Se l’Islam violento
è il fantasma
dell’Occidente

La catena di attentati islamisti in Francia è una piccola/grande catastrofe che ci spiega quanto stiamo camminando lungo un sentiero già accidentato che mostra sempre nuove, pericolose faglie. Le vituperate vignette e caricature di Charlie Hebdo su Muhammad e quella recente copertina che raffigura il presidente turco in mutande mentre occhieggia nude terga femminili, per il sunnita Erdogan sono un puro pretesto. L’autocrate provocatore cova istinti neo-imperiali, sull’orlo della bancarotta economica sfrutta le debolezze dell’Occidente (vedi migranti e questione curda) e lancia anatemi come arma di distrazione di massa e prosecuzione della politica di progressivo ritorno della Turchia a Stato confessionale, operazione che solo qualche anno fa sembrava impossibile.

Il pericolo del sentimento anti-islamico

Ma oltre la geopolitica, cosa si annusa? Primariamente, che le sanguinarie azioni terroristiche dei cani sciolti, con il corredo di infamia che si portano dietro in quasi tutta l’opinione pubblica mondiale, seminano nel corpo vivo d’Europa velenosi sentimenti anti-islamici. Uomini e donne inermi che muoiono, ma “nuovi crociati” per il fanatismo integralista brulicante sul web. Sgozzati, annientati per marcare la divisione tra i veri credenti e il resto del mondo e – attenzione – tra autonominati veri credenti nell’Islam e paesi islamici “ipocriti”, inautentici fedeli alla volontà di Allah e devianti rispetto alle regole della sharia, la giusta condotta islamica che teocraticamente deve indirizzare costumi, vita, diritto seguendo la parola di Allah e dei suoi interpreti.

Sono storicamente i musulmani le prime e più numerose vittime di un jihad non più interiorizzato come sforzo e tensione verso il miglioramento spirituale ma come guerra totale a tutti coloro che non seguono l’Islam nella lettura salafita tradizionalista e antimodernista. Esempi: le stragi indiscriminate del Gia, Gruppo Islamista Armato, durante la guerra civile algerina dal’91 al 2002, la guerra infinita dei mujaheddin in Afghanistan dopo l’invasione sovietica, gli attentati d’ogni ordine e grado compiuti da Al-Qaida (sua la firma sulla strage nella redazione di Charlie Hebdo) e Isis (sconfitto sul campo, ma solo dormiente).

L’Islam, come il cristianesimo, è variegato. Il fondamentalismo combatte e colpisce ogni diversità nella Umma, la comunità dei fedeli. Un sufi con le sue venature mistiche, è, per dire, un nemico da eliminare. Dopo il sangue versato in Francia, tornano fatalmente alcuni interrogativi. Siamo davanti agli ennesimi episodi di radicalizzazione dell’Islam o si tratta di islamizzazione del radicalismo? L’Islam è dottrina che ha nel suo dna una sdegnosa, irriducibile alterità rispetto all’Occidente laicizzato, pluripartitico, libertario? Oppure la miccia è nel disagio sociale, nell’emarginazione, nella “segregazione”, nelle politiche aggressive dell’Occidente e dei nemici dell’Islam (eccidi di mussulmani operati dai serbi nell’ex Jugoslavia, invasione dell’Iraq) e quindi l’islamismo antagonista è la più “comoda”, per quanto folle, strada di redenzione? Uno dei massimi studiosi della questione, il francese Olivier Roy, propende per quest’ultima tesi. Altri studi, per la prima. Le secolari, feroci divisioni dentro all’Islam, vedi Yemen, dove si giocano insieme un conflitto interno e uno tra potenze regionali, l’Arabia Saudita e l’Iran, aggiungono altri dubbi.

Un’integrazione mancata

E c’è da riflettere, poi, su quanto di “occidentale” c’è nelle ultime violenze dei cani sciolti. Le prediche infiammate degli imam integralisti di Londra o Parigi hanno un ben definito pedigree religioso e culturale, volutamente estraneo all’Occidente ospitante (che del resto coltiva autoctonamente germi violenti, basta pensare ai neonazisti e a tipi come il norvegese Anders Breivik), ma quanti ragazzi si avvicinano a idee di violenza su base individuale e partendo da una religiosità superficiale, secondo canoni di una occidentalizzazione maldigerita? Fenomeni in Italia ancora marginali, spie di una integrazione mancata nelle seconde e terze generazioni di immigrati ma pure della potenza pervasiva di una ossessiva propaganda di morte sul web, dietro cui si celano organizzazioni jihadiste ben finanziate, altrettanto ben strumentalizzabili e mai completamente eradicate in tanti paesi di tradizione islamica: l’omicida di Nizza era arrivato in Francia dalla Tunisia, via Italia. Gli starnazzamenti salviniani al riguardo sono appena un maldestro sciacallaggio, i nostri apparati di sicurezza nella maggior parte dei casi hanno fatto il loro dovere.

Lo scrittore ebreo francese Marek Halter, dopo aver difeso la laicità della République, ha criticato Macron perché si è fatto difensore e avvocato delle vignette caricaturali di Charlie Hebdo su Maometto, attizzando così Erdogan. Difendere il diritto di espressione a ogni costo, pure se si va a offendere valori assoluti di una religione, è, oltre che lecito, politicamente saggio? Questione pesante. Sta di fatto che per vilipendio del Papa in Italia non si rischia la vita e che in Israele i partiti della destra religiosa non sono riusciti a mettere la museruola alla libertà d’espressione. Ma “L’Islam è conciliabile in assoluto con la piena democrazia?” è davvero una buona domanda? Quando in realtà l’Islam fondamentalista è mal tollerato dalla società civile nei Paesi di antica tradizione islamica? E quando gli stessi radicalizzati nell’emigrazione si rifanno – in piena, disorientata saudade – a un arcaico Islam inesistente, che non è più moneta corrente nemmeno nei loro paesi d’origine? Milioni e milioni di fedeli dell’Islam in Europa dimostrano che l’innesco con le classiche libertà occidentali è possibile. Così come è ormai impellente che le isole di separatezza musulmana nei paesi europei vadano più attentamente riconsiderate e governate.

Quel Dio “ricco di clemenza”

Il Corano ci parla di un Dio che invita alla battaglia ma anche “ricco in clemenza, abbondante in misericordia”. Allah è gafir, perdonatore delle iniquità: Gesù, voce della misericordia, è inviato da Dio e profeta secondo l’Islam. “Con le genti della scrittura comportatevi nel modo seguente: intavolate con esse un dialogo in maniera di simpatica amicizia (non badate ai soliti che si allontanano, cattivi) ed esprimetevi così: ‘Crediamo a ciò che è stato rivelato a noi, crediamo a ciò che è stato rivelato a voi. Il nostro Dio e il vostro Dio è uno solo e a lui noi siamo muslimuna (sottomessi)’”: così nella Sura XXIX, 46. C’è forse un Dio superiore agli altri? In “Numeri” (15,35), quarto libro della Torah, si legge che un giorno venne sorpreso un uomo che raccoglieva legna il sabato e “Jahvé disse a Mosè: ‘L’uomo deve essere condannato a morte: l’intera comunità deve lapidarlo con pietre’”. Le parole, sì, sono pietre nei monoteismi e il letteralismo – biblico o coranico, comunque oggi settario, pure in ambito cristiano – non ha ancora smesso di far danni. Almeno quanto i teatri di guerra – spesso arroventati dall’Occidente – che sono altri veri pascoli dell’islamismo più estremo. Una speranza: la parola sa anche medicare, mica solo invitare alla battaglia. E qui non si tratta di fede, ma di ragione, di mettere sempre e comunque la pace e la dignità umana, concretamente, al primo posto.