Se anche Johnson
è costretto a riscoprire
il ruolo dello Stato

Dopo l’Italia, la crisi COVID19 travolge anche gli altri Paesi d’Europa e colpisce anche il Regno Unito in un momento estremamente delicato per il Paese. Il 31 gennaio 2020 il Regno Unito è uscito ufficialmente dall’Unione europea, dopo più di tre anni dal referendum sulla Brexit: tre anni e mezzo che hanno lasciato profondi solchi nell’economia e nella società del Regno.

In termini economici, la Brexit ha già avuto un impatto negativo. Il costo delle fluttuazioni del valore della sterlina rispetto a euro e dollaro, la contrazione del settore privato e dell’output dell’economia, il rallentamento dei consumi interni, l’effetto negativo sul tasso di occupazione ed anche il trasferimento dell’Agenzia europea per il farmaco da Londra ad Amsterdam sono state le prime conseguenze di questa scelta. Quelle di medio e lungo periodo potranno essere molto più significative e molto dipenderà dal raggiungimento o meno di un accordo con Bruxelles in merito alle regole che disciplineranno le future relazioni tra i due blocchi.

Fino alla fine di quest’anno, il Regno Unito beneficia di un “periodo di transizione”, entro il quale potranno essere ridefiniti i rapporti con l’Unione europea. Fino ad allora, le esistenti regole – in materia di commercio, circolazione di merci e persone, partecipazione ai programmi di investimento comunitari, primo tra tutti il programma Horizon 2020 – continueranno ad applicarsi. Ma se la prospettiva di un accordo entro i tempi stabiliti appariva già remota prima della pandemia COVID-19, ora che tutta l’Europa è paralizzata dai tentativi di contenere l’epidemia e lo stesso Michel Barnier – il lead negotiator dal lato Ue – è risultato positivo al virus, questa prospettiva appare ancora più remota (cosa che ha portato eminenti osservatori, come Fabian Zuleeg, dello European Policy Centre di Bruxelles, a sottolineare la necessità per il Regno Unito di ottenere una proroga del periodo di transizione).

La Brexit ha anche evidenziato rilevanti cleavage sociali e territoriali. I dati del referendum e anche quelli delle ultime elezioni, tenutesi il 12 dicembre scorso, mostrano come siano state soprattutto le fasce d’età più anziane ad aver sostenuto l’uscita del Regno dall’Ue e il partito conservatore. Stando a YouGov, alle ultime elezioni il 49% degli elettori tra 50 e 59 anni di età e il 57% di quelli tra i 60 e i 69 anni ha votato per il partito conservatore, il cui unico messaggio elettorale era stato quello del ‘get Brexit done’, fare la Brexit. Questo valore sale al 67% per la fascia d’età 70+. Entrambe le consultazioni – il referendum del 2016 e le elezioni del 2019 – hanno anche palesato forti divari territoriali: da un lato, tra Londra e il resto dell’Inghilterra; dall’altro, tra l’Inghilterra e le tre altre nazioni, prima tra tutte la Scozia.

In questo contesto, due cose stupiscono maggiormente dell’iniziale risposta del governo britannico alla crisi COVID-19. Primo, l’atteggiamento inizialmente lassista e blando relativamente al contenimento dell’epidemia che tanto mal si concilia con la base elettorale su cui il governo poggia. In una conferenza stampa del 12 marzo, il Primo Ministro Boris Johnson semplicemente intimava a chi avesse febbre alta e tosse persistenti di stare a casa per almeno sette giorni per evitare di diffondere il virus e ammoniva i suoi connazionali che “molte più famiglie perderanno i loro cari prima del tempo”. Un approccio che è stato collegato alla teoria dell’immunità di gregge e che, verosimilmente, sarebbe andato a tutto svantaggio proprio degli elettori che hanno sostenuto sia la Brexit sia Johnson, che della Brexit ha fatto il proprio cavallo di battaglia nelle ultime elezioni. Un elemento, questo, che appare tanto più contraddittorio se si pensa che molta parte della campagna pro-Brexit fu giocata sul mantra del “riprendere il controllo” delle risorse versate dal Regno Unito al bilancio comunitario, con l’ingannevole promessa di dirottare quelle risorse, stimate in 350 milioni di sterline a settimana (!), sul sistema sanitario pubblico.

La seconda cosa che stupisce è la mancata presa di distanze da questa prima risposta del governo britannico all’emergenza coronavirus da parte della Primo Ministro scozzese, Nicola Sturgeon. Al referendum del 2016, la Scozia votò in maniera inequivocabile contro la Brexit (62% contro 38%). Gran parte di questo risultato fu dovuto alla convinta campagna pro-Ue promossa dallo Scottish National Party che la Sturgeon guida. Da allora, la Primo Ministro scozzese e il suo governo hanno continuato a ribadire la necessità di preservare un legame con l’Europa il più stretto possibile, hanno reiterato – anche con consultazioni, eventi e campagne di comunicazione – che i cittadini europei (e gli immigrati in generale) sono una componente importante e benvenuta della società scozzese e, soprattutto, non hanno perso occasione per ribadire l’opportunità di un nuovo referendum per l’indipendenza della Scozia che potesse aprire la strada anche a una riadesione del Paese all’Ue. Quale migliore occasione, dunque, del controverso approccio di Johnson, per rimarcare ancora una volta le distanze tra le due nazioni? La Sturgeon, invece, si è limitata a seguire la linea di Londra, semplicemente bandendo aggiuntivamente gli eventi con più di 500 persone e anticipando l’annuncio della chiusura di scuole e università.

Ad ogni modo, tutto ciò ora poco conta dal momento che, come ci si poteva aspettare, Boris Johnson ha fatto uno dei suoi non inusuali “dietro-front” (per i suoi cambiamenti di vedute sull’Ue, si legga questo interessante fact-check di Channel 4 https://www.channel4.com/news/factcheck/how-boris-johnson-has-changed-his-views-on-europe ). Nel giro di pochi giorni, il governo britannico ha infatti annunciato una serie di misure restrittive per contenere il virus che ricalcano quelle già introdotte in Italia e in altri Paesi europei – dalla chiusura (parziale) delle scuole e sospensione degli esami di maturità, alla chiusura di pub, ristoranti e altri luoghi del tempo libero (discoteche, cinema, teatri, musei, palestre ecc.), dal telelavoro alla limitazione degli spostamenti fino a giungere al lockdown lunedì 23 marzo.

Ma soprattutto, in parallelo a queste misure, il governo britannico ha anche annunciato un pacchetto di sostegno finanziario “senza precedenti”, come sottolineato dal Ministro delle Finanze Rishi Sunak. Con tale pacchetto, il governo si impegna a pagare fino all’80% degli stipendi dei lavoratori dipendenti penalizzati dal coronavirus per i mesi da marzo a maggio (per un massimale di 2500 sterline). Un impegno che si aggiunge ad altre misure varate contestualmente a questa, come un differimento dei versamenti dell’IVA, aiuti alle imprese, maggiori fondi per housing benefit e universal credit (quest’ultimo aumentato di 20 sterline a settimana). Si tratta di misure che lasciano affatto o poco protette alcune fasce di popolazione e che non compensano le strette sul welfare introdotte dagli ultimi governi conservatori ma che, al tempo stesso, vanno in una direzione che non ci si sarebbe necessariamente aspettati da un governo liberista come quello di Johnson.

Insomma, se Cameron aveva riscoperto il ruolo della società (la famosa ‘Big Society’ di cui fece un motto per le elezioni del 2010), Johnson e i suoi colleghi sembrano riscoprire, volenti o nolenti, il ruolo dello Stato: uno Stato non solo regolatore, come dettato dal persistente (in UK) paradigma del New Public Management di epoca thatcheriana, ma che interviene con vigore nella società e nell’economia a necessaria garanzia e tutela dell’interesse comune.