Se la scuola
resta classista

Nel gruppo sociale apicale rappresentato da famiglie con alto reddito da pensione e dalla classe dirigente i giovani con età compresa tra 25-34 anni hanno conseguito per oltre il 70% un titolo di studio universitario, a differenza di quanti per lo stesso intervallo di età provengono da famiglie di impiegati (40%), da famiglie operaie (18%), famiglie a basso reddito di soli italiani (15%) o famiglie a basso reddito con stranieri (8%).

Il rapporto ISTAT 2017 fornisce un quadro suggestivo dei fattori che con maggiore incidenza condizionano la riproduzione delle disuguaglianze sociali nell’ambito del sistema di istruzione. In altri termini, la scuola non riesce a scalfire un sistema di immobilità diffusa: nel sistema scolastico transitano le appartenenze di classe senza che questo sia in grado di modificarle significativamente.

Il punto di partenza riguarda la dislocazione di gruppi sociali lungo una scala di stratificazione verticale: gruppi sociali con reddito più basso (famiglie a basso reddito di soli italiani, con stranieri, anziane sole e giovani disoccupati, blue collar),  con collocazione intermedia (impiegati, famiglie di operai in pensione e famiglie tradizionali dislocate non in aree metropolitane) e infine il gruppo apicale rappresentato da famiglie con un alto reddito da pensione e dalla classe dirigente. In questo caso la variabile della collocazione sociale e del reddito è largamente esplicativa.

Nonostante la forbice presenti una tendenza a ridursi – se confrontata con le generazioni precedenti – la disuguaglianza di classe incide fortemente sulla traiettoria scolastica. Ancor più evidente se esaminiamo la dispersione scolastica. Questa riguarda quasi il 14% della popolazione scolastica, ma è la correlazione con la stratificazione sociale a risultare significativa. Tra i giovani di 18-24 anni che hanno abbandonato gli studi quasi il 31% appartiene a famiglie a basso reddito con stranieri, il 18% a famiglie a basso reddito di soli italiani, il 16% a figli di operai in pensioni o a famiglie operaie, mentre supera la soglia del 3% l’abbandono in famiglie di impiegati o di pensionati con alto reddito, per ridursi all’1% di chi proviene da ceti sociali dirigenti. Percorso di studi e dispersione scolastica presentano una impronta comune che rafforza la determinante dell’appartenenza sociale.

Il quadro viene ulteriormente arricchito se osserviamo il background culturale delle famiglie. Qui trovano conferma studi e ricerche che da oltre un decennio affermano un processo di trasmissione intergenerazionale della disuguaglianza a partire dal titolo di studio conseguito dai genitori. Anche in questo caso l’innalzamento generale dei livelli di istruzione non è tale da determinare una inversione di tendenza: alunni provenienti da famiglie con licenza media o diploma tecnico riproducono un analogo percorso di studi e specularmente anche coloro che provengono da famiglie con titolo di studio universitario. Analoga traiettoria se esaminiamo i diplomati nei licei tradizionali e quelli in istituti professionali.

Da oltre un decennio il sistema di istruzione è stato oggetto di interventi: prima con una forte riduzione di risorse (L.133/08 e riduzione di oltre 130.000 persone tra insegnanti e personale non docente) per arrivare alla legge 107/15 che avvia un piano di riorganizzazione secondo un indirizzo di tipo aziendalistico-autoritario, incardinato sulla competizione tra insegnanti e poi tra scuole, sulla erogazione di salario al di fuori di regole contrattuali: è il lavoratore come micro-impresa, imprenditore di se stesso.

Ciononostante sopravvive ancora nel nostro sistema scolastico una sensibilità nei confronti del tema dell’uguaglianza; nonostante la svalutazione sociale (alimentata da governi e forze padronali) e la deprivazione economica, larga parte di insegnanti e personale non docente guarda al tema dell’emancipazione sociale come ad un obiettivo primario del sistema di istruzione. Per questa componente, ancora consistente, la disuguaglianza riprodotta si configura come un effetto perverso da contrastare. Tuttavia, si estende una impostazione culturale classista, rafforzata dai provvedimenti legislativi che invece innesta su un impianto di natura aziendalistica una pedagogia neoliberista che guarda alla selezione come ad un obiettivo educativo, con ripercussioni sull’insieme dei rapporti sociali.

Alain Goussot denunciò i rischi di una “medicalizzazione della scuola”, ovvero il trasferimento di schemi di analisi dall’ambito medico a quello educativo, attraverso esperienze recuperate dall’esperienza statunitense (la centralità del test rispetto alla relazione/processo di apprendimento), che cambia radicalmente il senso dell’azione pedagogica, fa leva sulla classificazione della popolazione scolastica in base a “sintomi” di criticità, a svantaggio di una visione dell’insegnamento come pratica viva di incontro e ascolto basato sulla relazione con l’alunno. Il rapporto Istat conferma una tendenza ormai strutturata; la novità consiste nella saldatura tra la riproduzione delle disuguaglianze e la loro legittimazione in ambito educativo. Una offensiva di egemonia culturale che aggredisce i fondamenti dell’uguaglianza nell’accesso al sapere. Occorre riannodare i fili di una strategia coagulata intorno alla scuola della Costituzione, ovvero la base istituzionale di un nuovo modello sociale, libertario e solidale.