono convinto che questa ondata nera sia così atrocemente maschilista che solo una grande rivoluzione femminile può dargli un colpo (il movimento “Se non ora quando” colpì al cuore il berlusconismo).

Nulla accade perché il tappo della bottiglia è rigidamente infilato e il suo sughero, invecchiato e attaccato al vetro, non viene via se qualcuno non lo tira fuori anche con modi e  mezzi un po’ bruschi. Voglio dire che l’idea del cambiamento radicale nella sinistra non è una idea che nasce dalla volontà di spazzare chi fa politica, di vendicarsi di chi ha portato la sinistra al baratro, o da altre ragioni.

Tutto nasce dalla prova provata che, se non salta il tappo,  la sinistra resterà un caro ricordo e una testimonianza affidata a piccoli partiti. Certe volte è un gesto generoso combattere fino alla fine. Altre volte è generoso farsi da parte. Oggi un vero dirigente del Pd, e dei partiti nati dalla sua scissione, si fa da parte.