Se lo Stato non protegge
i pentiti e i loro familiari
fallisce la lotta alle mafie

Uccidere una persona è un atto devastante, atroce, selvaggio, senza possibilità di ritorno. Uccidere in un agguato una persona inerme è un atto di vigliaccheria perché si colpisce la vittima mentre è indifesa, senza protezione, senza possibilità alcuna di poter reagire. È sempre stato così dalla notte dei tempi. E allora che senso ha interessarsi dell’omicidio di Marcello Bruzzese avvenuto a Pesaro? Non è un omicidio come gli altri avvenuti in precedenza?

No. È un omicidio molto particolare, unico nel suo genere. La cosa che di più colpisce è il fatto che l’omicidio sia stato commesso la notte di Natale, scelta non casuale ma voluta, programmata con cura. La vittima è stata colpita da una ventina di proiettili sparati con selvaggia precisione perché non scampasse alla morte. Perché? Perché non è un omicidio d’impeto, ma è una vendetta portata a termine per colpire con il maggiore dolore possibile i familiari della vittima. Per costoro la notte di Natale non sarà mai più una serata di festa e di allegria, di raccoglimento in preghiera per chi crede, ma sarà la notte che ricorderà il dolore per l’omicidio del congiunto, e ciò riguarderà anche le generazioni future, almeno quelle più prossime all’evento. È questa la spiegazione più plausibile dell’omicidio commesso da due uomini travisati che erano a Pesaro proprio per uccidere Bruzzese.

Una vendetta servita a freddo, quando nessuno più se lo aspettava, che ha origini lontane, che nessuno più ricorda. Nel 2003 Girolamo Bruzzese, fratello della vittima di Pesaro, dopo aver sparato in testa al boss di Rizziconi Teodoro Crea, e convinto di averlo ucciso, si consegnò ai carabinieri e scelse la via di fare il collaboratore di giustizia. Ne nacquero un’immediata rappresaglia con altri morti e un odio inestirpabile che ha continuato a covare nel profondo di cuori irrimediabilmente lacerati.
E poi c’è il fatto che la vittima era un collaboratore di giustizia, e questo pone un ulteriore problema che riguarda il sistema di protezione nazionale che è chiamato a proteggere chi collabora con la giustizia assicurandone l’incolumità in una località protetta e segreta, al riparo dalle vendette, sempre possibili, da parte delle organizzazioni mafiose. Penserà chi di dovere a valutare se ci sono state falle nel sistema o sottovalutazioni.

Io vorrei sottolineare che questo è un punto delicatissimo perché è un messaggio terribile rivolto a tutti i familiari dei collaboratori o dei testimoni di giustizia. Se costoro non si sentiranno più sicuri si possono creare molte smagliature e molti problemi per future collaborazioni. Lo Stato ha il dovere di assicurare sicurezza e protezione a chi si affida a lui sfidando la mafia e denunciando i responsabili di orrendi misfatti.
Il ministro dell’interno ha proclamato qualche giorno fa che le mafie saranno sconfitte nel giro di qualche mese o al massimo di qualche anno. Io sono convinto che il problema è molto più complesso e richiederà, purtroppo, molto più tempo anche se nessuno di noi, ed io per primo, sa quando si potrà mettere la parola fine al fenomeno mafioso per farne la storia. Che questo succederà io ne sono profondamento convinto.

Nel frattempo Salvini, invece di straparlare, faccia il suo dovere di ministro. Accerti le falle che si sono create, provveda a ripararle e prenda misure più serie ed efficaci per proteggere gli altri collaboratori e testimoni (che sono due cose diverse e distinte) – quelli odierni e quelli che verranno. In una parola: faccia il ministro e non il capo partito in perenne campagna elettorale.