Unione, governance
senza democrazia

Si diceva venticinque anni fa: “se l’Unione presentasse domanda di adesione all’Unione la domanda sarebbe respinta perché il suo sistema non rispetta i principi fondamentali dello Stato di diritto o più specificatamente i criteri decisi dal Consiglio europeo di Copenaghen del 1993: la presenza di istituzioni stabili che garantiscano la democrazia, l’esistenza di un’economia di mercato e la capacità di assumere gli obblighi derivanti dai trattati”. Da allora in poi e con i Trattati di Maastricht, Amsterdam, Nizza e Lisbona qualche passo in avanti sul piano dello Stato di diritto (formale) è stato fatto: sono stati ampliati i poteri legislativi del Parlamento europeo, l’esecutivo dell’Unione (la Commissione europea) è sottoposto al controllo democratico dell’Assemblea non solo in uscita con il voto di censura ma anche in entrata con l’elezione del Presidente, il metodo degli “Spitzenkandidaten” e il voto di fiducia, la Carta dei diritti fondamentali è diventata giuridicamente vincolante avendo lo stesso valore dei Trattati o – afferma qualche giurista – essendone addirittura superiore perché sovraordinata a essi in ragione dei valori e principi comuni sanciti a monte dei trattati.

Dall’entrata in vigore del Trattato di Lisbona in poi (dicembre 2009) lo Stato di diritto formale è stato progressivamente sostituito da una costituzione materiale resa necessaria – è stato affermato dai governi nazionali – dall’ampiezza della crisi economica e finanziaria e dall’urgenza di salvare l’Unione dal fallimento del suo nucleo essenziale e cioè l’unione monetaria e la moneta unica.

E’ stato progressivamente creato – in buona parte al di fuori o contro i trattati – un sistema di governance (l’espressione fu inventata dalla Commissione trilaterale negli anni ’70 per mettere sotto controllo l’eccesso di democrazia negli Stati nazionali) che riunisce l’Eurogruppo (il Consiglio dei ministri delle finanze della zona Euro) previsto dal Trattato, i Vertici della zona Euro (le riunioni dei capi di Stato e di governo) non previsti dai trattati, la Commissione i cui poteri si sono progressivamente evaporati per l’irrompere sulla scena istituzionale dei governi nazionali con buona pace del metodo comunitario di Monnet, la BCE che ha spesso agito con iniziative border-line nel bene (i quantitative easing) e nel male (le lettere dell’estate 2011 ai governi italiano e spagnolo), la Troika, il Meccanismo – intergovernativo – europeo di stabilità.

Quest’insieme opaco e legibus solutus ha agito non solo per rafforzare la sorveglianza delle politiche finanziarie nazionali ma anche per determinare l’agenda politica dell’Unione e degli Stati membri in tutti gli aspetti delle politiche economiche, fiscali e del welfare.

Al di sopra di tutto e di tutti si è posto il Consiglio europeo nelle molteplici versioni delle riunioni dei capi di Stato e di governo dei 28, nei Vertici a 27 dopo il Brexit, nelle riunioni della zona Euro a 19 ma anche nelle versioni più ristrette di un direttorio a 4 (Francia, Germania, Italia e Spagna), con decisioni che hanno sistematicamente violato le disposizioni dell’art. 15 del Trattato sull’Unione europea che recita “Il Consiglio europeo non esercita funzioni legislative”.

La nuova governance non ha funzionato con efficacia per far uscire l’Unione dalla crisi e per recuperare il consenso dei cittadini ma al contrario le economie di molti paesi membri sono rimaste a lungo stagnanti o hanno fatto dei passi indietro, l’Unione europea nel suo insieme e la suo interno la zona Euro ha perso ulteriormente in competitività e, quel che è più grave, il modello sociale europeo è stato progressivamente devastato aumentando le diseguaglianze fra paesi e all’interno dei paesi membri.

La priorità data alle finanze (e alla riduzione dei debiti pubblici) ha impedito all’Unione di attrezzarsi per far fronte a nuovi problemi epocali: l’aumento dei flussi migratori, il terrorismo, le guerre ai nostri confini, il cambiamento climatico cosicché l’incapacità di far fronte a questi problemi rischia di far fallire il progetto europeo più che la crisi dell’Euro.
Dai governi nazionali, che sono magna pars della nuova governance, non sono venuti segnali significativi della volontà di cambiare rotta né tale volontà è apparsa evidente nel Parlamento europeo e nella Commissione che pure hanno il diritto-dovere di far proposte per riformare l’Unione.

L’attenzione dei media è stata attratta recentemente dalle provocazioni intellettuali di politologi ed economisti come Thomas Piketty in Francia e il suo “trattato di democratizzazione dell’Europa” e Sergio Fabbrini in Italia e il suo progetto di “sdoppiamento dell’Unione”.

Spinelli avrebbe detto: “vogliono fare una frittata senza rompere le uova” perché l’obiettivo fondamentale di Piketty e Fabbrini è quello di superare o evitare lo scoglio del passaggio dall’Europa degli Stati-nazione all’Europa federale per preservare nello stesso tempo la sovranità statale e rafforzare la dimensione sopranazionale.
E’ sintomatico quel che scrive Piketty per giustificare la sua proposta di un’assemblea parlamentare della zona euro composta da deputati nazionali: “piuttosto che contrapporre il “nazionale” all’ “europeo” Il T-dem (il suo Trattato, ndr) poggia sulla legittimità e l’ancoraggio politici dei parlamenti nazionali per costruire il quadro democratico della zona Euro”.
La risposta di Jean-Claude Juncker nel suo discorso sullo “stato dell’Unione” del 13 settembre, in cui respinge la proposta di un parlamento e di un bilancio autonomi della zona Euro proponendo un ministro europeo delle finanze, un Fondo Monetario Europeo e un’unione personale fra Presidente della Commissione e presidente del Consiglio europeo, è inadeguata ed incompleta perché lascia sostanzialmente incontaminato il sistema dell’Unione a 27.

Nel tentativo di fare la frittata senza rompere le uova, Piketty e Fabbrini dimenticano di affrontare due questioni fondamentali: la formazione di un governo federale – con poteri limitati ma reali – che agisca nei settori in cui gli Stati nazionali sono incapaci di agire e il metodo per cambiare l’Unione passando dai negoziati intergovernativi alla scrittura di un nuovo Trattato-costituzione affidata ai rappresentanti dei cittadini.

Se dovessimo citare Habermas, dovremmo dire che occorre superare il “federalismo degli esecutivi” per costruire un federalismo realmente democratico nel metodo e nella sostanza.