Scuola-lavoro
«No allo sfruttamento»

INCHIESTA – Matilde frequenta il quinto anno al Galileo Galilei di Pisa. Quest’anno ha la maturità classica ma è un po’ indietro con il monte ore di Alternanza scuola-lavoro obbligatorie – 200, complessive nel triennio – eppure non vuole proprio più sentirne parlare. L’ultima volta, lo scorso Natale, in una iniziativa cittadina alla Leopolda «ho dovuto fare l’elfo per babbo Natale. Ed è stato davvero deprimente – racconta al telefono -. Tre giorni di fila per 9 ore consecutive alla volta, senza neppure un ticket per un panino e una pausa per un bicchiere d’acqua. Cosa ho dovuto fare? Scrivere letterine a Babbo Natale – sottolinea -. Mettere in bella grafia i desideri dei bambini piccolissimi mentre i loro genitori scattavano foto di rito».

Un po’ meglio è andata invece ad Andrea del Newton di Roma, che nonostante i malumori per la scelta del call-center, proposta fatta dalla scuola alla classe e contestata anche dai genitori, ha fatto ugualmente quello stage per conto di una associazione di architetti impostogli per legge e alla fine si è preso pure i complimenti del suo datore di lavoro per i migliori contatti ottenuti e inseriti in una mail-list. E infine ecco Margherita, 17 anni di Roma, che proprio grazie ai suoi primi due percorsi di alternanza scuola-lavoro si è resa veramente conto «di cosa vuol dire per una persona vivere in difficoltà». E la sua esperienza di scuola-lavoro la racconta così: «Attualmente frequento il 4° liceo al Torquato Tasso, lo scorso anno però a febbraio e a giugno mi sono misurata per la prima volta con la famigerata Alternanza. Ho fatto due sessioni di una settimana ciascuna in due posti diversi. E devo dire che entrambe le esperienze mi hanno arricchito molto. Cosa ho dovuto fare? Nel primo caso ho lavorato gratis in una scuola materna nel quartiere romano di San Saba. Insieme ad altri compagni di classe abbiamo affiancato le maestre e seguito i bambini passo passo, disegnando e giocando insieme. L’altra esperienza invece l’ho fatta alla Caritas, presso la Casa di accoglienza Santa Giacinta di piazza San Giovanni in Laterano. Era giugno scorso, noi studenti siamo stati divisi in piccoli gruppi con compiti ben precisi. Al mio team è toccato lavorare prima in un ripostiglio e poi in una biblioteca. Abbiamo piegato e ordinato tantissimi indumenti in base alla taglia: small, large, extra-large. In biblioteca invece abbiamo confezionato pacchi di libri e sistemati per benino sugli scaffali. Ma l’esperienza più toccante per me – precisa Margherita – è stata quella che ho svolto durante la distribuzione dei pasti agli ospiti della mensa della Casa, dove anche noi abbiamo mangiato. Ho conosciuto persone eccezionali, che mi hanno arricchito e cancellato dal mio viso ogni ogni sconforto. Mi sono affezionata moltissimo a molti di loro. Sì, li penso molto ancora adesso: andrò presto a trovarli con altri amici».

Storie di ordinaria frustrazione, racconti di stage e di formazione obbligatoria imposti agli studenti dalla legge sulla Buona Scuola. E il quadro che emerge è per lo più sempre in chiaro-scuro. «Manovalanza gratis», «Veniamo sfruttati senza neppure una mancetta», «Facciamo lavori che spesso sono lontanissimi dai nostri percorsi di studio», sottolineano invece molti ragazzi e ragazze dei licei, istituti tecnici e professionali. C’è chi infatti ha dovuto friggere patatine o pulire le toilette di un McDonalds senza fiatare, chi sperava di migliorare almeno il proprio inglese partecipando ad un progetto al Cies (Centro italiano di solidarietà Don Picchi Onlus di Roma) ed invece è rimasto a bocca asciutta per tutta la durata del monte ore di formazione: i piccoli ospiti parlavano benissimo solo l’italiano e i genitori sul più bello li riportavano a casa. È andata meglio invece a due studenti del tecnico professione Marcora di Inveruno, in provincia di Milano: loro sono andati in Kenya, grazie al progetto «Energia per la vita» in collaborazione con l’associazione Magenta. Lì, in Africa, hanno realizzato pannelli fotovoltaici e fatto una gran bella esperienza sul campo – racconta il professor Angelo Rescaldina dell’istituto tecnico professionale Marcora di Inveruno di Milano e prof-tutor per l’Alternanza.

Giovani e lavoro, dunque. Se ne parla tanto e spesso, ma il programma disciplinato dagli articoli 33-44 della legge 107/2015 (la Buona scuola) che dovrebbe incrementare le opportunità di lavoro e le capacità di orientamento degli studenti, di fatto è considerata una «perdita di tempo» per i ragazzi, sindacati, esperti e associazioni studentesche. «È solo manovalanza a gratis» – sono molti i liceali che bollano così l’alternanza scuola-lavoro. Ma stanno davvero così le cose? Gli stati Generali sull’alternanza scuola-lavoro, annunciati per il prossimo dicembre da Valeria Fedeli, ministra dell’Istruzione, si spera correggano il tiro e facciano chiarezza sul caso. Perché, salvo poche eccezioni, gli episodi di sfruttamento sono molti e il malcontento regna sovrano nelle scuole. Secondo Francesca Coin, ricercatrice Ca’ Foscari, i provvedimenti presi fino ad oggi dalla Buona scuola invece di incrementare le opportunità di lavoro e l’orientamento degli studenti «rischiano di rivelarsi la più grande creazione di lavoro gratuito obbligatorio mai esistita in Italia». Su «Effimera.org» sottolinea a gran voce: «L’alternanza scuola-lavoro nel contesto attuale regala alle aziende lavoro gratuito». E con dati alla mano quantifica il vero risparmio per le aziende: «Solo nell’anno scolastico 2015-2016 avrebbe consentito alle aziende un risparmio di circa 1 miliardo e 190 milioni di euro. Vale a dire, legittima l’esistenza di lavoro non pagato e anche la sostituzione di forza lavoro retribuita con forza lavoro non pagata».

Per la Federazione Lavoratori della Conoscenza Cgil, «nessuno può fare finta di nulla, la voce degli studenti va ascoltata dal governo e dalle istituzioni. Non è più rinviabile un serio bilancio – sottolinea la Flc-Cgil – che punta alla cancellazione delle norme sulla quantificazione delle ore dei percorsi (400 ore nei tecnici e professionali, 200 ore nei licei) e all’obbligatorietà dell’utilizzo del Registro Nazionale per l’individuazione dei soggetti aspiranti con tutte le informazioni sulle attività formative realizzate per i propri dipendenti, il rispetto dei contratti di lavoro e delle norme sulla sicurezza». E Giammarco Manfreda, coordinatore Nazionale della Rete degli Studenti Medi, conclude: “I casi di mala-alternanza sono ancora troppi. Agli Stati Generali dell’Alternanza è necessario e fondamentale definire al più presto cosa può o non può essere una esperienza di alternanza scuola-lavoro. Vogliamo che gli studenti siano tutelati per davvero, a partire dal diritto alla gratuità e alla coerenza formativa del percorso di studi. Vogliamo inoltre tutor formati e aziende davvero in grado di essere soggetti ospitanti di qualità». Francesca Picci dell’Uds, infine, sottolinea un’urgenza impellente: dal 2019 l’Alternanza scuola lavoro sarà una materia dell’esame di Stato. La legge sulla Buona scuola imponga subito l’utilizzo del Registro nazionale delle imprese presso le Camere di Commercio. Attualmente tale scelta non c’è e le scuole scelgono quel che trovano».