Se da Bonolis si recitasse una poesia
sugli operai con “i sogni volati altrove”

Qualche anno fa durante un programma televisivo della Rai Roberto Saviano citò un brano della già premio Nobel alla letteratura Wislawa Szymborska. Le vendite dei libri della poetessa polacca schizzarono alle stelle: vuoi per la bellezza di quel testo, vuoi perché appunto era stato lui a consigliarne la lettura. Altri tempi: oggi più prosaicamente è Umberto Smaila, già membro de “I gatti di Vicolo Miracoli” assieme – tra gli altri – a Jerry Calà a decretare la fortuna editoriale dell’ultimo romanzo di Michel Houellebecq, “Serotonina”. Nulla di male ovviamente se un comico in auge negli anni ’80 consiglia un libro, ci mancherebbe: fossi però nei panni di certa critica diventata giallo-verde (dopo trascorsi più rossi del rosso) inizierei a preoccuparmi, perché quella teoria dell’élite culturale che da tempo viene sbandierata – soprattutto a destra – non sta facendo altro che portare i più a una ricerca di modelli alternativi.

Mezzo secolo fa in Rai il maestro Alberto Manzi alfabetizzò una buona fetta della popolazione italiana: egli non insegnò banalmente a leggere e a scrivere, ma pedagogicamente aiutò le persone in difficoltà ad ottenere degli strumenti per migliorare la propria quotidianità. Oggi quel percorso sarebbe possibile? Proviamo ad ipotizzare.

Pensate se nel bel mezzo di “Uomini e Donne” Teresa rispondesse all’ennesima intemperanza di Andrea con questi splendidi versi di Anna Maria Carpi, poetessa che troppo spesso non prendiamo nella giusta considerazione: «Io non volevo amare, / diventare / una piccola istanza ebbra, tenera stoffa / che un uomo tiene in una sola mano / e al primo abbraccio le sgualcisce il cuore»; o se durante il programma serale di Paolo Bonolis una delle comparse, “l’indignato”, si lagnasse sì ma di situazioni serie e decisive come le condizioni dei lavoratori nelle fabbriche, magari utilizzando le parole del poeta operaio Fabio Franzin che così bene li ha raccontati e ha raccontato i mutamenti dell’industria in particolare nel nostro Nordest: «Guarda quegli operai, nota / come sono assorti / fra i loro pensieri mentre si / concedono una sigaretta seduti / contro il muro della fabbrica // guardali, stanchi e sporchi, / con i jeans che in passato / erano alla moda, ed ora / sono solo un paio di brache / troppo corte e rattoppate // con quelle camicie sbiadite, / le scarpe lerce di colla / o di oliaccio, ciglia e capelli / gialli di segatura. Sembrano quasi / dei clown fuggiti // da un circo, così, ridicoli / e malinconici come i comici / del cinema muto, e muti sono / anche loro perché la fatica / gli ha estirpato la parola // guardali ora mentre schiacciano / la cicca sotto i piedi e a capo / chino ritornano dalle macchine / che attendono ancora i loro atti / servili; i sogni volati altrove». (traduzione dal dialetto Veneto dell’Opitergino-Mottense, Treviso).

Sarebbe possibile? Cosa accadrebbe?

Perché in questo paese la poesia avrebbe e ha ancora tantissime cose da dire, ma se l’unica innovazione è il sistema del reperimento dei fondi editoriali – come pare raccontare qualche nuovo protagonista – allora spingiamoci tranquillamente oltre, affidiamo il futuro dell’editoria italiana a Giorgio Mastrota che tra un materasso e l’altro in qualche televendita potrà dettare le sorti della nostra letteratura.

Viceversa ricordiamoci di chi in Italia sa scrivere: ricordiamoci che abbiamo un patrimonio come Mario Benedetti la cui opera è stata pubblicata recentemente e meritoriamente da Garzanti, ricordiamoci di chi ha lavorato (e tanto) per cambiare la nostra poesia alla fine degli anni Novanta aiutandoci ad uscire dal postmoderno. Penso, a tal proposito, alla rivista in cui da sempre sono, «Atelier», ma penso anche a quando in quegli anni, mentre frequentavo l’Università leggevo riviste come «Versodove». In quella redazione c’era Fabrizio Lombardo, che oggi esce per una piccolissima casa editrice, Rosada, con “Coordinate per la crudeltà” e che è davvero un esempio di cosa serva davvero in questo paese: ascolto, attenzione, rispetto. Ma per ritornare a tutto questo dovremo attraversare – e superare – una deriva che a partire dai social, e ormai ovunque, ci sta portando ad un impoverimento umano in cui la letteratura e la critica rimangono costantemente compromesse. Non è necessario seguire padri che diventino dei potenziali padroni, ma è più interessante forse creare un dialogo con i poeti che ci sono prossimi, che ci hanno immediatamente preceduto. Occorre insomma mettersi in viaggio, tentare un approccio e smetterla con i soliloqui: questo forse ci renderà un paese migliore, anche attraverso la letteratura.

«Questo è l’inverno che ci porta / lontano. chiude le valigie, le scatole, i sacchi / di plastica. demoliti i mobili avremo ancora / posto per i ricordi, gli abbracci». (Fabrizio Lombardo)