Se sull’Europa è scontro i populisti perdono

Le fortune del populismo si nutrono di brutali semplificazioni e le semplificazioni sono un’arma formidabile per imporre il proprio potere sulle coscienze e sulle volontà. Ma dobbiamo chiederci: sempre? E comunque? O arriva il momento in cui la realtà delle cose si mostra più dura ed esse appaiono come sono veramente e non come le presenta la propaganda? Io credo che quel momento arrivi, purché le forze della ragione non perdano il coraggio e la voce. Ridotta all’osso la campagna elettorale che comincia ora, che è già cominciata, pone gli italiani di fronte a un’alternativa molto semplice: vogliamo l’Europa o non la vogliamo? Certo che le cose non stanno davvero così, che la realtà è infinitamente più complessa e quell’alternativa è, appunto, una brutale semplificazione. Ma così è stata posta. Questo è il terreno su cui si gioca. E ci sono buoni motivi per pensare che i Salvini, i Di Maio, i Di Battista e le loro corti variopinte su questo terreno siano molto meno forti di quanto sembrano.

Quando si voterà in Italia ci troveremo tutti nella condizione di Margherita quando chiede a Faust che cosa pensa della religione. È una domanda semplice, apparentemente banale ma tremendamente seria. Dalla risposta che le sarà data dipenderà tutto: non solo l’amore di Margherita, ma il destino dell’anima di Faust, la sua salvezza o la sua condanna. In qualche modo tutta la storia. Stare o no in Europa: questa sarà la nostra “domanda di Margherita”, la nostra Gretchenfrage come dicono i tedeschi, che nella loro storia ne hanno conosciute e drammaticamente vissute. Una domanda banale ma tremendamente seria.

È sbagliato, è improprio che una questione così complessa venga ridotta in tanto grami minimi termini. Ma non lo abbiamo fatto noi, lo hanno fatto loro. Se fosse per noi, saremmo ben più articolati, ben più immersi nella storia e nella complessità dei problemi; vorremmo discutere se è proprio questa l’Europa che vogliamo, cominceremmo a distinguere quel che è bene e quel che è male. Proporremmo delle riforme, dei cambiamenti, combatteremmo ciò che non ci piace. Sono stati loro che ce l’hanno posta nella forma della Gretchenfrage: questo o quello, o di qua o di là, Europa sì o no.

E allora approfittiamone. Accettiamo cinicamente questa brutalità e la volgarità del pensiero sul quale si appoggia. Sì, dite bene Salvini, Di Maio e compagnia bella: qui il giorno delle elezioni l’Italia decide se vuole l’Europa o non la vuole. Non venite a sottilizzare che nel vostro “contratto” l’uscita dall’euro non c’è (e comunque c’era), che Paolo Savona ha scritto in una lettera che l’Europa la vuole, e pure più forte e più equa, che i piani B sono solo armi negoziali per spaventare i tedeschi. Non arrampicatevi sugli specchi, per favore. Voi agli italiani chiedete il voto perché di Europa ce ne sia di meno e possibilmente, almeno in prospettiva, non ce ne sia proprio. Siete sovranisti, e le parole hanno un senso.

Però attenzione. Loro non si debbono arrampicare sugli specchi ma spetta a noi renderli scivolosi, quegli specchi. Sta a noi renderla evidente quella domanda di Margherita, proporla e riproporla, esplicitarne, con tutta la drammaticità necessaria, il carattere fondamentale; il fatto che ad essa non si sfugge, che le chiacchiere stanno a zero.

Dobbiamo fare propaganda, sì propaganda. Spiegare che cosa succederebbe se l’Europa non ci fosse più per l’Italia e se ci dovessimo arrangiare con una lira rediviva. Che cosa accadrebbe ai nostri mutui, ai nostri conti in banca, ai nostri figli che fanno l’Erasmus, ai nostri viaggi low-cost, ai nostri contadini, alla nostra economia industriale che vive solo perché esporta. Qualche tempo fa circolava nei cinema un film molto divertente in cui si immaginava che disastro avverrebbe nel nostro sistema di vita se un giorno, per un miracolo al contrario, scomparissero tutti gli immigrati. Cerchiamo un regista che giri un film in cui si immagina che scompaia, d’improvviso, il mercato unico. Che le frontiere si richiudano, che ritorni l’autarchia di Mussolini a torso nudo che miete l’italico grano.

Sarò un ottimista un po’ ingenuo. Ma io non credo che la maggioranza degli italiani voglia correre questi rischi. Io credo che la radicalizzazione che Salvini ha imposto alla questione dei rapporti con le istituzioni europee e sulla quale Di Maio l’ha seguito a pecoroni sia stato un clamoroso errore tattico. Sta a noi essere capaci di farglielo pagare.

E, siamo costretti ad aggiungere, avremmo il diritto di essere aiutati da chi conta a Bruxelles. Cosa che non sempre avviene e che certamente non è avvenuta qualche ora fa quando il commissario al Bilancio UE, il tedesco Gunther Oettinger, ha pensato bene di dar ragione ai soloni che predicano contro le “ingerenze” europee con la sua sciocca intervista alla “Deutsche Welle” sulla “lezione” che i mercati starebbero per impartire agli elettori italiani. Tutti, a Bruxelles, hanno preso le distanze e va bene: non è il momento di fare stupidaggini.