Se i fondi pensione investono sull’ambiente

I ricchi fondi pensionistici del Nord Europa investono sull’ambiente: quelli pubblici, ma anche quelli privati o a gestione mista. Abbandonano i titoli legati ai combustibili fossili e puntano a comprare, rendendoli beni indisponibili, pezzi di foresta pluviale da sottrarre alla speculazione. I soldi, già abbondantemente accantonati per le prossime generazioni, avranno un senso solo in un pianeta abitabile anche dal punto di vista ambientale, archiviando la rapacità di un capitalismo vittima di se stesso.

Dopo la Norvegia, la scorsa settimana anche la Danimarca ha ufficializzato che nel salvadanaio per le pensioni non finiranno più gli utili di compagnie petrolifere. Il primo a muoversi era stato il fondo MP, per docenti e psicologi, che aveva interessi in dieci della più grandi società estrattive. Ha venduto tutti i titoli che aveva in ExxonMobil, BP, Chevron, Total e altre aziende del settore. MP e altri fondi danesi hanno anche dato una motivazione giuridica che dimostra l’incompatibilità tra i loro fino sociali e quelli delle aziende del petrolio. Malgrado il formale supporto all’accordo di Parigi, firmato alla fine del 2015 per limitare il riscaldamento della terra a un massimo di un grado e mezzo, hanno spiegato i garanti delle pensioni, i colossi del petrolio utilizzano un modello commerciale incompatibile con questo vincolo. Queste stesse industrie, aggiungono i fondi pensione del Nord-Europa, fanno anche poco per la transizione verso energie e modelli economici meno aggressivi col pianeta.

È lo stesso orientamento del fondo sovrano norvegese che possiede mille miliardi di asset in gestione.L’organismo finanziario della Norges Bank, la banca centrale, ha avviato il suo straordinario accumulo di risparmi proprio sui guadagni fatti con petrolio del Mare del Nord. Tuttavia, i tempi cambiano e lo statuto dice che i ricavi possono essere usati solo per migliorare le condizioni dei cittadini con vincoli sociali molto severi. La ministra delle finanze Siv Jensen, leader del Partito del progresso, condivide con altre tre donne i dicasteri più importanti: alla premier conservatrice Erna Solberg si affiancano Ine Eriksen Søreideagli Esteri e Marit Berger Røsland agli Affari Europei. Jensen ha annunciato l’inizio dell’inesorabile divorzio fra risparmi per le generazioni future e petrolio.Contemporaneamente, la ministra ha dato la possibilità al fondo pensioni governativo di investire nel settore delle energie rinnovabili anche scegliendo società non quotate, più piccole perché relativamente giovani come settore di attività. Un rischio molto ben calcolato: ogni norvegese può contare su cento e ottantamila euro messi da parte e vincolati solo a fini di promozione sociale: casa, salute, educazione, integrazione. La mossa ha anche un senso finanziario: diversificare gli investimenti e scommettere sulla crescita di valore delle energie rinnovabili.

È questa ormai la tendenza: i primi due parchi eolici offshore realizzati senza alcun incentivo, solo in base alla certezza di un rapido ritorno economico, saranno in funzione in Olanda entro il 2022, così come altri tre parchi non incentivati in Germania. Anche in questi casi delle cordate fanno parte fondi sociali, con uno sguardo lungo su ciò che accadrà nell’economia. Ha battuto tutti, nello stesso campo, il colosso danese Ørsted: al largo delle coste irlandesi sta finendo di costruire una centrale che sfrutta il vento, fino a centoventi chilometri all’ora in questa zona. L’impianto di Hornsea Onesi trova al largo del porto di Hull, coprirà quattrocento sette chilometri quadrati con una potenza a regime di 1,2 gigawatt, tale da alimentare un milione di abitazioni. Anche Ørsted, che resterà in maggioranza nelle mani della Stato fino al 2025, è un’evoluzione di fortune economicheavviate con i combustibili fossili: è il risultato di successive fusioni partite per iniziativa di DONG, società danese del petrolio e del gas.

Su questo futuro scommettono i fondi: a L’Aia, dal 22 al 24 ottobre, si terrà il World Pension Summit 2019. Il tema è: “Passaggio di poteri e investimenti sostenibili: separare il segnale dal rumore di fondo”. Cercare di salvare la Terra significherà inevitabilmente un formidabile avvicendamento nella classe dirigente dei Paesi, un nuovo ruolo per la scienza, stili di vita totalmente diversi. Il rumore di fondo che riduce questi temi a un punto noiosamente corretto dei programmi va separato dal segnale che arriva con chiarezza: l’ambienteè il tema economico, sociale, etico di questi nostri tempi. Prendere decisioni informate sugli investimenti per tutelare il futuro di chi avrà lavorato, dare sussidi decenti anche nei Paesi impoveriti significa aver sentito la sirena d’allarme suonare. Stephanie Pfeifer è capo del Gruppo di investitori istituzionali sul cambiamento climatico, che raccoglie cento e settanta fondi con finalità sociali.Queste organizzazioni finanziarie hanno disinvestito sulle pratiche inquinantie scritto un appello rivolto alla Banca europea degli investimenti. Pfeifer crede molto nei segnali: “Vedrete che i mercati prenderanno velocemente atto di come società che hanno fatto la propria fortuna sul petrolio ora spendano solo in energia pulita, perché questo è il futuro”.