Scuole di democrazia nel Nord Europa

Danimarca, Norvegia, Svezia, Finlandia con la regione autonoma delle isole Åland, Islanda, le Faroe, e la Groenlandia, tramite il Consiglio dei ministri del Nord, hanno avviato un programma di educazione civica che, nei prossimi anni, offrirà molte occasioni culturali e attività pratiche per migliorare le comunità. Il Centro Europeo Wergeland (EWC), fondato a Oslo dieci anni fa e intitolato al poeta campione dei diritti umani, sarà il partner della Commissione Europea in un programma che durerà tre anni, partendo dal prossimo novembre. Si chiama “Liberi di parlare, al sicuro nell’ imparare” e la prima fase è dedicata al tema “Scuole democratiche per Tutti”. All’iniziativa si associano anche i Paesi Bassi che ora introducono un programma scolastico specifico sull’educazione alla cittadinanza. Il ministro dell’istruzione Arie Slob osserva che “i bambini non nascono col gene della democrazia, quindi è la scuola a dover insegnare i loro diritti e a spiegare perché conviene rispettare i diritti degli altri”. Finora l’educazione civica in Olanda era svolta nelle ore di storia e studi sociali, affidata molto all’iniziativa delle scuole. Le ispezioni annuali hanno osservato che la maggior parte degli istituti ha approfondito, con progetti pratici e studio, temi come la libertà d’espressione, l’omosessualità e l’antisemitismo, ma alcune non hanno dedicato abbastanza tempo a questi temi e alla conoscenza della storia contemporanea. Serviva un programma generale quanto meno indicativo, un testo per aiutare i docenti in ore dedicate. Ora la legge è al centro di consultazioni aperte a tutti e sarà inserita nei programmi scolastici 2019-2020. Troppi ragazzi, ad esempio, sono incerti sul significato di festa del Keti Koti, che nella lingua di Suriname significa “la catena è stata spezzata”: ogni primo luglio i discendenti degli ex schiavi delle Antille olandesi, molti dei quali vivono nei Paesi Bassi, festeggiano l’emancipazione.

Non è da posizioni autoritarie o moralistiche che si rimedia, ma affrontando in assoluta libertà ogni tema, anche i più controversi, e servendo attivamente a livello locale la propria comunità. Jon Lauglo e Tormod Øia, del Dipartimento di educazione dell’università di Oslo partono dal presupposto che “i sostenitori radicali e liberali della scolarizzazione di massa a fine Ottocento e inizio Novecento pensavano che l’educazione illuminasse e che questa illuminazione poteva liberare e potenziare le persone”. Dalle parole ai fatti: oggi l’isola di Utøya è sede di un centro internazionale giovanile di studio e attività sulla democrazia ed è tornato a essere un campo residenziale.

E’ anche sede della Hegnhuset, la “Casa della salvaguardia”, per custodire la memoria di ciò che accadde il 22 luglio del 2011. Quel giorno l’estremista di destra Anders Breivik assassinò 69 ragazzi della gioventù laburista che nell’isola stavano facendo un campo estivo. Breivik aprì il fuoco contro tutti. Poco prima dell’attacco a Utøya, che da sessant’anni rappresenta un luogo di educazione tra pari aperto a tutti i ragazzi, Breivik aveva fatto esplodere un’auto bomba nel quartiere governativo di Oslo; otto persone morirono. Il bilancio dei feriti dei due attacchi fu di 319 persone, 67 in modo grave. Immediatamente il primo ministro Stoltenberg, che perse nell’attentato figli di amici personali e la Casa reale, colpita nella principessa Mette-Marit il cui fratello per parte di padre morì nell’attacco a Utøya, risposero all’odio con la ragione, assieme all’opinione pubblica norvegese. “Sostenere la democrazia, la diversità e la libertà di parola possono richiedere un prezzo alto – fu il commento –. La violenza, le minacce e l’odio possono essere fronteggiate solo dalla conoscenza, dal dibattitto e dalla tolleranza, sia come individui che come società. Gli estremisti non devono spingerci a rendere le nostre società meno aperte e più intolleranti”.

Breivik è stato condannato al massimo della pena in Norvegia, 21 anni, ed è detenuto in una prigione ad alta sicurezza ma che le autorità vogliono mantenere rispettosa dei diritti umani in ogni aspetto. Ha tre celle, una per dormire, una per mangiare, una per fare ginnastica, ha libero accesso alla TV e ai giornali, contatti con volontari e professionisti. Da Utøya è stato avviato nei mesi scorsi un programma a lungo termine del Consiglio dei ministri del Nord Europa e del Centro Wergeland intitolato “Insegnare argomenti controversi” e “Gestire le controversie”, per rafforzare le fiducia reciproca all’interno delle comunità di fronte all’estremismo violento di qualunque tipo e alla radicalizzazione di punti di vista che possono condurre all’odio e a comportamenti distruttivi.

In Finlandia dal 2010 si stanno moltiplicando i centri Me & MyCity, già attivi nelle città di Espoo, Helsinki, nella provincia di Ostrobothnia e Pirkanmaa e ora anche in Svezia, a Stoccolma: sono dedicati agli studenti del primo anno delle medie e delle superiori. Ricostruiscono una città che viene totalmente gestita dai ragazzi. Gli studenti assumono vari ruoli sociali ed economici. Capire come funziona una banca, un ufficio postale, un servizio di fornitura, un museo o un consiglio comunale gestendoli aiuta a diventare membri attivi e critici di una comunità. Il programma raggiunge ormai il 70% degli allievi.

A Nord il programma Dembra, che ha un team in ogni scuola, è centrato sulla percezione che i ragazzi hanno degli altri e fornisce supporto didattico e di attività pratiche per affrontare l’antisemitismo, la xenofobia, il razzimo e i pregiudizi in generale. In Dembra i ragazzi si sentono liberi ed ascoltati, mai giudicati. Secondo uno studio su Dembra i temi emergenti sono la sfiducia nei confronti delle élite politiche, intellettuali, scientifiche, una crescente somiglianza tra gli argomenti usati dall’estrema destra e l’estrema sinistra, la squalificazione dell’utilità del confronto pubblico e della nozione di verità. Cammini educativi che richiedono lavoro e pazienza e, soprattutto, nessuna retorica.