Se nel Grande Nord
il canarino smette
di cinguettare

Ci riguarda, e molto, l’eccezionale caldo di queste settimane nella regione dell’Artico, il posto più a Nord della Terra. Comprende il bacino dell’Oceano Artico, le aree settentrionali della Scandinavia, della Russia, del Canada, la Groenlandia e lo Stato americano dell’Alaska. L’Artico fornisce il 20 per cento dell’acqua dolce del globo e il ghiaccio marino, sempre più sottile e poco esteso, che ricopre la zona, purtroppo, determina il clima sulla Terra e le nostre future possibilità di sopravvivenza.

Per questo gli scienziati chiamano quest’area il canarino nella miniera del mondo, il rudimentale indicatore di pericolo che i lavoratori del sottosuolo portavano con sé. Non c’erano sistemi di ventilazione e quando metano e monossido di carbonio salivano di livello l’uccellino iniziava a boccheggiare o moriva. Esattamente allo stesso modo dobbiamo preoccuparci anche noi: il fenomeno chiamato amplificazione polare fa sì che per ogni grado di aumento della temperatura terrestre, la zona Artica suonerà l’allarme con anticipo, registrando un innalzamento del calore compreso tra due gradi e due gradi e mezzo.

Gli effetti dello scioglimento dei ghiacci

Il caldo artico ci avverte insomma che, presto, la temperatura salirà ovunque. La conseguenza è che avremo eventi estremi nel resto della Terra, che il livello dei mari salirà, che l’ossido di carbonio che possiamo emettere andrà ridotto in fretta. Gli incendi nella vegetazione artica precedono grandi e prolungati fuochi anche molto più a sud, nelle zone rurali, nelle foreste, nei prati, nelle savane e in altri ecosistemi. Perché si verifica questo avviso di pericolo a Nord? Perché la neve fresca è la più brillante superficie naturale della Terra. Ha un’albedo, che in latino significa bianchezza, candore, di 0,85. L’albedo è il coefficiente di riflessione di radiazioni di una superficie che emette onde e particelle. Questa misura ci dice fino a che punto la luce che colpisce una superficie è riflessa, senza quindi essere assorbita. Indossare un indumento bianco d’ estate ci fa sentire più freschi che non con uno scuro: il colore chiaro restituisce e riflette buona parte della luce e ha un’albedo alta, mentre qualcosa che appare scuro avrà un’albedo bassa. La neve quindi rilascia nello spazio le radiazioni solari senza trattenerle e senza un maggiore riscaldamento. All’opposto, l’oceano, che è la superficie naturale più scura della Terra, riflette solo il 10 per cento delle radiazioni, con un’albedo di 0,1. D’ inverno l’Oceano Artico, che copre il Polo Nord, è in buona parte “sigillato” da uno spesso strato di ghiaccio che ha un effetto isolante sulla neve che c’ è sotto. È come una grande, chiara coperta termale che protegge l’oceano scuro che sta sotto. Se la temperatura si alza e il ghiaccio si scioglie l’oceano scuro assorbe molte radiazioni solari e aumenta il riscaldamento. Questo si propaga velocemente perché le acque artiche sono quasi racchiuse dalla terraferma di Eurasia e Nord America, senza che le correnti possano facilmente circolare.

Il ghiaccio marino non è mai stato così poco esteso negli ultimi mille e cinquecento anni. Da quando poi i satelliti hanno iniziato a misurarlo con esattezza, alla fine degli anni Settanta, la coltre che ci protegge dal riscaldamento globale è diminuita a un tasso del 13 per cento ogni dieci anni. Secondo i calcoli del geografo Jonathan Bamber, dell’università di Bristol, la quantità di ghiaccio sciolto dal 2010 ad oggi non ha precedenti negli ultimi tre secoli e mezzo e, probabilmente, negli ultimi settemila anni.

La minaccia su un miliardo di persone

Questo impressionante ridursi del ghiaccio che ci protegge dalle alte temperature ci riguarderà sempre più velocemente. L’Artico contiene il secondo maggior deposito di acqua dolce, la Calotta della Groenlandia. Anche secondo stime conservatrici, con molte riserve sugli effetti del riscaldamento globale, la sola Groenlandia, con il progressivo sciogliersi dei ghiacci, aumenterà il livello del mare in questo secolo in una misura compresa tra i quattordici e i trentatré centimetri.  Per il docente di geografia fisica Richard Hodgkins, nel 2200 si arriverà a un metro di innalzamento dell’acqua. Questa situazione espone a inondazioni ottocentottanta milioni di persone che vivono sulle coste, nell’immediato e fino al 2030, mentre nel 2060 patiranno la forza distruttiva dell’acqua oltre un miliardo di abitanti del pianeta. Queste stime possono ridimensionarsi se riusciremo a mantenere le emissioni sotto controllo. L’ICCP, il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico formato dagli scienziati consulenti delle Nazioni Unite e dell’Organizzazione meteorologica mondiale spiega che per avere il 66 per cento di probabilità di non “sforare “il riscaldamento della Terra di oltre un grado e mezzo non dovremmo rilasciare più di centotredici miliardi di tonnellate di ossido di carbonio, dieci anni di emissioni al tasso attuale.

Gli incendi artici, spesso focolai a lungo dormienti sottoterra che poi emergono, l’anno scorso sono sviluppati soprattutto in Alaska e Siberia. Questi lenti, estesi fuochi l’anno scorso hanno emesso l’equivalente di anidride carbonica di Paesi come Belgio, Kuwait o Nigeria. Ad agosto scorso una grande nuvola di fumo, più grande di tutta l’Unione Europa, ricopriva la zona artica. “I fuochi sono parte naturale dell’ecosistema- dice Liz Hoy, ricercatrice degli incendi boreali della stazione Nasa di Greenbelt, in Maryland- ma ciò a cui stiamo assistendo è un ciclo di fuochi accelerato: gli incendi stanno divenendo più frequenti, più gravi e su aree sempre più vaste”.  Le temperature, che stanno raggiungendo I 38 gradi in alcune parti della Siberia del Nord, stanno trasformando il panorama: il terreno permanentemente ghiacciato (permafrost) è scongelato e arbusti più alti crescono già da due anni nella tundra erbosa.

Le specie animali devono fronteggiare nuove sfide: ad esempio la coltre di fumo impedisce loro di avvistare i predatori e c’è il rischio che molte specie di riducano sensibilmente. Le renne l’inverno scorso, dopo le inusuali piogge che crearono pozze ghiacciate, non riuscirono a raggiungere le piante. Moltissime morirono di fame. Il riscaldamento dell’Artico provoca anche un cambiamento sociale ed economico. Lo scioglimento dei ghiacci rende la maggior parte della regione navigabile per lunghi periodi. Lo sviluppo dell’estrazione di petrolio, facilitato dalla riduzione del permafrost, la costruzione di nuove strade, il turismo e altre attività economiche aumentano le minacce. Walter Bonatti esplorò in solitudine il grande Nord, col suo mare di ghiaccio, scrive, “che sembra alabastro: sono stati questi grandi silenzi a sedurre la mia immaginazione”. Ora un luogo puro e fantastico, meravigliosamente lontano, anticipa forse il disastro per tutti.