Quanti errori su Antonio Gramsci
nelle pagine di Italia Oggi

Che si pensi e ripensi a Gramsci, che si rileggano i suoi scritti, che si analizzi il suo pensiero è un bene, è una fortuna, tale è la ricchezza che si incontra ad ogni riga. Sarebbe anche un dovere (un dovere nelle scuole) perché Gramsci appartiene alla storia di questo paese, alla maniera di altri “grandi”: della cultura, quando la cultura è arte, è letteratura, è politica, è tutto ciò che segna ed esalta la civiltà di un popolo.

Perciò è bello scoprire come un giornale, Italia oggi, che si definisce in testata “quotidiano economico giuridico politico”, un giornale insomma che si arma di affari e finanza, di borse e di investimenti, apra le sue pagine al fondatore del Partito comunista italiano, cogliendo l’occasione della pubblicazione da parte di Einaudi, nella prestigiosa collana dei Millenni, di “qualcosa” che Gramsci appunto ci ha lasciato e che lo stesso autore dell’articolo definisce “opera a dir poco eccezionale”. Condividiamo.

Quaderni, lettere, diari…

Però per rispetto di uno tra i più grandi intellettuali italiani, un “intellettuale del fare” come ben pochi nel nostro Novecento, “nel mondo grande e terribile” (lo scrisse, in altra forma, anche Togliatti: “Gramsci fu un teorico della politica, ma soprattutto fu un politico pratico, cioè un combattente”) non si può alla prima riga confondere una cosa per l’altra, non possono il giornale in questione e l’autore dell’articolo confondere i “Quaderni del carcere” con le “Lettere dal carcere”, quelle appunto pubblicate in una nuova edizione da Einaudi (cito ciò che di corretto leggo: “… in un solo volume, a cura di Francesco Giasi, pp. 1260, euro 90”). Non possono, due righe dopo, riferire di “diari… salvati dalla moglie russa di Gramsci”, perché di lettere appunto si tratta, salvate dalla cognata di Gramsci. Non possono, un piccolissimo passo avanti, riprendere così: “Nel clima di democrazia in Italia vennero pubblicate le Lettere dal carcere, di facile lettura, e in molti volumi separati alcuni Quaderni”, perché se c’è del vero in tutto questo (le Lettere dal carcere apparvero come primo volume delle Opere di Gramsci, edite da Einaudi, nel 1947, i Quaderni tra il 1948 e il 1951, sempre per Einaudi, risistemati e rivisti da Felice Platone sotto la vigilanza e l’ispirazione di Palmiro Togliatti, mentre l’edizione critica risale al 1975, a cura di Valentino Gerratana, “un magnifico intellettuale” lo presenta Italia oggi), è quel “facile lettura” che stupisce, così banale… come se non fosse di “facile lettura” tutto Gramsci e non fosse, insieme, di profondissima scrittura, quando l’attenzione si rivolge ai sentimenti e, allo stesso modo, quando la storia passata o l’evoluzione della società, la polemica letteraria o, persino, il giornalismo sono al centro dell’interesse.

Perché Gramsci dimostra sempre di saper scrivere (fin dai tempi dello studentello liceale che racconta per l’Unione sarda le elezioni in un paese dell’interno, denunciando la truffa in corso), con semplicità, chiarezza, leggerezza, rigore, forza polemica quando occorre, profondità sempre, nell’intimità familiare come nell’esposizione pubblica, nel saluto alla madre come nell’editoriale dell’Unità. In ogni circostanza, di fronte a qualsiasi argomento: i giovanili articoli di cronaca culturale per l’Avanti sono ad esempio i piccoli capolavori di un giornalista e di un critico intelligente che non rinuncia ad osservare evoluzione o involuzione di un costume pubblico, con ironia, senza mai dimenticare i fatti: un insegnamento per tanti leggiadri corsivisti in attività.

A proposito delle Lettere, Italo Calvino osservò: “Questa raccolta… resterà nella cultura italiana con il valore di un libro organicamente scritto e sarà letto dalle nuove generazioni come un libro di memorie. E del libro di memorie e del grande romanzo ha l’ampiezza, l’intreccio di mondi e di filoni: il rivoluzionario prigioniero che analizza minuziosamente tutte le piccole manifestazioni di vita, che riesce a cogliere, dal sepolcro della sua cella, i passerotti ammaestrati, i fiori di cicoria, le fotografie dei figli bambini…”.

Caccia agli errori

Nella caccia agli errori, potrei ricominciare da questa frasetta: “Gramsci, incarcerato nel 1926 a Turi, era stato ben presto ricoverato in clinica, poi in libertà condizionale, ma malato non poté lasciare la clinica dove morì nel 1937”. Insomma… Gramsci viene arrestato, in dispregio dell’immunità parlamentare, l’8 novembre 1926, rinchiuso a Regina Coeli in isolamento assoluto, un mese dopo viene trasferito al confino sull’isola di Ustica, nel gennaio dell’anno dopo viene accompagnato a San Vittore, a Milano, un viaggio di venti giorni, un anno dopo sarà rimandato a Regina Coeli, il 4 giugno del 1928 verrà condannato dal Tribunale speciale a vent’anni di reclusione, assegnato al carcere di Turi, in provincia di Bari, malato verrà ricoverato nel dicembre del 1933 nella clinica del dottor Cusumano a Formia, nel 1934 otterrà la libertà condizionale, grazie anche ad una campagna all’estero per la sua liberazione. Alla fine di agosto del 1935 sarà ospite, come aveva chiesto, della clinica Quisisana di Roma. Morirà un anno dopo, il 27 aprile, per una emorragia cerebrale. Una storia un po’ più complicata e lunga e tragica rispetto a quella raccontata nelle pagine di Italia oggi, una storia di anni durante i quali, malgrado gli impedimenti e la sofferenza, Gramsci non rinunciò mai a studiare, a riflettere, a scrivere, con puntiglio, a progettare nuove opere, a riempire i suoi “quaderni” ma anche a rivolgersi ai suoi cari, a Giulia, a Tatiana, al fratello, al figlio, anche quando sentì la morte vicina…

Lasciamo perdere alcune liberissime interpretazioni del pensiero di Gramsci e il liberissimo uso della lingua: “La via italiana per arrivare al socialismo deve essere una riforma intellettuale e morale che parte dalla conquista delle ideologie. È una via che non passa dalla rivoluzione violenta, ma dalla conquista della società civile. Non dunque dalla struttura alla sovrastruttura, ma il contrario. Il ceto dominante nella società borghese è la classe sociale economica”, “Occorre con una guerra di movimento e di trincea, cambiare i valori tradizionali e degradare la classe borghese, farle perdere prima la dirigenza ideologica e poi il potere e consenso”, “Egli propone come provvisoria la formazione di una dittatura del proletariato per arrivare alla inutilità e quindi alla cancellazione dello Stato”, eccetera eccetera.

Uno sforzo di memoria

Non è il caso di andare troppo per le lunghe: non merita. Però c’è qualcosa anche per i giorni nostri, quando l’esperienza diretta dovrebbe sopperire alla povertà delle letture: “Da noi, in Italia, di lui è stato assunto il metodo, giungendo ad una trasformazione della cultura italiana da prevalentemente cattolica a cattocomunista. Enrico Berlinguer e Aldo Moro volevano sposare le due tradizioni, nel «compromesso storico» di quella cristiana e di quella comunista. Per eventi accaduti e per la fine del comunismo sovietico nel 1988 non è stato possibile”. Si dovrebbe almeno ricordare che il “comunismo sovietico” non finì nel 1988, che Moro era morto dieci anni prima e che Berlinguer era morto quattro anni prima.

E’ difficile non sentirsi colpiti da tanta sciatteria, che offende il lettore e offende soprattutto Gramsci, che tuttavia aveva capito e lo aveva scritto (nei Quaderni): “Il principio… che il giornalismo debba essere insegnato e che non sia razionale lasciare che il giornalista si formi da sé, casualmente, attraverso la praticaccia, è vitale…”.