Se la politica non c’è
il talk va in crisi

Merito o colpa della Corte Costituzionale? Dipende dai punti di vista. Certo è che se 57 anni fa, l’11 ottobre del 1960, la politica sbarcò in televisione in pompa magna è stato per l’ iniziativa dei giudici dell’Alta Corte che in piena estate, luglio, avevano sentenziato che a uno stato monopolista “incombeva” l’obbligo di informare sulle questioni politiche nella necessaria imparzialità. Ma, viene da chiedersi, davanti all ’offerta frazionata di politica, spesso caotica e di parte, proposta in questi tempi non più di monopolio su decine di canali, dalla mattina alla sera, chissà se gli ermellini di allora non avrebbero un ripensamento. “Incombe” oggi la necessità del racconto surreale che è diventata la politica dei nostri giorni.

Spirava un’aria nuova nei Palazzi in quegli anni ‘60 e l’apertura a sinistra diventava come fu (non entrando nel merito delle formule usate) ormai possibile. Il centrosinistra era la prospettiva in contrapposizione ad una destra arretrata che non voleva ancora cedere. Quindi, ecco l’idea, perché non fare informare gli italiani, che da qualche anno sempre più numerosi avevano la tv in casa, proprio dai diretti interessati? Dai leader dei partiti che si stavano misurando con la difficoltà e le speranze di un’Italia in piena ripresa. Certo qui politici in doppio petto, abituati a discorsi senza tempi, andavano imbrigliati nei ritmi più stringati del mezzo, pena l’abbandono del telespettatore a favore del letto, di un libro o della radio, dato che allora non c’erano altri canali oltre quello Nazionale (l’attuale Rai1). L’escamotage fu quello di mettere in studio una clessidra che nella prima puntata di Tribuna elettorale impose fin dalla prima puntata ritmi diversi ad Aldo Moro come a Giuseppe Saragat tra gli ospiti della prima puntata. A seguire tutti i leader di sinistra e di destra, Togliatti, Berlinguer e anche Almirante.

11 ottobre 1960, dunque.  Nell’anno in cui finiva “Il Musichiere” di Mario Riva e cominciava “Non è mai troppo tardi” del maestro Manzi andò in onda la prima puntata di Tribuna elettorale condotta da Gianni Granzotto in vista delle amministrative di novembre. Dall’anno dopo si chiamerà Tribuna politica e alla guida arriverà Jader Jacobelli che con orgoglio non mancava di ricordare che per “lungo tempo l’Italia è rimasta l’unico Paese in cui partiti e sindacati dispongono di una trasmissione televisiva”. Il primo ciclo fu di 29 puntate, 25 ore di trasmissione, 72 personaggi politici e 102 giornalisti. Andava in onda il giovedì.

Sette milioni di spettatori davanti alla tv alla prima puntata. Quattordici dalla seconda. Una platea immensa a seguire il dibattito o la conferenza stampa di quegli uomini in grigio contrapposti ma comunque impegnati nell’interesse del Paese. Almeno per ruolo. Segretari di partito di destra e di sinistra, ministri, sottosegretari. Nessun esponente della classe politica si sottrasse a quella lucetta rossa che segnalava l’inizio della diretta. La tv si avviò da subito a vincere lo scontro con le tradizionali forme di propaganda che erano i comizi, lo strumento per diffondere il verbo, e i congressi convocati per elaborare la linea (e darsele di santa ragione).

Da quei primi milioni e milioni molto tempo è passato. E i numeri si sono sempre più ristretti nonostante l’aumento esponenziale di contenitori e talk che scorrono in rete e sono diventati il luogo dell’anti piuttosto che della proposta. Le trasmissioni di oggi non servono a far comprendere una tesi o un’idea ma a radicalizzare lo scontro. Alla fine nessuno, protagonisti o spettatori, cambia idea. Si  contano in non più di due milioni e mezzo complessivi gli spettatori delle trasmissioni in cui la politica la fa da padrona. Tutte sono vittime del telecomando e dello zapping. A conti fatti, gli attuali contenitori politici non riescono a trattenere lo spettatore che per un massimo di venti minuti, un settimo della durata media del programma.

Se le chiacchiere politiche e sociali prendono il posto delle idee, se l’uomo politico non trasmette più un messaggio ma punta sull’immagine e trasforma se stesso in messaggio, come sorprendersi che fiction e reality vadano alla grande e le trasmissioni che parlano di politica si aggirino intorno ad uno striminzito due, tre per cento. Essere veicolo di una cosa che è in evidente sofferenza, la politica, non potrebbe portare ad un risultato migliore. L’immagine che prevarica la parola non può portare ad un diverso risultato.

Ormai sono superati anche i politici grandi comunicatori che avevano messo in crisi il potere dei conduttori. Silvio Berlusconi non impone più a reti unificate la cassette registrata del suo discorso “all’Italia che amo” e non va più a firmare contratti con gli italiani nello studio di Bruno Vespa. Non ha più la forza per farlo. E questo è un punto. Ma  l’ex cavaliere ha cambiato passo comprendendo che in questa epoca di crisi della politica tirano più gli agnellini salvati dalla tavola della Pasqua, l’aranciata da Mcdonalds o la sosta in Autogrill. Meglio la foto del copripiumino personalizzato regalato a Putin che fa molto terza età. E sempre di lettone si tratta. Oppure Matteo Renzi con il giubbino di pelle stile Fonzie in prima serata dalla De Filippi o con il Pandoro nel carrello della Coop vicino a casa sua. E Grillo, novello Mao, che a nuoto copre la distanza tra la Calabria e la Sicilia, ideale ponete umano sullo Stretto al posto di quello che non si farà.

Dunque senza grandi contenitori di idee, politiche e sociali che siano, inutili illudersi di fare grandi ascolti per le trasmissioni che dovrebbero spiegare la politica. Sono lontani i tempi in cui il dibattito politico culturale era strettamente intrecciato alla democrazia dei partiti. Lo spettatore era partecipe perché la rotta dei partiti coincideva con quella quotidiana di ognuno intendeva percorrere Le classi dirigenti erano in sintonia con chi li ascoltava. Oggi non si sa più chi fa il passo e chi è costretto ad inseguire.

Una risata li seppellirà? Può essere. Il Gazebo prima e il Propaganda Live, in onda su la7, di Diego Bianchi-Zoro e della sua banda sono un buon esempio di questa possibilità. Così come le diverse trasmissioni di Maurizio Crozza o le incursioni di Enrico Bertolino o Enrico Lucci. Che un sorriso o una risata possano rimettere in moto il meccanismo delle idee?