Se la poesia prova a leggere la barbarie
dell’assalto alla democrazia

Forse in questa casa a destra, sepolta / da una pelle di fogliame / che sgretola tra il verde delle cose / inabitate, si pavoneggia il credo / della vita più lunare. La chiocciola / che sbava sul mattone, la scarpa / rovesciata che germoglia / sul gradino, il flaccido pallore / dello straccio abbandonato al ramo.  O la vetrata rotta della serra invasa / che luccicando chiama. / Commuove ancora / la tazzina appoggiata sulla mensola, / cotta dal silenzio della luce.

Mi viene in mente questa poesia di Wolfango Testoni che apre la sezione intitolata “Linea gotica” nel libro uscito nel 2018 per l’editore Stampa 2009 e dal titolo “In un mutare o nel nulla”. Testoni in questa scrittura tipicamente lombarda legata alla tradizione del Secondo Novecento Italiano pone una via di possibile resistenza a un universo ormai prossimo all’esplosione. La linea gotica, il punto di tenuta rispetto alle aggressioni barbare, belliche è quello della attenzione e della priorità alle piccole cose inabitate, fragili come le foglie a cui questo testo accenna.

Mi viene in mente a pochi giorni dai fatti di Capitol Hill, fatti che sembrano creare un punto di non ritorno nei processi democratici occidentali, almeno per come fino ad oggi li abbiamo intesi. Perché nelle democrazie occidentali contemporanee il voto aveva sempre una sorta di intoccabilità, di laica e inoppugnabile santità, santità andatasi a sfasciare contro la campagna messa in piedi nelle ultime settimane dall’ex presidente Usa Donald Trump.

L’uso del termine populismo

E limitare questa reazione alle metodiche populistiche forse non è sufficiente: Alberto Asor Rosa in “Scrittori e popolo” edito da Savelli nel 1975 ricordava che in letteratura “l’uso del termine populismo è legittimo solo quando sia presente nel discorso una valutazione positiva del popolo, sotto il profilo ideologico oppure storico-sociale oppure etico. Perché ci sia populismo, è necessario che il popolo sia rappresentato come un modello”.

Nulla a che fare con una idea di rappresentanza in questa vicenda, nulla a che fare nemmeno con una vagamente legittimabile protesta, rimane piuttosto l’amarezza per modalità pericolose e disumanizzanti, per il sempre minore rispetto per i simboli non del potere ma dell’amministrazione civile di una democrazia. Lo scempio simbolico che oggi riguarda Capiton Hill domani può avere come protagonista qualsiasi altra realtà, qualsiasi altro luogo storico, qualsiasi altra vicenda, ricordo, forma di definizione del sé.

Poi in qualche modo / chiudere le porte d’ogni casa. Davvero / tutte, si doveva, le finestre. Sprangare / ogni portone i vetri le fessure / per rendere più udibile la bassa solitudine / che sempre batte il chiodo. // E’ un obbligo, un ordine. / Una necessità. / Resistere, durare, consumare in parsimonia / la breve strada di uno specchio. Davvero / tutte si doveva, le finestre, le serrande. / Gli occhi. / Anche la bocca.

Prosegue così, con questo monito Wolfango Testoni ne “La linea gotica”. Che sia questa l’unica possibilità? Sprangarsi in casa e magari (aggiungo) fare dei social l’unica piazza di discussione, l’agorà contemporanea? Possono le persone riunirsi soltanto per distruggere? Virtualmente in rete e praticamente nella quotidianità. E’ questa l’idea di popolo che vogliamo essere, un popolo che (per assurdo) confuta l’idea stessa di democrazia?

Abbiamo sorriso sui variopinti abiti dei protagonisti di Capiton Hill, sui leggii sottratti, sulle foto scattate negli uffici, sui copricapi, sulle barbe e chissà su cos’altro. Non ci siamo accorti mentre lo facevamo sui vari social network che la sommossa da quegli stessi social era nata, e che da lì rischiava di muoversi come un fuoco e ardere tutto. Anche la democrazia ha bisogno di regole, è un “obbligo, un ordine, una necessità” parafrasando Testoni. L’alternativa è chiudersi in casa, sprangare le porte, rifugiarsi ben oltre qualsiasi pandemia. Dobbiamo decidere in definitiva se la democrazia sia la pandemia o la cura, quale sia il male e quale sia il farmaco, e dobbiamo farlo sempre più in fretta prima che sia tardi anche solo per trovarci un riparo.

.

In un mutare o nel nulla, di Wolfango Testoni (Stampa 2009), 2018