Se la sinistra perde
i fondamenti
della politica

Se l’Italia è da oltre vent’anni la prima grande malata delle democrazie occidentali, qualcosa di profondo si è verificato nella sua storia recente sino a sedimentarsi nelle coscienze di tutti. Non solo le credenze di massa sono contagiate dalla perdita dei pilastri di una cultura politica minimale. Anche le cosiddette élite intellettuali sono nel vortice della degenerazione che ha determinato la perdita dei fondamenti essenziali della politica. Su certi personaggi della classe politica odierna è molto più attendibile il giudizio graffiante di Crozza che non la penna conformista di tanti opinionisti (ad eccezione di quella che ha ispirato il ritratto del ceto politico del “Mo’ vi Mento” fatto da Alessandro Dal Lago sul Foglio).

La levatura effettiva di Giuseppe Conte è molto più resa con fedeltà dalle fulminanti frasi di Crozza che non dalle agiografiche e assai false ricostruzioni che oggi scorrono sui giornali. Un quotidiano che si definisce comunista (quando i nomi torneranno a somigliare alle cose?) ricorre al repertorio più consumato dello storytelling per vendere a buon mercato la leggenda di un Conte che da eroe solitario si veste di coraggio e distrugge il capitano nero.

L’avvocato del popolo e i migranti

Le comunicazioni al Senato del premier Conte (dal sito della Presidenza del Consiglio dei Ministri)

In realtà, secondo una non esaltante nota di carattere che regolarmente si ripresenta in Italia nelle svolte politiche, l’avvocato del popolo ha recuperato il coraggio (sic) di scagliarsi contro uno sconfitto che era però già ridotto a cadavere. Sul piano storico, il rapporto tra Salvini e Conte è perfettamente ricostruibile alla luce di quanto il presidente del consiglio stesso ha scritto in note ufficiali. “Sento il dovere di precisare che le determinazioni assunte dal ministro dell’interno sono riconducibili a una linea politica sull’immigrazione che ho condiviso nella mia qualità di presidente del consiglio in coerenza con il programma di governo”.

Il novello cantore delle “culture delle regole” contro il barbaro, irresponsabile, eversivo capitano leghista ha scritto di suo pugno quanto segue: “le azioni poste in essere dal ministro dell’interno si pongono in attuazione di un indirizzo politico-internazionale che il governo ha sempre coerentemente condiviso fin dal suo insediamento e di cui non possono non ritenermi responsabile”.

In maniera sorprendente queste colpe incancellabili (la “leale collaborazione” istituzionale è incarnata in leggi di intonazione fascista) diventano per Revelli delle semplici “macchie” che non impediscono di regalare un bel “trenta e lode al discorso in Senato”.

Un intervento senza alcuna particolare altezza espressiva e vuoto di ogni apprezzabile sforzo di pensiero, che si perde con dettagliate elencazioni delle straordinarie realizzazioni del governo del cambiamento, e si assopisce in ridondanti cadute nel descrittivo in merito a ciò che occorre ancora realizzare di strabiliante, viene addirittura esaltato come “un discorso molto alto, da statista con un’altissima consapevolezza democratica e costituzionale”. La citazione dotta di Federico II (forse recuperata da un privatista come Francesco Galgano che la proponeva negli stessi termini in “La forza del numero e la legge della ragione” uscito presso il Mulino) viene interpretata con generosità come attestato di autorevolezza e cultura politica propria di chi vola alto (così in alto da trascendere ogni riferimento alle troppo terrestri e però disperate condizioni economico-finanziarie).

La laicità di Conte e il santino di Padre Pio

Crozza imita il premier Conte con il santino di Padre Pio

Anche la laicità sembra per i laudatori una scoperta del disarcionato avvocato del popolo meritevole per taluni di guidare un bel Conte bis. Il difensore della laicità violata, che censura l’esibizione dei simboli religiosi, ha avuto come sua prima occasione di comparsa televisiva ufficiale, nel parlamentino di Vespa, proprio la pubblica attestazione della venerazione del santino di Padre Pio che porta sempre con sé.

In visita nei luoghi terremotati si è anche esibito con un vistoso segno della croce, pratica sconosciuta ai vecchi democristiani che, giunti ai vertici dello Stato, tutt’al più facevano le corna come pagano segno rassicurante di scongiuro.

Nei vertici europei il novello e inarrivabile statista si segnala per lezioni di biliardo e per folgoranti discorsi di strategia politica sfornati mentre prende il caffè con una divertitissima Merkel. Comunque, per gli smemorati sempre in circolazione, il significato politico reale di Conte, come presidente del consiglio designato per contratto, è immortalato iconicamente. In una immagine, che lo ritrae insieme al traditore capitano padano, esibisce come uno scalpo trionfante un manifesto di esultanza per l’approvazione del famigerato decreto sicurezza: #decretosalvini sicurezza e immigrazione. Con uno statista di tal calibro e con i suoi discepoli si può cercare una totale discontinuità? Mah.