Cantieri di dibattito:
se io fossi
il segretario del Pd

E’ bello riavere alla guida del Partito Democratico un uomo nel cui linguaggio riconosci l’eco delle tue convinzioni e della tua lettura del mondo. E’ bello sentirgli dire “non voglio un partito del leader, ma un partito con un leader”. E’ bello leggere nelle sue parole la consapevolezza della non autosufficienza (allo stato delle cose) del PD, la necessità di riconoscersi parte di una sinistra più ampia e plurale. Mi piace leggere in tutto questo la convinzione che occorre ricercare alleanze non già con sigle e partitini privi di sostanziale rappresentanza, ma con la coscienza profonda di milioni di persone che potranno avere opinioni diverse sulla TAV e sul reddito di cittadinanza, ma si ritrovano assieme senza fatica attorno ad alcune grandi opzioni: l’inalienabilità dei diritti della persona; l’eguaglianza sostanziale di uomini e donne a tutte le latitudini; l’Europa come comunità di destino di noi abitanti di questa parte del pianeta; la centralità del lavoro e della sua rappresentanza; l’irrinunciabilità di diritti civili e culturali costati grandi lotte; il contrasto alle mafie ed alle zone grigie che le puntellano; e poi giustizia sociale, pari opportunità, sostenibilità ambientale… insomma, i principi della nostra Costituzione come bussola.

Parole… si potrebbe dire. Ma parole importanti, e che pesano, al cospetto di una alleanza di governo che sta sprofondando il Paese nell’isolamento internazionale, nella paura e nell’insicurezza, con tutti gli indicatori economici in regresso e con la deriva annunciata di molte importanti conquiste civili degli ultimi decenni (divorzio, diritto di famiglia, autodeterminazione delle donne).

Sono parole che pesano e che fanno discrimine nell’Italia di oggi; parole di cui non bisogna stancarsi, e che occorre riproporre costantemente in contrapposizione alla vulgata di segno opposto che sembra essere diventata padrona del web e dei social.
Ecco, a proposito dei social… se fossi Zingaretti mi porrei l’obiettivo di conquistare sul campo qualche milione di follower con una strategia esattamente opposta a quella di Salvini.

C’è una parte di paese imbolsita e canaglia, imbottita di televisione spazzatura e di luoghi comuni, di vuoto ideale e di egoismo gretto, di assenza di libri e di pensiero. Chi viaggia su bus, treni e metropolitane ogni giorno ne ha un saggio sistematico. C’è un pezzo di paese umanamente e mentalmente in malora, ostaggio della prosa peggiore da social network, che si infiamma indifferentemente e nella stessa misura sia quando Salvini scrive “prima gli italiani”, sia quando posta l’immagine di un panino con la salsiccia (lo so… lo so… sono cose che tutti noi pensiamo… ma che non dovremmo mai scrivere…). E’ un pezzo di paese che si recupera solo invertendo macrotrend economici e culturali, ci vorranno decenni, se tutto va bene. E’ il compito di lungo periodo della bella politica.

Per fortuna ci sono però anche milioni di persone, donne e uomini in carne e ossa che ragionano e riflettono, che studiano e leggono, che vogliono essere cittadini e non massa di manovra; milioni di donne e uomini impegnati nel volontariato che, nelle forme più diverse, regalano energie, tempo e capacità ad altre persone oppure ad una idea migliore di futuro; milioni di donne e uomini senza voce e senza potere, ma con dentro la consapevolezza dei propri diritti e l’idea che si possa ancora affermarli. Io non credo che questi milioni di persone siano disponibili a diventare dei follower da social, ma possono tornare ad essere elettori, questo sì.

Se fossi Zingaretti aprirei una decina di cantieri in giro per l’Italia. Cantieri di dibattito e riflessione su tutti i grandi temi dell’agenda politica, quella nazionale e quella planetaria, e rivolgerei innanzitutto a queste persone un invito al contributo e all’ascolto.

Se fossi Zingaretti andrei a cercarmi uno per uno tutti i sindaci di tutte le grandi città italiane in vario modo eletti dalle persone del centrosinistra e chiederei loro la disponibilità a condividere un manifesto di principi e di discriminanti da far diventare la piattaforma teorica di tutti i diversi programmi politici di tutte le elezioni nazionali e locali dei prossimi anni.

Se fossi Zingaretti proverei a dire che il PD è disponibile e aperto a qualunque contributo che parta dai principi di quel manifesto. E che questa non è l’ora dei piccoli protagonismi, dei leader senza elettori, delle sigle senza rappresentanza, ma è l’ora di dare a milioni di cittadini italiani la speranza che cambiare, invertire la rotta, è ancora possibile.

Se fossi Zingaretti affermerei con determinazione il primato della forma partito – fondamento di quella democrazia rappresentativa che resta esempio insuperato di virtù politica – ma al tempo stesso rifonderei il partito, lo aprirei alla società civile, ne riconoscerei la non autosufficienza, sperimenterei forme innovative di democrazia interna capaci di dare strumenti di controllo e decisione anche agli elettori.

Se fossi Zingaretti mi guarderei intorno fin dal primo istante sapendo che la nuova classe dirigente di cui contornarsi non è affatto tutta dentro ai luoghi risaputi, nei perimetri del Nazareno, dei palazzi della Regione o di Montecitorio e dintorni. Proverei a ricordarmi che il mondo della sinistra è molto molto più bello, più vario e più grande. Mi ricorderei che il PD ha cominciato a crollare elettoralmente, e nella coscienza di milioni di persone, quando si è inteso circoscriverne la leadership al raggio di qualche decina di chilometri da Rignano sull’Arno, nell’idea fallace che è meglio fare tutto tra amici.

Se fossi Zingaretti ricorderei ogni giorno a me stesso che Libera di don Ciotti è un universo pulsante di oltre 1500 associazioni e comunità; che il Forum del Terzo settore ha 140mila sedi e luoghi di incontro in ogni angolo del Paese; che in Italia (ce lo dice l’ISTAT) ci sono 6,6 milioni di persone che si dedicano in forme diverse al volontariato, che questa cifra è in crescita costante e che coinvolge in particolare le quote di popolazione con i livelli socio economici e culturali più elevati.

Se fossi Zingaretti avrei consapevolezza che il manifesto della sinistra italiana dei prossimi decenni non si scrive senza il contributo e l’esempio di quei mondi, o per citare ancora qualche caso di scuola, senza il contributo di laboratori come Libertà e Giustizia di Montanari, Zagrebelsky e Urbinati, del Forum Disuguaglianze/Diversità di Fabrizio Barca, o dei luoghi di pensiero e di elaborazione della cultura come la Fondazione Basso e mille altre.

E il programma non si fa, se non si sanno raccogliere e selezionare idee, spunti, suggestioni da quella fitta rete di luoghi di pensiero tematico di cui, a vario titolo e a vario livello, si compone la galassia ampia del nostro mondo di riferimento. Non nuove forme di collateralismo, assolutamente, bensì osmosi e contaminazione delle idee. Mi viene in mente, senza alcuna pretesa di esaustività, l’Osservatorio Diritti per quanto riguarda i diritti umani e civili; pensierofemminile.org per una lettura non rituale e di stimolante radicalità della prospettiva di genere; Lunaria con riferimento ai temi del razzismo, dell’immigrazione e del volontariato; Cittadinanza Attiva quanto ai diritti di cittadinanza; Etica News con riferimento ai temi della finanza e dell’economia; l’Associazione Antigone quanto al tema della giustizia; Articolo 21 per ciò che concerne informazione e pluralismo; Trasparency International per la lotta alla corruzione; Sbilanciamoci.info per uno sguardo irrituale sulle politiche economiche; Cantieri Animati per i temi dell’urbanistica e del governo del territorio; Parliament Watch Italia su amministrazione digitale e open-government; Emmaus quanto al contrasto alle diseguaglianze e alle povertà; Rete della conoscenza per sapere cosa pensano studenti medi e universitari. E, perchè no, quanto al dibattito delle idee ed al saper dire “qualcosa di sinistra”, i tanti luoghi di riflessione che giocano ogni giorno la sfida quotidiana con i lettori e con la rete, e penso per esempio a Sinistrannozero, Esseblog, Volere la Luna, Articolo 1, e Strisciarossa ovviamente.

Se fossi Zingaretti mi andrei a cercare follower ed elettori tra le decine di migliaia di lettori di questi luoghi di cultura e impegno, e tra i milioni che guardano a Libera e che operano nel Forum del Terzo Settore. Certo per fare Rete, per mettere insieme Sala e Orlando; Gigi De Magistris e Emilio Del Bono; Pizzarotti e Zedda; don Ciotti e Benigni occorre una impresa impossibile; soprattutto serve mettere da parte i personalismi e anteporre gli interessi del Paese alle proprie pur legittime ambizioni.

Ma forse, in un Paese che sprofonda, con un’opinione pubblica tramortita e narcotizzata da una narrazione di dilagante idiozia, e con i peggiori fantasmi del passato che riprendono vigore, non è vietato pensare che per una volta la sinistra sappia vincere la tentazione dell’eterno cupio dissolvi e dare a se stessa una prova di generosità.