Se la fine della vita diventa guerra familiare. Il caso Lambert

La vicenda dell’infermiere francese Vincent Lambert sta per concludersi nel modo più angosciante possibile. Lui è da undici anni in uno stato vegetativo che i medici hanno certificato essere irreversibile. Ora i sanitari stanno avviando le procedure per il distacco delle macchine che lo tengono in questo stato con idratazione e alimentazione forzata. La moglie, sei fratelli e il nipote hanno accettato questa decisione. Il padre e la madre, no. La tragedia si consuma in famiglia, non sul letto di Vincent.


Come siano andate le cose, da un punto di vista strettamente medico e legale, è cosa nota. Vincent è privo è in uno stato vegetativo dal 2008, quando subì un incidente stradale. Le autorità sanitarie francese avevano da tempo sostenuto che l’alimentazione e l’idratazione forzata per tenerlo in questo stato era una forma chiara di “accanimento terapeutico” e, dunque, consigliavano di sospendere queste due pratiche.
Ogni azione medica deve avere il consenso informato della persona che deve subirlo. Ma Lambert non solo non può in alcun modo esprimere la sua opinione, ma non ha mai dichiarato prima cosa fare in queste condizioni. Non aveva mai fatto, in altri termini un “testamento biologico” o, come la chiamiamo in Italia, una Dichiarazione anticipata di trattamento (DAT). Dunque a decidere sono stati chiamati i parenti. In primo luogo la moglie. Cha ha dato il parere favorevole per portare a termine quello che, anche per lei, è un “accanimento terapeutico”.
La procedura sarebbe andata aventi se la madre e il padre di Lambert – che con una sottolineatura fuori luogo molti giornali italiani definiscono cattolici, perché il loro atteggiamento è comprensibile in primo luogo come genitori a prescindere dalla fede religiosa – hanno opposto ricorso al Consiglio di Stato francese. Il quale si è pronunciato, riconoscendo le ragioni dei medici e della moglie. Questo non è stato sufficiente per i coniugi Lambert, che hanno opposto un nuovo ricorso, questa volta a un giudice internazionale: la Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo.
Lo scorso 5 maggio anche questa Corte ha emesso il suo verdetto: «l’interpretazione data dal Consiglio di Stato della legislazione francese, la legge Lionetti, e la procedura seguita per arrivare alla decisione, condotta in maniera meticolosa, è compatibile con i requisiti imposti dall’articolo 2 della Convenzione europea dei diritti umani». Quest’ultima sancisce il diritto alla vita. Ma la Corte di Strasburgo sostiene che l’interruzione dell’alimentazione e dell’idratazione non possono essere definite come eutanasia e, dunque, si può procedere se il malato o chi ne interpreta la volontà le rifiuta.


A questo punto le procedure per “staccare la spina”, come impropriamente viene definita la sospensione dell’alimentazione e dell’idratazione forzata, sono state avviate. La madre e il padre di Lambert protestano in maniera veemente e annunciano nuove opposizioni attraverso vie legali che per ora non conosciamo.
Ma il problema di interesse generale non è solo giuridico. Perché ci coinvolge tutti anche emotivamente. Non è accettabile vedere persone – come la moglie e i fratelli da un lato, i genitori dall’altro – dividersi in maniera così drammatica rispetto al destino del corpo di una persona che tutti hanno amato.
Qual è la causa di questo scempio?
No, sarebbe sbagliato individuarla nella diversa considerazione che i medici, la moglie e i fratelli di Lambert hanno della vita di una persona rispetto ai genitori. Per i primi il corpo di Lambert tenuto artificialmente in stato vegetale non è in una condizione di vita dignitosa per una persona. L’”accanimento terapeutico” essendo inutile deve cessare. Per i genitori quel corpo ha ancora un forte valore affettivo.


Tutti, proprio perché amano Lambert, meritano rispetto.
La causa della tragica divisione che si sta consumando va cercata in una lacuna giuridica. In Francia non esiste una legge che consenta (che spinga, aggiungiamo noi) alla Dichiarazione anticipata di trattamento. È per questo che le volontà di Lambert devono essere interpretate. E da chi, se non dai parenti più stretti e dai medici?
Il caso, al di là della solidarietà totale che esprimiamo a tutta la famiglia Lambert, è di interesse generale anche per noi, in Italia. Perché la legge che istituisce la DAT, approvata dal Parlamento nel dicembre 2017, manca ancora di alcune norme attuative. In particolare di una Banca nazionale che contenga il registro di tutte le dichiarazioni. Inoltre manca una conoscenza sufficientemente diffusa dell’esistenza di questa legge. Facciamo presto, se non vogliamo che casi come quelli di Vincent Lambert e della sua famiglia si verifichino, tragicamente, anche qui in Italia.