Se i negazionisti si nascondono anche a sinistra

Siete in un grande supermercato, nell’orario di punta. È un luogo familiare a tutti. Ci sono varie persone in fila davanti alle casse, un centinaio. Tutta gente che appare tranquillamente normale. Ebbene, sedici di quelle persone, impegnate nel loro tran tran quotidiano, sono convinte che la Shoah, cioè lo sterminio di 6 milioni di ebrei da parte dei nazifascisti, non sia mai avvenuta; per loro è una balla.

Auschwitz

Il giudizio sugli ebrei

Lo svela, tra l’altro, il “Rapporto Italia 2020” dell’Eurispes, appena reso pubblico: il 15,6% degli italiani nega la Shoah (nel 2004 era il 2,7%). E il 16,1% (era l’11,1% oltre quindici anni fa) ne ridimensiona la portata, sostenendo che il numero di vittime sarebbe stato molto inferiore rispetto a quello documentato dagli storici. Non solo: secondo lo stesso rapporto, un italiano su quattro è convinto che gli ebrei oggi controllino il sistema economico e finanziario, mentre secondo uno su cinque controllano pure gli organi di informazione.

Qualcuno, a questo punto, potrebbe essere portato a ritenere che chi  ha questa opinione voti formazioni politiche di destra e sovraniste. È così? No. Il rapporto – nel paragrafo “Complottisti e negazionisti da destra a sinistra con diverse intensità” – chiarisce che chi pensa che la Shoah non ci sia stata non è necessariamente di destra, anzi. Nel centro-destra e a destra c’è la maggioranza di quelli secondo i quali gli ebrei controllano media, finanza ed economia, ma sul fronte opposto lo ritiene il 24,9% degli intervistati.

Non solo. Scrive Eurispes a pagina 47: “La credenza che la Shoah non abbia mai avuto luogo vede il picco di intervistati ‘molto d’accordo’ tra chi si riconosce politicamente nel Movimento 5 Stelle (8,2%), concordi complessivamente nel 18,2% dei casi; la più alta percentuale di soggetti concordi (abbastanza o molto) si registra però tra gli elettori di centro-sinistra (23,5%). I revisionisti risultano più numerosi della media a sinistra – per il 23,3% l’Olocausto degli ebrei è avvenuto realmente, ma ha prodotto meno vittime di quanto si afferma di solito – e al centro (23%), meno a destra (8,8%)”.

Questa circostanza, per certi versi inattesa, deve indurre a riflettere al di là dei luoghi comuni sugli schieramenti politici. Anche perché colpisce l’aumento, nel giro di 16 anni, delle persone che negano lo sterminio degli ebrei: come è stato già scritto, dal 2,7% del 2004 al 15,6% di oggi. Chi sono? Gente che ha cambiato idea? Giovani diventati maggiorenni tra il 2004 e la fine del 2019? Nel rapporto non ci sono riferimenti alle risposte legate alla data di nascita. Però – considerando che l’indagine è stata realizzata su un campione scelto anche in base all’età (18-24 anni; 25-34 anni; 35-44 anni; 45-64 anni; 65 anni e oltre) – si può calcolare che un quarto dei 1.120 intervistati da Eurispes tra dicembre 2019 e 2020, cioè i cittadini tra i 18 e i 34 anni, nel 2004 fossero minorenni (un 34enne di oggi nel 2004 aveva 18 anni).

Sono stati i più giovani a spostare drammaticamente la percentuale di negazionisti? Forse no, visto che – riferisce Eurispes – sono i ragazzi tra i 18 ed i 24 anni quelli che  “considerano con frequenza superiore alla media gli atti antisemiti come conseguenza di un diffuso linguaggio basato su odio e razzismo: 67,6%, a fronte di valori intorno al 60% nelle altre fasce d’età… Sono sempre i più giovani a vedere nei reati antisemiti il segnale di una pericolosa recrudescenza di antisemitismo in Italia e non soltanto atti sporadici ed isolati: lo pensa oltre la metà (57,1%), a fronte del 49,2% dei 25-34enni, del 47,1% del 35- 44enni, del 45,4% dei 45-64enni e del 45,7% degli over65”.

Quelle sedici persone in fila al supermercato

Oggi è difficile dire quanto la situazione fotografata da Eurispes stia favorendo anche il clima politico e quanto certi politici approfittino del clima e tentino di renderlo ancora più rovente per raccogliere consensi. Le domande però restano. Perché quelle 16 persone in fila al supermercato non credono al fatto che siano esistiti in campi di sterminio? Perché 25 su 100 sono disposte a pensare di essere sotto il controllo della presunta “lobby ebraica”? Difficile dirlo.

Una risposta possibile è quella che il 29 gennaio, il giorno prima della diffusione del Rapporto di Eurispes, ha dato l’ex deportata Liliana Segre, senatrice a vita, intervenendo al Parlamento europeo durante la cerimonia per il 75° anniversario della liberazione del campo di Auschwitz-Birkenau. Ha detto – nel suo semplice e potente discorso (da ascoltare e riascoltare) – che l’antisemitismo e il razzismo ci sono “sempre stati, ci sono corsi e ricorsi storici”: prima “non c’era il momento politico per poterli tirare fuori. Ma poi arrivano i momenti in cui ci si volta dall’altra parte, in cui è più facile far finta di niente”. E “tutti quelli che approfittano di questa situazione trovano il terreno adatto per farsi avanti”.

Di certo, per usare la parole della Segre, c’è chi ne sta approfittando. Però dall’indagine emergono pure altre convinzioni. Hanno trovato un buon consenso affermazioni tipo “Molti pensano che Mussolini sia stato un grande leader che ha solo commesso qualche sbaglio” (19,8%) e “Molti italiani sono fascisti” (12,8%). Poi, rispetto al 2010, sono diminuiti di oltre dieci punti (dal 60,3% al 50%) gli italiani favorevoli allo Ius soli (l’acquisizione della cittadinanza di un dato Paese come conseguenza del fatto giuridico di essere nati sul suo territorio, indipendentemente dalla cittadinanza dei genitori) e sono aumentati molto i sostenitori più rigidi (dal 10,7% al 33,5%, quasi 23 punti in più) dello ius sanguinis (bisogna essere figli di genitori italiani). Inoltre emerge dallo studio che gli immigrati sono visti da uno su tre come una minaccia all’identità nazionale.

Sono tutti punti di vista che devono indurre chi fa politica su posizioni progressiste a riflettere, perché spesso anche coloro che votano la sua area non sono estranei a logiche troppo comodamente, a volte, definite “di destra”.